«Vuoi sapere cosa diceva Robert Capa? Se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino». Pagina 1 del manuale di giornalismo.
Pomeriggio con un tasso di situazionismo pazzesco in piazza Danti.
C’è un bel cielo terso, una lieve brezza, un intenso profumo di focaccia appena sfornata. Franciacorta freddo di benvenuto. Una coppia di americani al tavolino di fianco, qualche francese, pochissimi italiani. Di ogni età.
Ogni volta che mi fermavo a parlare con Fausto Belia, morto ieri all’eà di 75 anni per colpa di una grave malattia, pensavo a Milan Rapajc. Per le lettrici e i lettori non appassionati di calcio: Rapajc fu uno strepitoso giocatore del Perugia negli anni Duemila; indossava la maglia numero 11, aveva un piede sinistro pazzesco e quando il pallone arrivava a lui, tu restavi lì a guardarlo. Ti bastava che lo tenesse anche solo per un po’. Esattamente come Rapajc, Fausto Belia se ne stava sempre un po’ defilato lì a sinistra, in attesa di un pallone. Per far vedere a tutti come si giocava.
«È stato Cannavaro che mi ha salvato la vita…», mi racconta divertito durante quell’aperitivo. Chi, Cannavaro? «Proprio lui, hai capito bene, Fabio Cannavaro. Ero corrispondente dell’Ansa a Parigi nel 2006 quando abbiamo vinto l’ultimo mondiale. Mi chiama il capo e mi dice ‘Per la finale stai insieme ai francesi, voglio una cronaca ricca, voglio sapere tutto’. Nelle loro teste avevano già vinto. Avenue des Champs-Élysées era un fiume di gente e di bottiglie. Mi infilo in un ristorantino in Rue Saint-Dominique e mi godo un doppio spettacolo: la Torre Eiffel e la faccia dei francesi».
La testata di Zidane, il rigore di Grosso, Cannavaro che alza la coppa.
«Poi Cannavaro l’ho incontrato e gliel’ho detto. ‘Grazie paisà’. Sì, gli ho detto proprio così, ‘Grazie paisà’, negli studi di Canal+ quando gli hanno dato il Pallone d’oro».
Al tavolo arriva una cameriera biondina gentile, ma gelida, ci squadra con distacco.
Un altro giro di Franciacorta.
Fausto spizza il cellulare con la coda dell’occhio. Un accenno di musica di sottofondo contestualizza: «I like Chopin» di Gazebo. Cerco frammenti e aneddoti di questa strepitosa, pazzesca, irripetibile vicenda professionale e umana. Dalle campagne di Bastia Umbra alle Olimpiadi di Sidney. Allacciate le cinture.
Gli sarebbe bastato alzare il pugno giurando di essere comunista per beccarsi uno stipendio lauto e sicuro all’ufficio stampa della Regione. Neanche per sogno: apre la sede dell’Ansa di Perugia insieme a quell’altro fuoriclasse di Enzo Ferrini, per poi diventarne responsabile. Diventa una leggenda assoluta: si narra che certe mattine bastasse una strofinata di acqua gelata in viso per mettersi a lavorare dopo notti insonni con gli amici di una vita.
Coltissimo: una magnifica passione per il cinema e la letteratura.
Un politichetto locale a passo svelto non stacca l’orecchio dal cellulare. Di colpo in Fausto affiora il rammarico per quel senso di comunità smarrito. Le sezioni, la sala stampa, i giornali sul tavolo. Il dialogo si fa crudele, scorretto, autentico. Lo osserva quasi disgustato, voce soffiata, tono praticamente definitivo: «Vedi, ormai in politica capita di non sapere proprio con chi parlare, ti trovi davanti certi tipi che pensi ‘È umiliante ragionarci con questo qui’. Lo diceva Calvino: ‘Il meglio che ci si può aspettare è evitare il peggio’. Per fare la rivoluzione bisogna muoversi veloce e non venire a fuoco nelle foto. Come ha fatto il mio grande amico Giovanni Galeone, pace all’anima sua».
In quegli anni da cronista sportivo Fausto Belia mi racconta che si è dovuto misurare con quello che lui stesso definisce un «safari antropologico». La voce flebile: «Il 4-3-3 come visione del mondo. Perché le partite, come la vita, vanno giocate all’attacco». Utilizza registri svariati, rovistando in un cappello che trabocca mestiere: «Per noi cronisti sono stati anni stupendi. Gaucci alludeva, trattava, corteggiava, annunciava, rimproverava, minacciava, drammatizzava, quasi sempre perdonava». Le ultime scene sono piuttosto cinematografiche. Una su tutte? ‘Vai a fare in culo, te e tuo fratello…‘ mentre rincorreva Matarrese dentro al pullman. Quante risate.
La notte è piovuto e l’aria è fresca e pulita.
Mi invita a cena a casa sua.
Vive in quaranta metri quadrati al primo piano di una stradina che risale Porta Sole. Solo penombra e libri preziosi, un letto, la tv, la ristampa de «I nottambuli» di Edward Hopper. «Più che un quadro, una cannonata».
Sul ripiano della cucina c’è un piattone di ceci conditi con sale e rosmarino. Tira fuori dalla ghiacciaia una magnum di champagne Dom Pérignon Vintage del 2010. Qui succede qualcosa di speciale. Lui si diverte con il solito ghigno, gli occhi grandi, neri: «Stasera avrei dovuto avere un incontro galante ma la donna che doveva raggiungermi non mi ha più chiamato. Sai che ti dico? Fanculo, ce la beviamo noi…».
