A Berlino basta aprire una mappa per sapere quali alberi hanno bisogno d’acqua, vedere quanta pioggia è caduta e controllare se qualcuno è già intervenuto. I cittadini possono scegliere una pianta, adottarla e registrare ogni annaffiatura. L’esperienza si chiama «Gieß den Kiez», letteralmente «innaffia il quartiere», ed è partita nel maggio 2020 per coordinare l’intervento dei residenti con le attività del Comune. Oggi la piattaforma mostra centinaia di migliaia di alberi stradali e presenti nelle aree verdi, con informazioni sulla specie, sull’età e sul fabbisogno idrico stimato. La versione più recente del sistema dichiara oltre 962 mila alberi mappati.
L’idea è semplice. Nei periodi di caldo e siccità, gli alberi urbani soffrono e i servizi comunali non sempre riescono a intervenire con la frequenza necessaria. Una parte del lavoro può essere svolta dai cittadini, a condizione che le attività siano coordinate. La mappa di Berlino usa i dati del catasto comunale degli alberi, aggiornati periodicamente, le precipitazioni rilevate dal servizio meteorologico tedesco e la posizione delle pompe pubbliche, ricavata da OpenStreetMap. Per ogni pianta viene stimato il fabbisogno d’acqua. Chi la annaffia può indicare quando è intervenuto e quanta acqua ha utilizzato. La piattaforma tiene conto delle precipitazioni degli ultimi trenta giorni e delle annaffiature segnalate, così da offrire un’indicazione sulla necessità di ulteriori interventi.
Non è un sistema di sensori che misura in tempo reale l’umidità del terreno. È una mappa interattiva alimentata da dati pubblici, stime e contributi degli utenti. Il colore associato a ciascun albero aiuta a capire quali piante richiedano attenzione e quali siano già state annaffiate. L’indicazione va letta come uno strumento di orientamento, non come una diagnosi agronomica. Specie, età, dimensioni, posizione, ombreggiamento e condizioni del suolo incidono sul fabbisogno effettivo. La piattaforma accompagna quindi il cittadino, ma non sostituisce la valutazione dei tecnici né la manutenzione affidata al Comune.
Il progetto ha superato i confini di Berlino. Lipsia ha adottato il codice sorgente e ha sviluppato «Leipzig gießt» nel 2021; Magdeburgo ha seguito nel 2023. La diffusione è proseguita anche attraverso iniziative pubbliche e gruppi locali. Nel febbraio 2024, secondo i dati pubblicati dal progetto berlinese, gli utenti attivi erano più di 3.700, gli alberi adottati circa 7.800 e l’acqua registrata nelle annaffiature aveva superato 1,9 milioni di litri. Sono cifre riferite a quella data. Ma mostrano la capacità del modello di trasformare una disponibilità individuale in un’attività collettiva e tracciabile. Nel luglio 2025, inoltre, diverse città tedesche hanno partecipato alla prima giornata nazionale dedicata all’annaffiatura degli alberi, con interventi registrati su una mappa comune.
Il passaggio decisivo è che il progetto non richiede di costruire da zero un’applicazione proprietaria. Il codice di «Gieß den Kiez» è open source, pubblicato con licenza MIT, e può essere adattato da altre amministrazioni. La stessa organizzazione berlinese mette a disposizione documentazione e indicazioni operative e offre anche supporto per l’implementazione. Per avviare una versione locale servono soprattutto un catasto degli alberi utilizzabile in formato digitale, dati meteorologici, un sistema per raccogliere le segnalazioni e un’organizzazione capace di coinvolgere i cittadini. La parte informatica è replicabile; la qualità dei dati, la manutenzione della mappa e la costruzione di una comunità attiva richiedono invece un lavoro specifico in ogni città.
È qui che entra in gioco Perugia. Il capoluogo umbro dispone già di una parte consistente delle informazioni necessarie e ha alle spalle esperienze che potrebbero essere messe a sistema. Il Comune indica circa 305 aree verdi, 40.700 alberi censiti nei parchi e nelle aree verdi e altri 7.800 lungo i principali viali. Numeri che descrivono una base di partenza, ma che andrebbero verificati per aggiornamento, copertura e possibilità di utilizzo digitale prima di trasferirli in una piattaforma pubblica.
