di Paolo Coletti*
Come scrivevo già un anno fa su queste colonne, il fenomeno della desertificazione bancaria non è un’emergenza improvvisa, ma una deriva strutturale e ampiamente prevedibile. A distanza di dodici mesi, i numeri confermano spietatamente l’aggravamento del quadro: secondo il terzo Rapporto Uilca «L’impatto della desertificazione bancaria sugli italiani 2025», tra il 2020 e il 2025 la rete bancaria umbra ha perso ben 83 sportelli, passando da 392 a 309 filiali, con una contrazione del 21,2 per cento e una media costante di oltre 1,4 sportelli chiusi al mese.
Nello stesso periodo i comuni umbri effettivamente serviti da una banca sono scesi da 75 a 59 su 92, un crollo del 21,3 per cento. Circa un terzo dei municipi della regione è oggi completamente desertificato. Circa 53.000 residenti sono privati di qualsiasi accesso fisico ai servizi finanziari, in aumento di 5.000 persone, un più 10 per cento, nel solo ultimo anno. Altri 24 comuni sopravvivono con un solo sportello: l’anticamera della desertificazione totale.
Ed ecco la conferma più tempestiva e icastica che si potesse immaginare. Proprio mentre stavo scrivendo, il 6 agosto, la Regione Umbria ha sottoscritto con Anci Umbria e i sindacati di categoria l’ennesimo protocollo d’intesa sulla desertificazione bancaria: un protocollo quadriennale, valido cioè fino al 2030, con un «Tavolo del credito» da istituire entro sei mesi e un nuovo Osservatorio regionale da affiancare a quelli già attivi a livello nazionale.
È lo schema che si ripete identico da anni: si firma, si monitora, si tabella. Nel frattempo gli sportelli continuano a chiudere a un ritmo di uno al mese. Chi nutre ancora dubbi sul fatto che i tavoli regionali, da soli, raramente bastino a produrre risultati concreti in tempi rapidi, ha un esempio calzante sotto gli occhi, datato 6 agosto 2026. Non vorrei essere una Cassandra, ma la storia recente di tavoli analoghi non lascia ben sperare: tra sei mesi, quando il Tavolo del credito dovrebbe insediarsi, sapremo se questo scetticismo era fondato.
L’home banking ha rivoluzionato per sempre il modo di essere banca e di erogare servizi. Mantenere mura fisiche e strutture tradizionali è diventato del tutto impraticabile ed economicamente insostenibile al di sotto di determinate soglie di utenza. Una banca quotata in borsa risponde innanzitutto ai propri azionisti e alla sostenibilità del proprio conto economico: pretendere che mantenga cattedrali di cemento antieconomiche per svolgere una funzione di presidio sociale è una pia illusione, e nessun protocollo firmato a Palazzo Donini cambierà questa equazione.
C’è tuttavia un dato ancora più emblematico e paradossale che emerge dall’ultimo Osservatorio First Cisl/Fondazione Fiba: in Umbria l’utilizzo dell’internet banking è persino in arretramento, sceso dal 60 al 56 per cento della popolazione. È la smentita empirica dell’illusione che il canale digitale possa miracolosamente, da solo e dall’oggi al domani, assorbire la chiusura delle filiali. Quando la rete fisica scompare senza un’adeguata alfabetizzazione, l’utente non migra all’online: si arresta, si disorienta e perde il contatto con il sistema finanziario formale.
Persino Poste Italiane, pur avendo un mandato di servizio pubblico, si vede costretta a contrarre orari e prestazioni nei piccoli centri. È la dimostrazione plastica che nessuno, nel lungo periodo, può sfuggire al vincolo della sostenibilità economica.
La tecnologia rimane tuttavia la leva fondamentale: è al contempo uno strumento sostitutivo dei vecchi canali e il più grande alleato per creare modelli d’offerta prima impensabili. L’innovazione consente infatti di abbattere i costi fissi d’immobile e gestione, ponendo le basi per soluzioni che possano raggiungere il necessario pareggio di bilancio. Nessun istituto privato farà mai attività in perdita; solo l’efficienza tecnologica può rendere un servizio marginale di nuovo sostenibile.
Il problema della desertificazione colpisce in modo selettivo ed esasperato la popolazione più anziana, e in particolare coloro che non hanno accanto familiari più giovani in grado di fare da «interfaccia digitale». Per questa fascia di cittadini, il contante e il contatto umano non sono un capriccio, ma una necessità quotidiana.
Non sorprende dunque che il Rapporto Uilca registri in Umbria un indice di insoddisfazione dei cittadini pari al 90 per cento: il 63,8 per cento segnala che la vicinanza di una filiale condiziona la propria propensione a investire, il 62,6 per cento che la presenza stessa di una banca influisce sulla scelta di vivere in un territorio. A livello nazionale, l’86 per cento degli intervistati considera la chiusura degli sportelli un fattore che aumenta l’esposizione a truffe e raggiri.
