di Daniele Bovi
Spostare i Comuni umbri come in una partita di Risiko o evitare, tramite l’emendamento Agostini, che il territorio di una regione coincida con quello dell’unica Provincia sopravvissuta (quella di Perugia), sono buone «soluzioni tampone» ma niente più. A sostenerlo è il professor Francesco Clementi, docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia ed editorialista de Il Sole 24 Ore. Nel corso di una conversazione con Umbria24 sulle conseguenze del provvedimento, approvato venerdì dal governo, che taglia e accorpa le Province italiane, Clementi invita ad andare più a fondo e a porre sul tavolo la questione vera, quella della costruzione di un’Italia Mediana.
L’Italia Mediana «Ora – dice – ci vuole coraggio. Tutto è difendibile e le soluzioni proposte da Gianluca Rossi e da Mauro Agostini sono corrette e intelligenti, ma il tema vero è quello dell’Umbria come regione mediana. L’uscita da un processo che può essere vissuto come la compressione di una storia, non è quella disegnata da soluzioni di corto respiro. Bisogna aprire con Roma e con le regioni limitrofe all’Umbria la questione dell’unione macroregionale: la classe dirigente umbra convochi un’assemblea vera dell’Italia Mediana dove il taglio delle Province non sia un tema di piccolo cabotaggio ma un ragionamento su come realizzare quel progetto». Il punto di partenza del discorso di Clementi è semplice: l’Umbria è una regione troppo piccola, nelle dimensioni e nei numeri. «Bisogna dire la verità all’elettorato: il sistema umbro – spiega Clementi – è troppo piccolo per reggersi e le aziende chiudono anche perché mancano le dimensioni di scala». Un tema, quest’ultimo, «che affronti meglio quando sei più grande, quando puoi contare su bandi di gara macroregionali e non “microprovinciali” e quando c’è un’interdizione più ridotta della politica, una naturale maggiore trasparenza in ragione di un mercato più ampio, riducendo al tempo stesso i costi del consociativismo, che rappresenta da sempre uno dei fattori di crescita del debito pubblico. Insomma un’alleanza più grande con un progetto forte, costruito per essere competitivo in una logica europea. Perché non basta la massa critica in sé, così come diviene sempre più difficile spiegare oggi le funzioni delle Province. Serve che essa sia in funzione di qualcosa di più grande. Insomma, mi aspetto un moto vero della classe dirigente umbra verso il futuro, senza fare semplicemente, in modo introflesso, puro “catenaccio” contro il presente».
Risiko ed emendamenti In attesa di aprire un discorso di questo tipo, il Cal dell’Umbria e la Regione, devono affrontare le conseguenze del taglio della Provincia di Terni. La prima soluzione è il grimaldello proposto da Mauro Agostini: «L’emendamento è intelligente – dice Clementi – e coglie la questione: il fatto che il governo voglia semplificare è corretto e molto condivisibile perché il Paese è troppo frammentato e ha troppi livelli istituzionali, ma una sola Provincia che coincide con il territorio della Regione è un qualcosa che si tiene poco. Al tempo stesso, la proposta da parte di Rossi di spostare Comuni come nel Risiko è altresì una soluzione efficace per tamponare il problema ma, alla lunga, non risolve il punto di fondo: quello di un’Umbria che può davvero crescere solo se diviene un punto nodale di un sistema interregionale. Il mio –lo ribadisco- è un invito quindi a tutta la classe dirigente umbra, che da tempo ha posto in Umbria il tema dell’Italia Mediana, ad alzare la testa e a guardare al futuro, valorizzando tanto il ruolo dei comuni e soprattutto delle città in una logica poliarchica quanto il futuro di questo territorio regionale in prospettiva europea.».
Rebus referendum In questa sorta di «modello concertativo orizzontale», in vista di una decisione verticale, pensato dal governo che coinvolge Cal e Regioni, c’è poi il rebus del referendum: «I Cal – osserva Clementi – sono soggetti non elettivi ma composti da eletti e, nel momento in cui fanno un’operazione “costituente” come questa, si pone un problema: noi cittadini di Spoleto, poniamo, giudichiamo legittimo il fatto di essere mossi su una mappa senza poter esprimere la nostra opinione? Io credo che un referendum locale servirebbe, ci vuole una certificazione dei cittadini che rafforzerebbe le scelte prese. Se vuole, nello spirito –ancorché non obbligatorio- dell’art. 133 della Costituzione».
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