Andrea Romizi con Nilo Arcudi in aula (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

Nonostante i banchi del consiglio e quelli della giunta fossero pieni, lunedì pomeriggio Nilo Arcudi sullo scranno di presidente dell’assemblea è parso politicamente solo. In aula c’è il pubblico delle grandi occasioni: da Libera alla Cgil fino alla Società di mutuo soccorso e a tanti curiosi venuti ad assistere. La trattazione delle normali pratiche consiliari, come ovvio, passa in secondo piano; in primis c’è da parlare dell’indagine sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Umbria. In tutto a Palazzo dei Priori il dibattito sull’inchiesta che ha lambito la politica è durato 64 minuti rimanendo, in rapporto alla gravità dei fatti, solo sulla superficie delle cose tanto che molti di quelli che hanno assistito alla seduta, alla fine, scuotono la testa, salvano solo pochissimi interventi («quasi tutti – dicono – si sono limitati al compitino») e pongono dubbi sulla creazione di una commissione di inchiesta simile a quella del consiglio regionale.

ARCUDI: INTERVENTO INTEGRALE IN CONSIGLIO

Linea attendista La giornata a Palazzo è iniziata di buon mattino con una riunione tra i capigruppo di maggioranza, Arcudi (non indagato così come gli altri politici citati dagli arrestati) e il sindaco Andrea Romizi. I piani vanno separati: sul presidente del consiglio la linea, in sintesi, è quella attendista emersa in aula; per il resto, nessuna minimizzazione e unanime via libera alla proposta del centrosinistra di istituire una commissione di inchiesta, sul modello di quella che sarà a breve riattivata a Palazzo Cesaroni. Il tutto in un dibattito che non deraglia mai e che rimane costantemente su toni pacati e sobri. E il senso di come le parole siano state scelte e misurate, e che la seduta non fosse di quelle routinarie, lo comunica anche il fatto che tutti gli intervenuti hanno letto un testo preparato in precedenza.

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Parla il sindaco Romizi impiega 16 minuti a leggere il suo. Il sindaco spiega i contenuti dell’inchiesta, ringrazia l’ex questore Francesco Messina e l’ex dirigente della Squadra mobile Marco Chiacchiera e ricorda che «lo Stato ha dimostrato di avere gli strumenti e le capacità necessarie a difenderci». Poi echeggiano le parole dell’ex assessore Francesco Calabrese, che su Facebook si è scagliato contro la retorica degli anticorpi: Romizi ha richiamato tutte le componenti cittadine «a tenere alta la guardia» e a capire che c’è bisogno di «una nuova consapevolezza», sottolineando che non ci sono «anticorpi forti e dati una volta per sempre». Poi il sindaco ha allontanato da sé ogni ombra, dicendosi amareggiato per aver visto il suo nome tirato in ballo negli atti dell’inchiesta da uno dei coinvolti, il quale avrebbe «mangiato insieme al sindaco» pare per discutere di ipotetiche alleanze con Casapound.

FOTOGALLERY: AULA GREMITA

Serve unità «La circostanza non corrisponde al vero», ha attaccato Romizi, «e ignoro chi siano i soggetti». Il sindaco ha sottolineato di non aver mai voluto l’alleanza con la lista di estrema destra e, a proposito della foto che lo ritrae in un bar in cui si festeggiavano i 50 anni di attività accanto a uno degli arrestati, ha spiegato che «nel solo 2018 ho avuto 1.810 appuntamenti, e ho partecipato a 70 pranzi istituzionali e oltre 500 tra cene, eventi, matrimoni e sagre: ma di che parliamo?». Romizi ha rimarcato di «aver sempre combattuto la criminalità e tutto ciò che precede il malaffare», chiedendo unità al consiglio («non disperdiamo le energie») e ricordando che, tra costituzioni di parte civile e protocolli con la Prefettura, il Comune «ha avviato azioni importanti».

