di Iv. Por.
I soldi ricavati dal racket del kebab che ogni giorno tanti di noi consumano per finanziare gli Hezbollah turchi, che nelle loro mire hanno la creazione «stato islamico retto dalla shari’a sul territorio della Repubblica turca». Scoperta dalla polizia di Terni una struttura criminale riconducibile all’organizzazione terroristica turca Hezbollah dedita al «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». L’operazione è stata coordinata dal servizio centrale Antiterrorismo dell’Ucigos.
Gli arresti Nove le ordinanze di custodia cautelare emesse e 41 le perquisizioni effettuate nei confronti degli appartenenti all’organizzazione. L’operazione di polizia, coordinata da Terni, che ha coinvolto sette regioni d’Italia e vede impegnate le Digos di Terni, Roma, L’Aquila, Modena, Milano, Trieste, Como, Venezia, Latina e Viterbo, ha condotto all’arresto ed alla conseguente traduzione in carcere di sei cittadini turchi, i vertici dell’organizzazione per delinquere, A.S. di anni 37, U.F. di anni 43, E.V. di anni 38, A.M. di anni 31; A.I. di anni 32, K.M. di anni 53, e di una donna italiana B.S. di anni 46, responsabile di avere consentito fraudolentemente e per fini di lucro il rilascio a cittadini stranieri di abilitazioni per la conduzione di esercizi pubblici. Due cittadine straniere di origine ucraina, K.M. di anni 30 e O.L. di anni 31, responsabili di concorso in reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sono state condotte agli arresti domiciliari presso le rispettive abitazioni di Terni e Milano.
Le accuse E’ stata smantellata – per gli inquirenti – una organizzazione «a delinquere», i cui vertici «sono legati ad una organizzazione sovversiva turca di etnia curda» specializzata nel favorire l’immigrazione clandestina, regolarizzandola attraverso procedure irregolari finalizzate all’ottenimento fraudolento dello status di rifugiato politico a soggetti che venivano poi impiegati nel mercato fiorente della ristorazione etnica nota come Kebab. Tradotto: gli esercizi commerciali noti come Kebab rappresenterebbero la faccia regolare di una organizzazione sovversiva internazionale resasi responsabile di reati in Italia, in Europa e in Turchia per terrorismo, droga ed altro. Dalla filiera commerciale del Kebab sono state «ingenti quantità di denaro per finanziare la causa curda».
Trenta indagati Nel corso della medesima operazione di polizia sono state indagate in stato di libertà ulteriori 30 persone, «responsabili a vario titolo di reati che vanno dall’associazione per delinquere, al favoreggiamento dell’immigrazione, al falso documentale», tra di esse anche un avvocato del foro di Terni. Sono in corso tuttora, in tutto il Centro Nord Italia, circa 50 perquisizioni domiciliari, disposte dalla Procura di Terni nei confronti di cittadini turchi e presso le sedi delle principali associazioni curde, finalizzate al rinvenimento di cose o documenti utili a supportare le tesi investigative.
Gli Hezbollah L’indagine ha avuto inizio con l’arresto in Lombardia di un cittadino turco destinatario di «mandato di cattura internazionale per terrorismo» che ha portato alla luce l’esistenza e l’operativita’, nel nostro Paese, di una struttura clandestina di Hezbollah turchi. Questi, secondo quanto illustrato dagli inquirenti «facevano giungere in Italia clandestini curdi e palestinesi con falsa documentazione relativa ad inesistenti vicende umane per poter richiedere asilo politico ed ottenere il permesso di soggiorno».
Le finalità L’Hezbollah turco, di credo islamico sunnita, non ha alcun legame con l’omonima formazione libanese e nasce nei primi anni ottanta con l’obiettivo di creare uno «stato islamico retto dalla shari’a sul territorio della Repubblica turca».
Terrorristi del kebab I vertici dell’associazione, tutti tratti in arresto, sono cittadini turchi che gestivano in diverse regioni esercizi di vendita di Kebab ed avevano regolarizzato la loro posizione in Italia, avendo ottenuto – secondo gli investigatori – in modo fraudolento il riconoscimento di rifugiati politici.
