di Fra. Mar.
Uno dei suoi due gemelli venne alla luce morto. Un dolore tremendo per una madre, tanto più se quella madre ritiene di essere stata vittima di una serie di errori ed omissioni mediche. La storia, affrontata venerdì mattina in tribunale davanti al giudice monocratico Daniele Cenci, risale al 2008. Era il primo settembre quando una donna incinta di due gemelli alla ventinovesima settimana di gestazione si presentò in ospedale a Perugia. Intorno alla mezzanotte di quel tremendo giorno poi, uno dei suoi due feti morì. L’accusa – sul banco degli imputati sono finiti il ginecologo che era di turno quel giorno, la ginecologa che seguì la donna durante la gravidanza e un’ostetrica – è quella di aver «omesso di fornire adeguate prestazioni di cura così che, ricoverata alle 14, veniva sottoposta a taglio cesareo d’urgenza, solo alle successive 2.15, dopo che ormai era stata constatata la morte di uno dei feti», per«ritardi ed omissioni nella diagnosi di ipertensione gestazionale».
Perizie Le fredde parole di un capo d’imputazione lasciano solo intravedere lo strazio di una madre e di un padre in una situazione del genere. Una situazione che, secondo quanto emerso durante l’indagine prima e nelle aule di giustizia poi, non è ancora del tutto chiarita. E questo perché i periti che via via si sono occupati del caso non hanno fornito interpretazioni univoche sulla causa di morte del feto e su cosa si poteva fare per cambiare il tragico destino di questa donna- che finì anche ricoverata in rianimazione per i danni subiti.
La parte civile In pratica, da una parte ci sono lei e il marito, assistiti dall’avvocato Silvia Egidi e Daniele Federici, che accusano i medici di non essere stati abbastanza scrupolosi e di non aver visto cosa stava accadendo dentro il pancione. E dalla loro c’è la perizia fatta in incidente probatorio in sede di udienza preliminare. La madre del gemellino morto inoltre in aula ha riferito che il medico strutturato di guardia quel pomeriggio «non venne mai a farmi visita se non all’inizio».
La difesa Ma questa frase è stata subito attaccata dall’avvocato Gianni Spina, che difende l’imputato, e che ha intenzione di presentare al giudice una documentazione che attesta che quel pomeriggio il ginecologo fece cinque interventi chirurgici. In aula invece l’avvocato ha elencato 28 operazioni fatte sulla paziente ( dalla misurazione della pressione alle ecografie) supervisionate dal medico, che attesterebbero il suo interesse al caso.
Le scuse Ad ogni modo, qualche ora dopo, con il nuovo turno, la donna venne operata d’urgenza da un altro specialista, ma per il feto già non c’era più niente da fare. Lei stessa in aula ha riferito che la dottoressa che le praticò il cesareo le chiese «scusa per non aver controllato adeguatamente», e questo perché «il collega in uscita non l’aveva avvertita della grave situazione che affliggeva la donna e i suoi due gemellini».
Trasfusione feto- fetale Ma quale era questa situazione? Nel capo d’imputazione inizialmente la morte si imputò al distacco di placenta, che pure si è verificato. I medici legali Bacci e Marchionni, su delega del pm, conclusero invece che ad uccidere il feto fu la sindrome di trasfusione feto – fetale, letale nel 60-100 % dei casi. Tanto è vero che all’epoca, sulla base di questa perizia, il pm chiese l’archiviazione. Ma un errore marchiano nella perizia – relativo al peso dei feti – fece si che il gip disponesse l’incidente probatorio. Con i periti che individuarono delle responsabilità nei comportamenti degli imputati.
Nuova perizia Adesso il giudice Daniele Cenci, per mettere un punto di relativa certezza nella vicenda, ha disposto una perizia superpartes, i cui risultati verranno discussi in aula il prossimo nove ottobre. Intanto il 30 settembre in aula verrà sentita la ginecologa che effettuò il cesareo d’urgenza, quando però purtroppo per il bambino non c’era più nulla da fare.
