di Danilo Nardoni
«Io le lascerei alla città. Se la gente le vuole vedere deve venire qui». In questa frase c’è tutto Alberto Burri. C’è tutto il suo essere artista e, in particolare, artista umbro. Lontano quindi, ma solo geograficamente, dai luoghi delle grandi avanguardie. Lo ripeteva sempre in merito alle sue opere. Un disegno quasi più che da artista da politico lungimirante, che lui, originario di Città di Castello, ha sempre avuto. Tanto che non ha mai venduto le sue opere, almeno quelle che riteneva le più significative. Lasciare opere in un luogo dove, come qualcuno poteva pensare, non sarebbe mai venuto nessuno, era insomma una bella sfida.
Portare avanti il “sogno” dell’artista Da tempo la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri si sta occupando di tutto questo. Ora sembra che sia in corso una accelerata, anche per continuare così a portare avanti il “sogno” di Burri. La mostra ‘Burri: lo spazio di materia/tra Europa e Usa’, allestita negli Ex Seccatoi del Tabacco di Città di Castello fino al 6 gennaio 2017 ne è un esempio. Con questo nuovo straordinario appuntamento espositivo si concludono anche le celebrazioni del Centenario della nascita del grande artista italiano. Un omaggio all’uomo ed anche alla sua città, al creativo e pure a chi lo ha influenzato e poi “seguito” nella sua ricerca, considerato che il suo uso di materie e materiali come sacchi, legni, ferri e plastiche ha cambiato il corso della pittura (di materia) in tutto il mondo. Burri è stato un grande che plasmava la materia come nessun’altro. Uno che però quando gli davano del Maestro sbuffava, come raccontano le persone che più gli erano vicino.
La dignità della materia nell’arte di Burri
Allestimento di grande livello Quella in corso a Città di Castello nei bellissimi spazi degli Ex Seccatoi è un’esposizione con un allestimento di grande livello, che mette a confronto i capolavori di Burri con le opere degli artisti immediatamente precedenti a lui e a cui egli guardò. Ma qui dentro troviamo soprattutto artisti internazionali di livello del dopoguerra che, tra Europa e Stati Uniti, hanno dimostrato con il loro lavoro di dovere moltissimo alla sua ricerca. Questo significa che finora non si era voluto vedere fino in fondo l’influenza che Burri ha esercitato? Beh, ora non si hanno più scuse, perché tutto è visibile anche ai neofiti e grazie a questa suggestiva iniziativa culturale. Bruno Corà, presidente della Fondazione e regista del progetto del centenario burriano, lo conferma chiaramente: «Si capisce da dove veniva, chi era e chi ha influenzato». «Abbiamo dimostrato – aggiunge Corà – di avere relazioni importanti che ci hanno consentito di mettere in piedi tutto questo, con opere che ci sono state prestate da parte di musei importanti e collezioni private».
Museificazione degli Ex Seccatoi del Tabacco Dopo un lungo e impegnativo lavoro di restauro e museificazione definitiva, agli oltre 7.500 mq dei Grandi Cicli si sono aggiunti nuovi spazi espositivi per altri 4.000 mq, per un totale di 11.500 mq. L’intero complesso degli Ex Seccatoi del Tabacco è quindi ora dotato di una serie di nuovi servizi museali: spazi multimediali, aule didattiche, grande bookshop e servizi di accoglienza. I nuovi spazi, inaugurati il 24 settembre proprio con l’avvio della mostra, dal 12 marzo 2017 ospiteranno permanentemente il Terzo Museo Burri, dedicato all’intera opera grafica del Maestro. Tutti lavori che hanno contribuito a rendere la nuova esposizione davvero unica ed emozionante. Un sentito ringraziamento di Bruno Corà va pertanto «alle aziende e alle professionalità del nostro territorio, per aver consentito il raggiungimento di tutti gli obiettivi nei tempi prestabiliti con impegno e dedizione non comuni». «La creazione di questo nuovo ambiente – aggiunge – è la dimostrazione che abbiamo in loco tutte le maestranze e le tecnologie atte a realizzare una struttura adeguata e a norma, secondo le indicazioni dell’Icom – International Council of Museums, per ospitare un museo d’arte contemporanea. Noi tutto questo lo abbiamo fatto in sei mesi con gente che lavora sul territorio e che ha dimostrato capacità tecniche eccellenti. Grazie a loro i visitatori che vengono, ad esempio da Londra e da New York, hanno l’impressione di non essere a Città di Castello ma in un museo di una grande metropoli».
