di Chiara Fabrizi
Non succedeva dal 1990, ma il paragone non è affatto calzante. Sì, perché ventidue anni fa il razionamento idrico fu disposto a settembre e non alla terza settimana di giugno, nonostante l’inferiore numero di pozzi e una portata delle sorgenti decisamente superiore. E la certezza dei rubinetti a secco dalle 22 alle 6 fino a nuovo ordine spaventa, terrorizza. Non è chiaro quanto tempo dovrà passare, ma soprattutto quanta acqua dovrà cadere, prima che la situazione torni a stabilizzarsi, tant’è che alla Vus nessuno se la sente di escludere il protrarsi della sofferenza idrica fino al mese di ottobre, forse addirittura novembre. Un’ipotesi che apre scenari allarmanti, crea apprensione, e talvolta anche panico, tra cittadini, esercenti, specie se titolari di bar, ristoranti, panifici, e pure agricoltori.
Si rischia di rimanere senza acqua Da tre stagioni le precipitazioni latitano (-60%), i serbatoi sono completamente vuoti, i consumi crescono di pari passo con le temperature e la portata delle sorgenti si è ridotta del 40%. Il rischio concreto, inutile negarlo, è quello di non riuscire a garantire le forniture non solo nelle ore notturne ma anche in quelle diurne. Ufficialmente nessuno lo ammette ma la task force Vus-Ati che giovedì si è presentata ai giornalisti la dice lunga sulla gravità della situazione. A ricostruire la recente storia siccitosa del comprensorio c’erano tutti, dal presidente Vus Giorgio Dionisi al geologo Antonio Verdacchi, dal direttore dei servizi a rete Bruno Papini al numero uno del servizio idrico Romano Menechini, passando per Fausto Galilei direttore dell’Ati3.
Invocata l’ordinanza sull’emergenza idrica Ma arrivati a questo punto i tecnici e gli esperti di soluzioni da mettere sul tavolo ne hanno ben poche. Maggio e giugno sono fisiologicamente i mesi dell’abbondanza, settembre e ottobre quelli della sofferenza, razionare l’acqua a partire dal 20 giugno significa ipotecare la fornitura per lungo tempo, salvo precipitazioni consistenti. Certo, chiudere i rubinetti permette ai serbatoi di rifocillarsi, ma la risorsa continua a non esserci e l’unica parziale via di fuga potrebbe essere rappresentata da infrastrutture di fortuna, come i tre chilometri di tubature a cielo aperto che potrebbero permettere di sfruttare una sorgente recentemente individuata a Sant’Anatolia. Ma servono risorse e rapidità. Motivo per cui gli inquilini di palazzo Donini sono da più parti invocati a firmare l’ordinanza sull’emergenza idrica che snellirebbe, questo il punto, le lunghe pratiche burocratiche previste per interventi del genere.
Raffica di controlli E anche se nel frattempo dalle fontane monumentali e non nelle ore diurne continua a sgorgare acqua, i sindaci si stanno affrettando uno dietro l’altro a firmare ordinanze per vietare l’utilizzo della risorsa idropotabile per lavare auto, riempire piscine, annaffiare orti e quant’altro. Contestualmente, con il supporto della centrale di telecontrollo Vus che segnala consumi insoliti, sono stati potenziati i servizi di monitoraggio sui territori ed emesse le prime sanzioni. Ma da più parti la gestione dell’annunciatissima crisi idrica appare a dir poco tardiva.
Baristi e ristoratori preoccupati «Come è possibile – si chiedono i titolari di locali pubblici ma anche semplici cittadini – che si parli di crisi idrica da almeno tre mesi e le ordinanze vengano emesse solo il giorno stesso dell’avvio del razionamento? Non si poteva prevenire?» Ad alzare la voce contro un metodo giudicato «approssimativo» sono soprattutto baristi, ristoratori e albergatori che, giocoforza, stanno rapidamente cercando di organizzarsi per non risentire anche dalla crisi idrica.



A quelli della VUS toccherebbe raziona’, lo stipendio!