Arcudi Poi arriva il passaggio politicamente centrale, quello che riguarda i nomi dei politici tirati in ballo, e in particolare quello di Arcudi: «Ciò non può che creare allarme e profonda preoccupazione» e, nonostante non siano indagati, «va affermata la assoluta necessità e doverosità da parte di questo consiglio e dell’Amministrazione tutta – ha detto Romizi – di attivarsi nelle forme più consone e adeguate, con tutto il rigore che è d’obbligo, onde garantire che l’integrità dell’istituzione non possa neanche minimamente venire intaccata». Insomma, se il presidente si facesse da parte non verrebbero alzate di certo barricate. Il tono del sindaco è grave, mentre la voce di Arcudi, intervenuto poco dopo per leggere un breve intervento, si rompe almeno in un paio di occasioni. Il presidente dell’assemblea parla di «illazioni vergognose», di non aver mai chiesto o ricevuto alcuno sostegno e che «nessuno degli indagati ha avuto mai con me un contatto, ottenuto mai da me un incontro per chiedere o ottenere favori». «Possiamo rispondere di ciò che facciamo – ha aggiunto – non anche di quello che terzi millantano impunemente su di noi».

Mai voto di scambio Poi Arcudi ha tirato in ballo la sua storia personale: «Penso sinceramente di pagare in questa circostanza semplicemente il fatto di essere calabrese. Ma la Calabria non è solo terra di mafia». L’ex psi ha voluto ricordare il padre amministratore minacciato e sotto tutela e l’ansia della famiglia («questa è per me la ‘ndrangheta»), tenendo a precisare che nel corso del tempo ha «con estrema prudenza selezionato e monitorato» le persone che gli chiedevano appuntamenti: «Ho ricevuto migliaia di voti – ha concluso – senza che mai fossero oggetto di scambio». Prima di Arcudi a intervenire è stata Sarah Bistocchi che, in mattinata, aveva anticipato al presidente al sindaco ciò che avrebbe detto in aula. La capogruppo dem ha chiesto «un passo indietro» ad Arcudi «a garanzia di tutti», sottolineando «il salto di qualità» fatto dalla ‘ndrangheta che, dopo aver infiltrato il tessuto economico, vorrebbe «influenzare il voto politico e le istituzioni». Tutti motivi per cui ha ribadito la necessità di istituire una commissione e di mandare «segnali chiari verso l’esterno». «Questa – ha aggiunto – non è una seduta ordinaria e non possiamo far finta di nulla. Nilo dimostrerà la sua estraneità ma serve un passo indietro nell’interesse dell’assise comunale. La città ci guarda, non deludiamola».

Il dibattito La proposta verrà appoggiata da tutti in modo bipartisan. La capogruppo del M5s Francesca Tizi non ha attaccato Arcudi («prescindiamo dalle vicende giudiziarie e personali»), ma ha chiesto al sindaco e alla maggioranza «un atto di responsabilità». L’eco delle parole di Calabrese si è sentito distintamente anche nell’intervento di Francesco Vignaroli, capogruppo di Progetto Perugia: «Gli anticorpi non vanno dati per scontati» ha detto prima di parlare dei problemi dell’economia, della crisi «che espone le persone in stato di bisogno all’attecchimento delle mafia» e della «necessità di tutelare l’assoluta integrità delle istituzioni». Il forzista Cagnoli invece, oltre a esprimere «rispetto verso Arcudi» ha detto «no al linciaggio mediatico», ricordando che «Perugia viene sopra tutto e tutti: abbiamo totale fiducia nel sindaco, qualunque sia la decisione». L’avvocato Michele Nannarone, FdI, ha sottolineato che la vicenda va affrontata «in maniera decisa, ma anche con una buona dose di cautela, perché si toccano principi fondamentali costituzionalmente garantiti», mentre il capogruppo leghista Mattioni ha sostenuto che la lotta alle infiltrazioni mafiose passa soprattutto attraverso una specifica programmazione. La linea della maggioranza dunque, che non ha certo difeso a spada tratta Arcudi, è dunque quella di aspettare alcune settimane e far decantare la situazione, ma il presidente dell’assemblea è parso politicamente più solo rispetto a pochi giorni fa e tutto questo tempo alla fine potrebbe anche non esserci.

Twitter @DanieleBovi

 

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