Un precedente utile è il progetto europeo Life Clivut, che ha coinvolto il Comune, il dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’Università di Perugia, scuole e associazioni. Attraverso una web app, studenti e partecipanti hanno contribuito al censimento delle piante e al monitoraggio dei loro cicli di crescita. Sono state realizzate anche aree fenologiche, destinate a osservare le relazioni tra sviluppo delle piante e condizioni climatiche. L’esperienza ha quindi già messo in contatto patrimonio arboreo, conoscenze scientifiche e partecipazione.
A questo si aggiunge il progetto europeo Parks, avviato nel 2026 con Perugia nel ruolo di coordinamento di una rete di città. L’iniziativa punta a trasferire e migliorare pratiche di gestione partecipata del verde, coinvolgendo amministrazioni, cittadini, scuole, professionisti e imprese. È un ulteriore elemento da cui partire per costruire una proposta concreta: non soltanto una mappa da consultare, ma uno strumento attraverso cui i residenti possano assumersi un compito circoscritto, verificabile e condiviso.
Perugia potrebbe dunque candidarsi a essere la prima città umbra, e in Italia, a sperimentare un sistema di questo tipo. La prima scelta potrebbe non essere quella di mappare subito tutta la città, ma più realisticamente, di avviare un progetto pilota in uno o due quartieri. Acquisire quindi esperienze di contesto valide a diffondere con maggiore efficacia l’esperienza in altre aree cittadine.
La sperimentazione potrebbe concentrarsi sulle alberature più esposte al caldo, sui giovani alberi e sulle strade dove l’ombra è limitata. Prima di partire, sarebbe necessario selezionare i dati comunali, verificare che ogni pianta sia identificabile e localizzata correttamente, integrare le informazioni sulle piogge e definire criteri comprensibili per stimare il bisogno d’acqua.
L’app consente la possibilità che si attivino alert sulle piante che hanno maggiore necessità d’acqua, orientando i volontari verso quelle zone piuttosto che altre. Chi provvede all’irrigazione aggiorna la appa con la quantità d’acqua somministrata a quella determinata pianta.
Una prima versione potrebbe mostrare la posizione degli alberi, la specie e l’età quando disponibili, le annaffiature già registrate e le indicazioni sulle piante che richiedono attenzione. I cittadini potrebbero ‘adottare’ una o più alberature, inserire la quantità d’acqua utilizzata e ricevere indicazioni pratiche su come annaffiare senza sprechi. La presenza di fontanelle o pompe pubbliche, dove esistenti e utilizzabili, aiuterebbe a rendere l’attività più accessibile.
Il progetto avrebbe anche una funzione di educazione ambientale. Una persona che si prende cura dell’albero davanti a casa o lungo il percorso per andare al lavoro può imparare a riconoscere le specie, osservare gli effetti della siccità e capire perché le esigenze di una pianta giovane sono diverse da quelle di un esemplare adulto. La registrazione delle annaffiature permette inoltre di evitare, per quanto possibile, interventi duplicati e di indirizzare l’attenzione verso le piante meno seguite. Il Comune potrebbe consultare i dati per individuare le aree dove l’aiuto volontario è più frequente e quelle che restano scoperte. La partecipazione non sostituirebbe il servizio pubblico: lo affiancherebbe, lasciando all’amministrazione la responsabilità della gestione e ai tecnici le decisioni che richiedono competenze specifiche.
Per rendere il sistema più affidabile, Perugia potrebbe aggiungere alla formula tedesca una componente scientifica strutturata. L’Università e gli esperti del verde potrebbero definire criteri locali per stimare il fabbisogno idrico, distinguere le piante per specie ed età e valutare l’effetto di esposizione, suolo e condizioni climatiche. Nei quartieri pilota si potrebbero confrontare le segnalazioni dei cittadini con sopralluoghi periodici, misurazioni selettive dell’umidità del terreno e controlli sullo stato delle piante. Sarebbe così possibile capire quanto le stime della piattaforma corrispondano alle condizioni osservate e correggere il modello. Non occorre dotare ogni albero di un sensore: la misurazione scientifica può riguardare un campione di piante, mentre la mappa resta uno strumento operativo aperto alla cittadinanza.
