Quanti morti si sono già contati, quanti se ne prevedono, i salvataggi in corso sotto le macerie, quelli possibili e quelli no, e ancora la tecnologia in arrivo che finora è mancata, le persone irraggiungibili dai familiari e i dispersi. Sono soltanto alcuni degli aspetti che vengono chiariti quando è sufficiente il tempo per i primi bilanci attendibili. Ma insieme a queste ci sono altre informazioni che possono essere di forte interesse anche a ben più distanti latitudini. Ad esempio le differenze rilevabili tra il terremoto del Venezuela e quelli dell’Umbria come anche la tecnologia che avrebbe salvato diverse persone in Venezuela, e cioè gli alert di Google, come funzionano e diversi perchè collegati. Ma andiamo per ordine.
Il terremoto più rilevante in epoca recente è la sequenza sismica del 2016–2017 nell’Italia centrale, che ha colpito duramente anche l’Umbria. Le scosse principali hanno raggiunto magnitudo tra 5.0 e 6.5, con effetti molto gravi su Norcia, Amatrice e le aree appenniniche umbre e marchigiane. Dal punto di vista sismologico, i terremoti dell’Umbria e quelli del Venezuela recente si collocano su due livelli di energia molto diversi.
I principali eventi umbri degli ultimi decenni rientrano nella fascia tra magnitudo 4.0 e 6.5, tipica della sismicità appenninica. Si tratta di terremoti legati a faglie crostali superficiali, con ipocentri generalmente tra 5 e 15 km di profondità. Questo tipo di sismicità produce scosse forti ma relativamente “localizzate”, anche se nel caso del 2016 la sequenza è stata lunga e complessa.
Il caso del Venezuela, invece, riguarda due eventi principali tra magnitudo 7.2 e 7.5, quindi circa 10 volte più energetici rispetto a un Mw 6.5 e oltre 30 volte rispetto a un 5.5. La profondità è risultata molto superficiale (circa 10–20 km), caratteristica che aumenta drasticamente la distruttività.
In termini pratici: i recenti terremoti conosciuti in Umbria “forti” (5.5 – 6.5) può causare danni gravi ma generalmente concentrati in aree limitate; quello venezuelano di magnitudo 7.5 genera un rilascio energetico nettamente superiore e un’area di distruzione molto più ampia, soprattutto se superficiale e vicino a centri abitati.
Un altro elemento chiave è la densità edilizia e la vulnerabilità degli edifici: in Umbria le costruzioni sono in larga parte state adeguate dopo le normative antisismiche successive agli anni ’80 e ’90, mentre in contesti come quello venezuelano la vulnerabilità strutturale media è più elevata, e questo amplifica gli effetti di eventi di magnitudo superiore
A oltre 48 ore dal sisma l’ultimo bilancio diffuso dalle autorità parla di 235 morti accertati e i feriti oltre 4.300, ma il numero è destinato ad aumentare. Circa 200 persone risultano identificate come intrappolate negli edifici crollati, mentre è molto più difficile quantificare i dispersi: oltre ai canali ufficiali della Croce Rossa e della Protezione civile, sono stati creati portali online, come «Desaparecidos Terremoto Venezuela», che raccolgono decine di migliaia di segnalazioni di persone con cui i familiari hanno perso i contatti. Si tratta però di un dato indicativo, perché le difficoltà nelle comunicazioni e i blackout rendono impossibile distinguere con certezza chi sia realmente disperso.
Il sisma è stato provocato da due forti scosse registrate a meno di un minuto di distanza: la prima di magnitudo 7.2 e la seconda di magnitudo 7.5, entrambe con ipocentro superficiale. Secondo il Servizio geologico degli Stati Uniti (Usgs), la seconda è la scossa più potente registrata in Venezuela dal 1900.
I danni maggiori si concentrano nello Stato di La Guaira, sarebbe la zona dell’aeroporto centrale della capitale Caracas, dove sono crollate decine di edifici e risultano danneggiate o distrutte circa 250 strutture, tra cui almeno otto ospedali, la sede della Croce Rossa venezuelana e l’ambasciata francese. La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, disposto la chiusura delle scuole e dell’aeroporto internazionale Simón Bolívar, sospeso i trasporti pubblici nella capitale e interrotto la distribuzione del gas per prevenire esplosioni. In diverse zone persistono inoltre blackout e interruzioni della rete idrica.
Sul fronte internazionale è in corso una vasta mobilitazione. La Federazione internazionale della Croce Rossa ha avviato un’operazione che durerà diversi mesi e ha inviato un primo carico di 17 tonnellate di aiuti umanitari, parte di una missione complessiva da almeno 40 tonnellate. Gli Stati Uniti hanno annunciato un pacchetto di assistenza da 150 milioni di dollari, con squadre specializzate nella ricerca e soccorso e la sospensione di alcune sanzioni per consentire al governo venezuelano di utilizzare più rapidamente risorse economiche per l’emergenza. Ai soccorsi partecipano anche le Nazioni Unite e numerosi Paesi, tra cui Messico, Colombia, Brasile, Ecuador, Panama, Francia, Spagna, Italia, Svizzera e Germania, mentre l’organizzazione World Central Kitchen ha iniziato la distribuzione di pasti alle persone sfollate e Papa Leone XIV ha disposto una donazione di 100 mila euro per le prime necessità.