L’arrivo dei clandestini Proprio attraverso la prospettiva della regolarizzazione, mediante l’abuso dello strumento dell’asilo politico, l’organizzazione induceva e favoriva l’ingresso in Italia di numerosi connazionali (più di cinquanta i casi già emersi) attraverso diversi sistemi, tra i quali i più diffusi il pagamento dei trafficanti di esseri umani (nave + tir), i passaporti di servizio, i visti di breve durata (turismo – affari), la falsificazione dei visti di ingresso, la sostituzione di persona, i matrimoni simulati. I turchi giunti irregolarmente in Italia, alcuni dei quali destinati ad altri paesi europei, ottenevano fiancheggiamento da parte dell’organizzazione (vitto, alloggio, occupazione) che li avviava alla procedura per il riconoscimento dell’asilo, attraverso la predisposizione delle dichiarazioni “tipo” da rendere alle commissioni.
Falsi rifugiati E’ stato accertato nel corso dell’indagine che «oltre 50 cittadini curdi, riconducibili alla Hizbullah turca hanno ottenuto il riconoscimento della protezione umanitaria, ovvero hanno in corso detta procedura, per effetto di dichiarazioni “fotocopia” ideologicamente false, accompagnate da documentazione contraffatta (tessere di partiti politici, mandati di cattura, certificati medici attestanti esiti inesistenti di ferite da tortura). Il più delle volte è stato accertato che i cittadini turchi dichiaravano falsamente l’appartenenza a partiti politici organici all’organizzazione terroristica turca Pkk, per ottenere più facilmente il riconoscimento. Il riconoscimento dell’asilo politico, o in subordine della protezione umanitaria, ha consentito a tali cittadini curdi, non solo la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno, ma anche di sottrarsi al rischio di estradizione in altri paesi ove risultavano destinatari di pene definitive da scontare per gravi reati, anche di natura eversiva», scrivono gli inquirenti.
Racket del kebab «La costante ricerca di personaggi di etnia curda – è scritto ancora nella nota – ideologicamente affini, da far giungere illegalmente in Italia ed Europa e munire di permesso di soggiorno, si è dimostrata funzionale all’alimentazione della rete commerciale dei Kebab, moltiplicati sul territorio e unica fonte economica di sostentamento per le persone e per l’associazione. Tale rete commerciale si è dimostrata un sistema economico di tipo monopolistico a circuito chiuso, gestita unicamente da soggetti di etnia curda, affini per origini geografiche, ideologie politiche e religiose. L’intera filiera del kebab, dalla lavorazione delle carni, alla distribuzione all’ingrosso, sino alla vendita al minuto, si è palesata funzionale alla raccolta di denaro, una sorta di salvadanaio, periodicamente svuotato dai vertici dell’organizzazione, diretto alla Turchia per sostenere la causa curda».
Italia-Turchia: tutto possibile con i soldi I principali indagati del presente procedimento per effetto della professionalità acquisita «hanno dimostrato – spiegano ancora gli inquirenti – profonda conoscenza delle procedure necessarie per ottenere fraudolentemente autorizzazioni, permessi e licenze e si sono dimostrati ben introdotti anche in alcuni settori della pubblica amministrazione potendo contare su di una fitta rete di conoscenze ed amicizie. Significativi i casi dei falsi certificati medici attestanti esiti di ferite da arma fuoco e torture, nonché l’acquisto delle abilitazioni per la conduzione di pubblici esercizi (ex R.e.c.) e i certificati Hacpp (ex tessere sanitarie) ottenute corrompendo pubblici ufficiali. Tale “modus operandi”, ispirato al generale ricorso alle procedure illecite ha determinato il convincimento, più volte espresso dai vertici dell’associazione, secondo cui ‘in Italia come in Turchia è possibile avere tutto pagando’».
Il bilancio dell’operazione: 7 custodie cautelari in carcere; 2arresti domiciliari; 47 perquisizioni delegate; 30 indagati in stato di libertà; 9 digos impegnate; 150 uomini impiegati




