E’ l’ostello Il Quadrifoglio, di proprietà della Provincia di Perugia, la struttura prescelta per ospitare 30 profughi nordafricani nel Comune di Fossato di Vico. Gli immigrati, già sul posto, sono stati salutati stamani dal presidente della Provincia di Perugia Marco Vinicio Guasticchi e dal sindaco di Fossato Mauro Monacelli. Presente anche il responsabile del centro destinato all’accoglienza sulla base della regia complessiva del Centro di Protezione Civile che ha smistato, in collaborazione con le prefetture e le forze dell’ordine, tutte le strutture messe a disposizione da Caritas, Arci ed Enti Locali.
Ospitalità e accoglienza «L’iniziativa rientra – è detto in una nota della Provincia – in un quadro di ospitalità e di cultura dell’accoglienza espressa da Regione, Province e Comuni che, con gli altri organismi, hanno attivato una rete di solidarietà per far fronte all’emergenza profughi. La Provincia vuole offrire il proprio aiuto con la struttura messa a disposizione e con altri mezzi: tra questi il supporto della Polizia provinciale e la messa a punto, laddove necessario, di strumenti di formazione professionale».
Donate felpe e magliette «La Provincia – è detto ancora – ha voluto esprimere il proprio senso di accoglienza, di ospitalità e di solidarietà che va ad integrarsi con le attività di gestione dei centri di accoglienza e con l’attività delle associazioni di volontariato. Sentimenti di ringraziamento sono stati espressi dal sindaco di Fossato di Vico all’Amministrazione provinciale per la presenza attiva in questa vicenda: presenza che testimonia la vicinanza delle istituzioni all’operato di solidarietà che questo piccolo Comune ha messo in atto e testimonia anche la sinergia tra enti che offre, come sempre, risultati positivi. Il presidente ha fatto dono di magliette e felpe ai profughi ospitati».
Marini: potremmo accoglierne fino a un massimo di 800 La presidente della Regione Catiuscia Marini, rispondendo ad una interrogazione di Franco Zaffini (Fli), è intervenuta martedì mattina in Consiglio regionale sul tema dell’accoglienza dei profughi in Umbria. «L’Umbria – ha affermato la presidente – accoglierà 328 immigrati che hanno raggiunto l’Italia a seguito della crisi nordafricana. Secondo quanto concertato nei vari tavoli promossi dal Governo nazionale, in accordo con le istituzioni locali, l’Umbria potrebbe accogliere fino a un massimo di 800 unità, qualora il numero di arrivi a livello nazionale raggiungesse la soglia dei 50mila (ora sono 20mila). Si sono scelte soluzioni alternative alla realizzazione di strutture provvisorie, tipo le tendopoli, o campi provvisori, favorendo invece e valutando la possibilità di proposte di gestione sul territorio dell’accoglienza dei cittadini immigrati, cui partecipano oltre alle istituzioni locali la Ceu, la Caritas e forze del volontariato. Potremo garantire un’accoglienza in sicurezza perché tutte le operazioni di identificazione e controllo dei cittadini immigrati sono svolte dalle forze dell’ordine, sotto il coordinamento della Prefettura di Perugia».
Zaffini parzialmente soddisfatto Questa in sintesi – riferisce una nota della Regione – la risposta della presidente all’interrogazione del capogruppo di Fli, che chiedeva di riportare nella «sede appropriata del Consiglio regionale» e non solo attraverso dichiarazioni sulla stampa «come avvenuto finora», l’impegno della Regione per una crisi ”che ha ancora dimensioni gestibili, ma di cui è difficile prevedere gli sbocchi futuri. Anche in considerazione del fatto che tra i molti che hanno lo status di ‘rifugiati’, alto potrebbe essere il numero dei clandestini». Zaffini – prosegue la nota – si è dichiarato «purtroppo parzialmente soddisfatto» ed ha sottolineato il fatto che la presidente non ha risposto ad alcune sue richieste: «Non abbiamo capito dove verranno ospitati i rifugiati»; «non si sa come agiremo nei confronti dei clandestini».