Comunicazione e infrastrutture per attirare visitatori Importante e decisivo, pertanto, è riuscire ad inserirsi in un circuito di qualità. Secondo Corà questo lo si può fare partendo da alcuni punti fermi: «Prima di tutto bisogna iniziare dai contenuti del museo, poi ci sono tutti gli strumenti da offrire al pubblico: informazioni, pubblicazioni, videoteche e tutto quello che può aiutare a capire». Quindi, prosegue Corà, «dobbiamo favorire la comunicazione per incrementare gli arrivi, a partire anche dalle infrastrutture come ferrovie e strade, fino ad un aeroporto che funzioni e che abbia più voli. Perché qui – sottolinea il presidente della Fondazione Burri – se ci sono queste condizioni la gente viene da tutte le parti del mondo visto che ormai il nostro è un target internazionale». Proprio così. Infatti dopo la retrospettiva ‘Alberto Burri: The Trauma of Painting’ dell’ottobre 2015 al Solomon R. Guggenheim di New York e la successiva tappa presso il Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen di Düsseldorf, questa esposizione a Città di Castello è un po’ di rimando alle due precedenti.
Circa 9.000 finora gli ingressi Emerge naturalmente anche un aspetto politico-amministrativo che riguarda la promozione del territorio, considerata la “richiesta” di strumenti e servizi da offrire ai visitatori. Tutto per favorire una mostra internazionale che andrebbe quindi valorizzata con una promozione ad hoc a livello mondiale. I primi dati di partenza sono comunque più che incoraggianti, viste le difficoltà a raggiungere Città di Castello e gli effetti del terremoto sui flussi turistici in Umbria in questi ultimi giorni. Dal 24 settembre, giorno dell’inaugurazione, sono infatti circa 9.000 (8.905 al 12 novembre) gli ingressi strappati. La media giornaliera è di 193 presenze in 46 giornate effettive di apertura della mostra, con dei picchi nei week end di 500-600 visitatori (solo durante il ponte dei Santi sono stati registrati oltre 1.100 ingressi).
Burri è in linea con la tradizione Insomma, tutta questa gente a Città di Castello per una mostra di arte contemporanea non c’è mai stata. Un motivo quindi c’è ed è merito allora del suo concittadino più illustre. «Burri è in linea con la tradizione – afferma Corà – e non è un caso che abbiamo aperto il centenario con un confronto prima con Piero della Francesca e poi con Luca Signorelli. Mettere insieme storia e contemporaneità per far capire il percorso di continuità che questo artista rappresenta». «Era già celebrato soprattutto negli Stati Uniti – osserva inoltre sempre Corà – perché sono stati per primi gli americani a sottolineare la sua importanza (viveva a Los Angeles con moglie americana) ma invece lui voleva le sue opere qui in Umbria e nella sua città».
Burri come immagine dell’Umbria L’Umbria quindi deve rendere omaggio a Burri nella maniera più adeguata e “sventolarlo” come una bandiera. Perché allora non pensare che la sua opera è grande e parla al mondo globale e globalizzato dell’arte perché nasce proprio nella piccola Umbria? Tutte riflessioni che impongono anche un attenta analisi di come promuovere l’Umbria. Cuore verde d’Italia, terra di santi, di paesaggi, di borghi pieni di storia e di arte o di grandi eventi culturali che sia, l’Umbria è anche terra di arte contemporanea. Con Burri che è certo la chiave di accesso ad una sensibilità artistica che non dimentica le proprie radici per altri lidi felici ma che le rende più solide qui da noi. La sua sfida di legare arte e territorio Burri l’ha vinta. Ora tocca a noi, tocca a chi deve pensare anche ad un’Umbria contemporanea.
Contemporaneità e storia dei luoghi Altre realtà oltre alla Fondazione Albizzini stanno operando bene. Un buon punto di partenza c’è se pensiamo a centri per l’arte contemporanea come Palazzo Collicola a Spoleto, Palazzo Lucarini a Trevi, il Ciac di Foligno, la Fondazione Civitella Ranieri, oltre a Trebisonda e Palazzo della Penna a Perugia, con quest’ultimo che si spera possa ritornare su un percorso di sperimentazione artistica che ormai sembra essersi interrotto. Senza dimenticare quello che un’istituzione come l’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci può dare ancora. Individuando, perché no, anche nuovi spazi da dedicare alle contaminazioni tra ogni forma d’arte come potrebbe essere a Perugia il tanto atteso nuovo San Francesco al Prato. Per un mix vincente di contemporaneità e storia dei luoghi. Tutte queste sono però altre storie. Storie di altre eccellenze su cui l’Umbria può e deve puntare. Per ora, intanto, godiamoci il nostro Alberto Burri.