Intanto numerose risultano le testimonianze raccolte tra persone che dichiarano di essersi messe in salvo grazie a un alert nel telefono. Occorre una premessa: un terremoto non può essere previsto. Su questo la comunità scientifica è concorde: oggi non esiste alcuna tecnologia in grado di dire con anticipo quando, dove e con quale intensità avverrà una scossa. È però possibile avvisare le persone alcuni secondi prima che arrivino le onde più distruttive. È questo è quanto fa Android Earthquake Alerts (Aea), il sistema sviluppato da Google insieme ai sismologi dell’Università della California a Berkeley e ad altri centri di ricerca internazionali, tra cui i ricercatori Richard Allen e Marc Stogaitis. Dopo anni di sperimentazione, i risultati sono stati pubblicati nel 2025 sulla rivista scientifica Science.
Il funzionamento si basa su una tecnologia già presente in quasi tutti gli smartphone Android: l’accelerometro, il sensore che normalmente serve a ruotare lo schermo o a contare i passi. Quando il telefono è fermo, ad esempio su un tavolo, questo sensore riesce a rilevare anche le deboli vibrazioni provocate dalle prime onde di un terremoto. Se molti telefoni della stessa zona registrano contemporaneamente lo stesso movimento, i dati vengono inviati in forma anonima ai server di Google, che in pochi attimi verificano se si tratta davvero di un evento sismico, ne stimano l’epicentro, la magnitudo e le aree che saranno raggiunte dalle onde più intense, inviando automaticamente un’allerta agli smartphone interessati.
Il sistema non prevede il terremoto: la scossa è già in corso. Sfrutta invece il fatto che le onde P, le prime a propagarsi, le meno distruttive, viaggiano a circa 5-8 chilometri al secondo, mentre le onde S, responsabili della maggior parte dei danni, arrivano poco dopo. È proprio questo intervallo di tempo a consentire l’invio dell’allarme.
L’anticipo dipende esclusivamente dalla distanza dall’epicentro. A cinque chilometri praticamente non esiste alcun margine; a dieci chilometri l’avviso può arrivare con uno-tre secondi di anticipo; a venti chilometri con tre-otto secondi; a cinquanta chilometri con dieci-venti secondi; a cento chilometri con venti-quaranta secondi; oltre i duecento chilometri si può arrivare anche a circa un minuto. Nei terremoti realmente osservati da Google sono stati registrati avvisi fino a un minuto prima nelle Filippine, mentre durante il sisma che ha colpito la Turchia nel 2025 molte persone hanno ricevuto l’allerta da pochi secondi fino a circa venti secondi prima dell’arrivo delle onde più forti.
Chi si trova molto vicino all’epicentro, invece, spesso non riceve alcun avviso oppure lo riceve quando la scossa è già iniziata. Non è un limite del software, ma della fisica: il terremoto si propaga più velocemente del tempo necessario per rilevarlo, elaborare i dati e trasmettere la notifica.
Secondo lo studio pubblicato su Science, nei primi tre anni di funzionamento il sistema ha rilevato mediamente oltre 300 terremoti al mese, inviato circa 18 milioni di notifiche mensili, è operativo in 98 Paesi e raggiunge circa 2,5 miliardi di persone. Circa l’85% degli utenti intervistati ha dichiarato che l’allerta è stata utile.
La ricerca continua per migliorare ulteriormente il sistema. Gli obiettivi principali sono rendere gli accelerometri più sensibili, distinguere meglio le vibrazioni provocate da traffico o lavori stradali, ridurre i falsi allarmi, stimare la magnitudo in tempi ancora più rapidi e integrare sempre di più i dati degli smartphone con quelli delle reti sismiche tradizionali e dell’intelligenza artificiale. Google ha già dichiarato di aver ridotto sensibilmente l’errore nella stima iniziale della magnitudo rispetto alle prime versioni. Resta comunque qualche limite: il sistema funziona meno bene nelle aree con pochi telefoni Android e, seppur raramente, può generare falsi allarmi, come accaduto in Brasile nel 2025, quando il servizio fu temporaneamente sospeso per perfezionare gli algoritmi.
Molti si chiedono perché il sistema non sia ancora disponibile in Italia. Il motivo non è tecnologico. Il nostro Paese dispone già di una delle reti sismiche più avanzate al mondo, gestita dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), ma un sistema ufficiale di allerta dovrebbe essere integrato con l’Ingv, il dipartimento della Protezione civile, gli operatori telefonici e i produttori di smartphone, oltre a essere validato scientificamente. Un falso allarme potrebbe creare panico. Ma una allerta mancata potrebbe essere molto peggio.
Google, inoltre, non attiva automaticamente il servizio ovunque. Nei Paesi che dispongono già di sistemi nazionali, come Giappone, Messico, Taiwan e la costa occidentale degli Stati Uniti, Android utilizza le reti governative. Negli altri casi il servizio viene attivato solo dove esistono le condizioni tecniche e normative necessarie e un numero sufficiente di smartphone per garantire un rilevamento affidabile.
Per quanto riguarda gli utenti, dove il servizio è operativo è generalmente attivo di default sui telefoni Android più recenti, pur potendo essere disattivato dalle impostazioni. Nei Paesi in cui il sistema non è ancora disponibile, invece, la funzione può comparire nelle impostazioni ma non è utilizzabile.
Al momento non esiste alcun annuncio ufficiale sull’arrivo del sistema in Italia né una data per la sua attivazione. Se sarà adottato, è probabile che avvenga attraverso una collaborazione tra Google, Ingv e Protezione civile. Anche senza poter prevedere i terremoti, pochi secondi di anticipo possono infatti essere sufficienti per mettersi al riparo, allontanarsi da una finestra, fermare un ascensore, rallentare un treno o interrompere in sicurezza attività particolarmente delicate.