La questione del Cie «Abbiamo capito – ha aggiunto – che la presidente Marini non vuole che sia realizzato in Umbria un Centro di identificazione e espulsione (Cie), mantenendo in Umbria questa assurdità, perché è necessario un luogo dove ospitare degnamente, civilmente gli immigrati clandestini in attesa che vengano identificati e avviate le procedure di rimpatrio». Rispetto a quest’ultima sollecitazione del consigliere Zaffini la presidente Marini aveva ribadito la contrarietà dell’Umbria ad un Centro di identificazione ed espulsione ricordando che anche nella recente visita del ministro degli interni Maroni, in occasione del Patto per la sicurezza di Perugia, «la soluzione Cie era stata esclusa per la piccola dimensione dell’Umbria e per il numero limitato di migranti in rapporto alle cifre in assoluto». Zaffini rispetto a queste osservazioni ha replicato che la scelta di un Cie «sarebbe invece coerente con una linea di condotta civilissima, che fin qui ha tenuto la Regione, ma che soprattutto hanno tenuto gli umbri per tolleranza, ospitalità e civiltà nell’affrontare un problema che riguarda noi e ormai l’intera Europa».




Nel leggere questi articoli mi vengomno in emnte alcuni articoli apparsi sui giornali dei trattamenti riservati agli Italiani e che riporto sotto.
Apparso sul messaggero
Morire da precario, una fine tristissima, nella più completa indigenza: nessun aiuto, nessun conforto, se non quello delle persone più vicine e più care, nessuna speranza, solo tanto dolore, quello di una donna e di due bambini. Ieri a Mascioni di Campotosto si sono svolti i funerali di L.P., 42 anni, moglie e due figli, laurea in chimica, ricercatore per anni all’Università di Roma, da qualche tempo precario all’Arta, l’Agenzia regionale per la Tutela ambientale. L.P. se n’è andato in poco tempo, aggredito da un male terribile che lo ha strappato alla vita e alle persone care ancora nel vigore degli anni. Una vita spezzata, come tante altre. Ma al dolore suo e di chi gli stava vicino si sono aggiunti altra tristezza, altro disincanto. L.P., precario nella vita, lo è diventato ancora di più mentre si avvicinava alla fine dei suoi giorni. Da quando è stato costretto a restarsene a casa per curarsi e perché le forze lo abbandonavano, non l’hanno più pagato. Non vieni a lavorare, non hai diritto al magro stipendio mensile che ti permette di tirare avanti con tua moglie e i tuoi figli, non ne hai diritto perché sei precario.
L.P. se n’è andato tra l’indifferenza delle cosiddette istituzioni che non hanno alzato un dito per aiutarlo a morire serenamente. Tra l’indifferenza di quanti oggi si sbracciano per i lavavetri, per i mendicanti, per i rom, i clandestini, che si riempiono la bocca di parole vuote e di solidarismo. Ieri la vedova ha chiesto aiuto a quei pochi che assistevano alla messa funebre, perché diversamente non avrebbe potuto pagare il funerale del compagno della sua vita, del padre dei suoi figli. Che immensa, indescrivibile tristezza.
Altrta considerazione del Sindaco di Fabriano
Con l’aumento della cassa integrazione, il brusco stop al rinnovo di contratti a termini e la situazione generale di incertezza – spiega Sorci – è chiaro che occorre porre in essere misure ad hoc per mantenere la coesione sociale». In effetti, se gli italiani arrivati dal sud sembrano pronti a considerare l’ipotesi di un trasferimento o, addirittura, di un ritorno nelle proprie regioni nel caso in cui la situazione lavorativa dovesse diventare problematica, gli extracomunitari non paiono proprio prendere in esame questa eventualità. «Questo perché spesso nello loro nazioni la situazione è ancora più difficile».
Altro articolo apparso sul messaggero
Senza denaro, senza affetti e oltretutto malato. Si tratta di un giovane pescasserolese sottoposto qualche mese fa a un delicato intervento chirurgico. Ora necessita di alcune terapie intensive ma purtroppo non ha soldi per potersi recare nelle varie strutture specializzate. Un’infanzia trascorsa con la madre sofferente di gravi turbe psichiche che ha condizionato in modo determinate la sua crescita, un fratello strappato dal suo affetto e affidato a una famiglia pescarese. Una casa alquanto disagiata, fredda, piena di umidità. Non si nutre, il giovane trentenne, non dorme e non è in grado di condurre una vita che rientra nella norma, a causa della sua debole condizione psicofisica. Il dramma è che “chi di competenza” ha chiuso più volte gli occhi di fronte a questo problema, che dura da oltre 20 anni, anziché analizzarlo per poi risolverlo in modo determinante.