Il presidente del Perugia Massimiliano Santopadre (foto F.Troccoli)

di Mario Mariano

In neppure cento giorni di presidenza le decisioni sono arrivate a raffica. Massimiliano Santopadre, 41 anni (come il suo predecessore alla guida del Perugia, Roberto Damaschi), divide onori ed oneri con Gianni Moneti, imprenditore nella distribuzione di derrate alimentari, dal 14 marzo scorso. Tra festeggiamenti istituzionali (Palazzo dei Priori, foto e discorsi con il sindaco Wladimiro Boccali e l’assessore allo sport Liberati) e partecipazioni ad eventi di solidarietà (visita al Residence Chianelli per portare conforto e solidarietà a chi combatte partite ben più difficili di quelle calcistiche), Santopadre deve trovare il tempo per programmare assieme all’altro presidente, Gianni Moneti, il Perugia del futuro.

«A Gianni ho cambiato nome e cognome, per me lui è Mario Monti. Sì, lo chiamo proprio come il presidente del Consiglio perché non si arrabbia mai, perché raramente si lascia trasportare dai sentimenti forti. Io sono più sanguigno, meno diplomatico. Ma è proprio per questo che ci integriamo, che possiamo durare a lungo alla guida del Perugia».

Proprio sicuro che lei è il tipo che non litiga con nessuno? Quando entra in tackle, la sensazione è che se non prende il pallone salta la caviglia.

«Lo ripeto: molti si sorprendono perché io e Moneti, pardon Monti, andiamo d’accordo pur essendo molto diversi. Allora gliela dico tutta: andremo d’accordo per forza, perché la nostra è una società di capitali, sappiamo bene come si sudano i guadagni e non abbiamo nessuno dei due voglia di buttare via i soldi».

Si riferisce alla gestione del contratto del tecnico Battistini e a quello che discuterete prossimamente con Clemente?

«L’ho detto e lo ripeto: nell’incontro di Fiano con l’allenatore abbiamo parlato di tanti argomenti con l’intenzione reciproca di arrivare ad un accordo. Se avessimo deciso di non confermarlo gli avrei detto di non venire. So di aver spiazzato molti, i più, ma so anche di aver fatto gli interessi del Perugia, della mia azienda e di quella di Gianni, pardon Mario (sic)».

VIDEO E FOTO: SQUADRA E SOCIETA’ RICEVUTE DAL SINDACO

A proposito di aziende: cosa è veramente la Frankie Garage? Lei saprà che le illazioni si sprecano, il «pissi-pissi» sostiene che i suoi capi di abbigliamento si producono lontano dall’Italia.

«Lei pensa che mi sarei esposto così tanto, che mi sarei permesso di uscire allo scoperto in tv, sul web, sui giornali se avessi qualche cosa da nascondere? Io chiacchiericci sul mio conto non ne ho sentiti né a Perugia né altrove, non ho difficoltà a dire che il fatturato della mia azienda è di alcune decine di milioni di euro e che il 90% dei capi della Frankie Garage vengono lavorati in Turchia. Il restante 10% in Cina. Sfido chiunque a fare commenti meno che positivi su questa strategia, il miglior cotone al mondo si trova in Turchia. Quanto alla Cina, lì come in Italia, esistono fibre di prima scelta o di qualità scadente. Le linee di produzione sono due, una per i bambini, l’altra per i giovani fino ai 30 anni. La crisi c’è, ma non voglio né posso lamentarmi. Anche la linea di abbigliamento sportivo è partita con risultati confortanti».

Il suo socio Moneti però ha lanciato strali «contro quattro pezzenti che offendono la dignità degli attuali presidenti del Grifo, con calunnie ed insinuazioni di bassa lega». Queste affermazioni le ha fatte domenica sera dopo la vittoria della Supercoppa.

«Io non rispondo per ciò che dice lui, forse certe cavolate le ha sentite direttamente o gliele hanno riferite. Al posto suo comunque non me la sarei presa più di tanto. La gente di Perugia ha buon fiuto, è prudente, non si sbilancia mai a caso: forse ha capito che noi due siamo persone serie che vogliono fare bene e che conoscono il valore del denaro. Posso solo dire che per amore di questa città ho macinato più chilometri in questi ultimi mesi che negli ultimi cinque anni, tanto è vero che ho deciso di farmi accompagnare da un dipendente per stancarmi di meno».

A casa sua cosa dicono dell’impegno così pressante nel Perugia calcio?

«I miei figli, Giordano di 16 anni e Alessandro di 13, amano il calcio: il più grande gioca nelle giovanili della Roma, l’altro in una squadra del nostro quartiere. Del calcio invece non interessa proprio nulla a mia moglie Laura: lei è innamorata del suo lavoro e della famiglia. Da quasi un anno mi ripete come un disco: “Ricordati che hai una famiglia”».

E’ noto che la sua squadra del cuore, quella per la quale tifa fin da ragazzo , è la Roma: nei panni degli americani avrebbe licenziato Luis Enrique?

La risposta non arriva subito , sembra quasi voglia dire un «sì» d’impeto, ma poi prevale il buonsenso: «Diciamo che hanno fatto bene a chiudere il campionato senza stravolgimenti e a decidere, società ed allenatore di comune accordo, per l’interruzione del rapporto».

Tante presenze in città e non solo ovviamente nei week-end: cosa le piace di Perugia e dei suoi cittadini?

«Della città tutto, veramente tutto. Fino ad oggi con la gente non ho avuto problemi di sorta, avverto di essere stato accolto senza pregiudizi, sia dai tifosi sia da chi allo stadio non viene più, ma di calcio si interessa eccome. Tutti a dirmi che Perugia è una città difficile, ma io non ho trovato grandi difficoltà. Lo dico in punta di piedi, perché mi rendo conto che meno di un anno è poco per farsi una idea precisa della piazza nella sua globalità».

Dovesse mandare un saluto al suo predecessore, Roberto Damaschi, cosa gli direbbe?

«Semplicemente un “ciao Roberto, hai visto, anche Gianni ed io ultimamente stiamo andando spesso, un po’ troppo, sui giornali ed in tv, ma dopo i festeggiamenti rientriamo nei ranghi”».

Postilla finale: dopo Arcipreti e Battistini, quante possibilità di un accordo ci sono per il contratto di Clemente?

«Sono fiducioso. Clemente ha la testa sulle spalle, sa capire l’interlocutore, conosce il calcio nei dettagli ed ama davvero la città e la squadra. Tutti presupposti per parlare con grande pacatezza del suo futuro e di quello del Perugia».

Presidente, il sorriso di un gruppo vincente e di un allenatore che ha raggiunto l’obbiettivo della riconferma non era così luminoso, lei ne conosce il motivo?

«Posso immaginarlo, dispiace anche a me e lo dico con sincerità, ma certe decisioni vanno prese nell’interesse generale, un dirigente non deve farsi coinvolgere dai sentimentalismi».

Il riferimento è ai tagli che hanno colpito l’allenatore Mirco Barbetta e il preparatore Luca Boncompagni, tagli ufficializzati mercoledì pomeriggio dalla società. Santopadre e Moneti hanno voluto così e Battistini, seppur a malincuore, ha dovuto accettare di fare a meno del primo collaboratore che ha raccolto assieme ad Arcipreti paure e speranze di queste ultime stagioni.

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