Il risultato andrebbe valutato dopo una o due stagioni calde, misurando non soltanto il numero di utenti e di annaffiature, ma anche la copertura dei quartieri, la regolarità degli interventi, la quantità d’acqua impiegata, la qualità delle segnalazioni, le condizioni degli alberi osservati, la corrispondenza in termini di salute del verde tra quanto dichiarato e quanto rilevato. Sarebbe importante definire in anticipo le regole per l’uso dei dati, la moderazione delle segnalazioni e la gestione delle informazioni non aggiornate. E servirebbero indicazioni chiare per evitare sprechi, danni alle piante o l’uso improprio di acqua potabile quando sono disponibili alternative idonee.
La sperimentazione perugina potrebbe infine diventare un riferimento per gli altri comuni umbri. Le condizioni di partenza, però, non sono uguali ovunque. In una graduatoria basata sulle informazioni pubbliche già disponibili e sulla loro vicinanza alle funzioni richieste, dopo Perugia si colloca Terni, che dispone di un geoportale con una mappa del verde pubblico e di una «mappa verde» dedicata agli interventi sul patrimonio urbano. Il passo da compiere sarebbe passare dalla rappresentazione di parchi, giardini e interventi alla disponibilità di dati aggiornati sui singoli alberi, con attributi utilizzabili per stimare il bisogno d’acqua.
Orvieto viene subito dopo per la consistenza del lavoro di censimento: il Comune ha comunicato di avere mappato oltre 4.000 alberi e di voler estendere ulteriormente la rilevazione. L’attività nasce soprattutto per la gestione e la sicurezza del patrimonio arboreo. Per trasformarla in una piattaforma di annaffiatura servirebbe integrare le schede esistenti con informazioni sul fabbisogno idrico, sulle precipitazioni e sulle cure effettuate, oltre a renderle disponibili in un formato utilizzabile dal sistema.
Foligno dispone di una ricognizione delle aree verdi comunali, che comprende parchi, giardini scolastici, aree sportive e verde stradale, per una superficie complessiva dichiarata di oltre 678 mila metri quadrati. È una base utile per scegliere le prime zone d’intervento, ma la mappatura delle superfici non sostituisce un censimento georeferenziato dei singoli alberi. La priorità sarebbe quindi costruire un inventario arboreo digitale e collegarlo alla cartografia esistente.
A Città di Castello il censimento e il monitoraggio sono in corso da anni. Nel triennio 2022-2024 il Comune ha georeferenziato e sottoposto a controlli specifici 484 alberi, mentre dal 2025 è partito un nuovo ciclo per ampliare le schede e proseguire le verifiche. La presenza di dati localizzati rappresenta un punto di partenza, ma occorre capire quale parte del patrimonio sia già censita, con quali informazioni e se i dati possano essere riutilizzati per una mappa pubblica.
Gubbio potrebbe partire da un ambito più circoscritto. Al parco Ranghiasci è stato completato il censimento dei 520 alberi presenti nell’area. Un parco delimitato sarebbe adatto a una prima prova, soprattutto per verificare il funzionamento delle schede, il coinvolgimento dei cittadini e il rapporto tra annaffiature registrate e condizioni delle piante. Per passare dal parco alla città occorrerebbe estendere progressivamente il censimento e predisporre dati meteorologici e strumenti per la partecipazione.
Anche Spoleto può valorizzare le attività già avviate sul verde e sulla biodiversità, a partire dal progetto pilota alla Spoletosfera, mentre altre amministrazioni potrebbero candidarsi dopo aver verificato la consistenza e l’accessibilità dei rispettivi censimenti. In tutti i casi la condizione di partenza è la stessa: sapere dove si trova ogni albero, disporre di informazioni sufficienti per stimarne le esigenze e rendere possibile la registrazione degli interventi.
La differenza tra un progetto che resta una mappa e uno che diventa un servizio sta nella capacità di collegare dati, amministrazione e cittadini. Berlino dimostra che una piattaforma aperta può rendere visibile un bisogno quotidiano e trasformarlo in un’attività condivisa. L’Umbria a partire da Perugia sarebbe una realtà che non inizia da zero. Anche comuni più piccoli come ad esempio Monte Castello di Vibio e altri presentano premesse di sensibilità e operatività. Il fatto poi di indicare come unità di intervento primaria il quartiere potrebbe rendere più agevole il progetto, initamente al fatto che diverse realtà associative e culturali, si sono fatte carico della sfida del verde, dotandosi si di passione ma anche di scienza e ricerca.


