Il comandante provinciale dell'Arma, Giovanni Fabi

di Enzo Beretta e Ivano Porfiri

Dall’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni all’incarico di comandante provinciale di Perugia. Quindici anni vissuti nell’ombra per Giovanni Fabi, 53 anni, già comandante del reparto antiterrorismo del Raggruppamento operativo speciale di Roma.

Torna in Umbria, dove ha diretto la Compagnia di Foligno e la sezione anticrimine del Ros.
«E’ un gradito ritorno a casa nonostante il mio documento di identità indichi Roma come luogo di nascita e la mia cadenza tradisca un accento lombardo perché sono cresciuto a Como. E’ il mio primo incarico da comandante provinciale, è un ruolo di grande prestigio che comporta onori e oneri. Sostituire un cavallo di razza come Paolo Piccinelli non sarà semplice».

A distanza di tempo viene ancora ricordato a Foligno perché mise a segno l’unico arresto della ricostruzione post-sisma.
«E’ vero, arrestammo un ingegnere. Arrivai a Foligno subito dopo il terremoto del ‘97. Ho un debole per la Valnerina e ho già vissuto quei problemi. Su scala diversa oggi potrebbero presentarsi le stesse criticità di allora. Dove ci sono flussi di denaro c’è sempre il rischio che qualche malintenzionato si insinui e brindi perfino dinanzi alle catastrofi intravedendo la grande occasione. Noi siamo qui proprio per rendere la vita difficile agli sciacalli».

Che impressione le fa indossare nuovamente la divisa, come non avveniva dal lontano 2002, quando approdò al più efficiente reparto investigativo italiano?
«Non ho mai indossato granché l’uniforme pur essendomi sempre sentito parte integrante dell’Arma. In ogni modo l’ho sempre portato con gioia. Se fino a ieri schivavo le macchine fotografiche ora non posso più farlo, speriamo non siano in troppi a riconoscermi…».

In quali ambiti c’è maggiormente da lavorare a Perugia?
«Non ho la presunzione di conoscere questa provincia come vorrei. Dal 2006 al 2011 ho avuto un osservatorio sicuramente privilegiato ma al Ros era un incarico di nicchia. Abbiamo portato avanti indagini complesse su gruppi di anarchici, sulle infiltrazioni dei Casalesi, poi quella estremamente impegnativa su Guido Bertolaso e la ‘Cricca del G8’. All’anticrimine di Napoli invece comandavo 120 uomini e ci siamo concentrati sul business di Michele Zagaria. Ora, forte di quelle esperienze, dovrò occuparmi anche di altri problemi come i furti, le truffe agli anziani, prestando attenzione al fenomeno dei flussi migratori».

Senza dubbio Lei, comandante, è uno dei massimi esperti di antiterrorismo in Italia. Quanto preoccupa il fenomeno?
«La minaccia antiterrorismo è una priorità. Dopo essermi arruolato nel lontano 1986 ed essermi tolto qualche soddisfazione con l’equitazione sono andato nel 2000 a dirigere la Compagnia aeroporti a Roma Fiumicino dove ho vissuto l’11 settembre in un contesto dove la sicurezza aerea ha vissuto una mini-rivoluzione. A livello centrale la minaccia terroristica viene monitorata con estremo rigore. Posso affermarlo con certezza poiché me ne sono occupato personalmente fino a qualche giorno fa. Garantisco che l’attenzione è massima. Vengono raccolte segnalazioni e indicazioni dalle intelligence di tutto il mondo, il network si prende cura anche degli angoli più sperduti del pianeta. Purtroppo è impossibile dire che possiamo dormire sonni tranquilli in quanto il fenomeno dei lupi solitari disgraziatamente esiste. C’è chi prende un coltello e si getta nella folla, chi confeziona una bomba e chi si fionda con un furgone contro la gente. Sono tutte possibilità difficili da evitare che si insinuano nelle maglie della prevenzione. Però certe mine vaganti pronte a passare all’azione le abbiamo disinnescate: penso al ‘perfetto jihadista’ Sakher Tarek preso a Genova o al ‘pugile dell’Isis’ Moutaharrik bloccato a Milano».

E in Umbria?
«Il problema terrorismo viene monitorato con attenzione e trattato in occasione di tutte le manifestazioni pubbliche. In Umbria ce ne sono tante e perfino durante le sagre paesane vengono chiesti piccoli sacrifici alla collettività. Qualche rinuncia è necessaria per la tranquillità di tutti e bisogna imparare a conviverci. E’ nostro compito non farla avvertire troppo alla gente. Quando prendo la metropolitana a Milano e vedo assembramenti di gente non ho paura ma il pensiero che possa accadere qualcosa, in quell’istante, diversamente da prima, mi viene».

Parliamo delle truffe.
«All’esterno c’è la convinzione che ci si possa approfittare del buon atteggiamento degli umbri verso il prossimo. Recentemente abbiamo arrestato un truffatore a Ponte San Giovanni. Da parte nostra garantiamo il massimo impegno. Devo dire però che in certe truffe un napoletano non cascherebbe mai. A Secondigliano c’era un truffatore che diceva di venire a ‘lavorare’ a Perugia ma questo si verifica proprio perché il livello d’allerta è basso».

In questi anni di crisi sono aumentati anche i furti. Lo scollamento che la popolazione avverte con le Istituzioni spesso trova nelle divise l’unico appiglio.
«Metterò tutto ciò che abbiamo. Mezzi e cuore. Cercando sempre di stare vicino alla gente. Certo, non siamo Nembo Kid e dobbiamo misurarci con i nostri limiti, perciò chiedo scusa in anticipo se non risulteremo adeguati alle aspettative ma ce la metteremo tutta per non deludere mai. In queste settimane stiamo ricompattando la squadra perché è in corso un turn-over e presto arriveranno i nuovi comandanti della Compagnia di Perugia e del Norm».

Come sono i rapporti con la magistratura?
«Sono di importanza strategica e irrinunciabili. Sia a livello di Procura che di Procura generale abbiamo personalità di primissimo piano e metto la mia esperienza al loro servizio. Ho trascorso gli ultimi 15 anni a braccetto con le autorità giudiziarie di tutta Italia, vorrei continuare a offrire il mio contributo».

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