È qui che si misura la differenza tra la protesta sterile e la visione. L’ho già scritto un anno fa e lo confermo: la risposta operativa più concreta è la banca su camper, la «Banca in movimento». Un mezzo mobile protetto, interconnesso e ad alta tecnologia. Opera a calendario settimanale. Tocca i borghi sprovvisti di servizi nei giorni di maggior afflusso. Azzera i costi d’immobile e mantiene in equilibrio il conto economico, erogando comunque la risorsa essenziale: il contante e l’assistenza a chi ne ha davvero bisogno.
Non solo: un modello flessibile di questo tipo offre agli istituti di credito l’opportunità di centrare reali ed effettivi obiettivi ESG (Environmental, Social, Governance). Garantire l’inclusione finanziaria dei soggetti fragili e il contrasto al depauperamento sociale dei territori permette alle banche di soddisfare i parametri della sostenibilità «Social» nei confronti delle agenzie di rating e degli investitori istituzionali, trasformando un potenziale debito reputazionale in un asset strategico, senza per questo intaccare i saldi di bilancio.
Un approccio scientifico e razionale sulle politiche pubbliche richiede il coraggio di guardare i dati senza lenti ideologiche. Ed è proprio quello sguardo onesto, non la rassegnazione, a imporre una distinzione: c’è chi confonde il presidio bancario con la sopravvivenza di un borgo, e chi capisce che il primo è conseguenza della seconda, non il contrario.
Uno sportello non tiene in vita un paese privo di tessuto economico e di giovani che vi restano, così come non basta a farlo un ufficio anagrafe. È la stessa logica, del resto, che vale per l’autonomia municipale dei micro-comuni: senza base economica reale, nessuna soglia demografica o presidio istituzionale regge da solo.
La tecnologia non può resuscitare un’economia che non c’è. Ma può fare qualcosa di altrettanto importante: gestire con dignità ed efficienza la transizione di chi in quei borghi continua a vivere, garantendo i servizi essenziali senza sprecare risorse pubbliche in strutture vuote e destinate comunque a chiudere.
Di fronte a questa crisi, la politica spesso si trincera dietro al vincolo di bilancio o alla mancanza di competenze dirette sul settore bancario privato. È una scusa comoda: il vero limite della classe dirigente locale non è la scarsità di risorse finanziarie o normative, ma la totale mancanza di visione.
Cosa può fare allora la politica? Molto sul piano della regia, pochissimo su quello dell’imposizione. E qui va chiarito un equivoco: aiutare le banche a essere presenti non significa sussidiarle. Sostenere una filiale fissa in perdita è un costo pubblico travestito da presidio sociale, destinato comunque a fallire. Abbattere i piccoli ostacoli che gravano su un servizio mobile (suolo pubblico, occupazione spazi, accesso a energia e connettività) è tutt’altro: è togliere attrito a un modello che può reggersi da solo.
La differenza è tra pagare una struttura permanente in perdita e permettere a un servizio flessibile di raggiungere il pareggio. Invece di convocare l’ennesimo tavolo e attendere sei mesi per istituirne un altro, la politica locale deve agire da facilitatore. Eliminare i balzelli locali per chi porta servizi mobili. Mettere a disposizione infrastrutture di ricarica e connettività sicura nei piazzali comunali. Creare un quadro d’incentivi logistici semplice, che renda conveniente per gli istituti operare sul territorio. Questo si può fare in mesi, non in anni.
Considerando la storia degli ultimi anni, la desertificazione bancaria non si batte con i ricorsi al prefetto o con i protocolli d’intesa. Si affronta accettando le regole del mercato e applicando soluzioni d’avanguardia per non lasciare indietro nessuno.
Tavoli, osservatori e cabine di regia restano utili per analizzare il fenomeno, ma da soli non bastano a invertirlo: se ci si ferma a questo, tra un anno rischiamo di scrivere lo stesso pezzo con gli stessi numeri peggiorati e un altro protocollo appena firmato. L’unica vera tutela per i cittadini e per i territori passa per la capacità di pensare fuori dagli schemi, mettendo la tecnologia e la creatività al servizio delle persone.
*Paolo Coletti è un manager, docente e analista con un’esperienza poliennale nella direzione di progetti complessi e nell’innovazione di processo per grandi imprese. Esperto di geopolitica e intelligenza artificiale, è autore di saggi sulla leadership etica, coniuga la visione strategica aziendale con lo studio dei nuovi scenari della geoeconomia moderna.
