di Daniele Bovi
Il Cuore Verde domenica si è tinto di rosso, ma stavolta l’eredità politica del fu Pci-Pds-Ds non c’entra nulla. Il rosso è infatti il colore che ha caratterizzato la campagna del No, uscita vittoriosa anche in Umbria dove in primis va sottolineata l’altissima affluenza alle urne per un voto dai molti significati. In tutta la regione hanno impugnato la matita copiativa oltre 496 mila umbri, il 73,5 per cento degli aventi diritto, quinto risultato a livello nazionale dove gli elettori delle regioni del sud hanno partecipato meno rispetto a quelli del centro nord. Mai negli ultimi 26 anni, quando in tutto gli italiani sono stati chiamati 14 volte a esprimersi con un referendum su uno o più quesiti, in Umbria (e in generale nel resto d’Italia) è stata registrata una affluenza così alta se si eccettua il 1993, quando oltre l’81 per cento andò al voto per dire no, anche sull’onda di Tangentopoli, al finanziamento pubblico ai partiti.
Umbria rossa In confronto al resto del paese, dove la sconfitta in primis di Renzi è di dimensioni clamorose, in Umbria la forbice è più contenuta: il No ottiene infatti il 51,2 per cento contro il 60 per cento nazionale, e in provincia di Perugia la situazione è ancora più equilibrata (49,8 i Sì), mentre in quella di Terni il gap è più ampio dato che quelli che hanno deciso di bocciare la riforma costituzionale sono stati il 54 per cento. Sempre che la definizione abbia ancora un senso, il risultato umbro si inserisce in un contesto, quello delle più o meno ex regioni rosse, dove il Sì ha ottenuto buoni risultati: nella patria di Renzi, la Toscana, ha ottenuto il 52,5 per cento e nell’Emilia Romagna il 50,37 per cento (nelle Marche invece il No ha vinto con il 55 per cento); queste, insieme al Trentino, le uniche regioni dove i sostenitori della riforma sono prevalsi.
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I risultati A conti fatti dunque il Sì ha conquistato in Umbria il quarto risultato a livello nazionale riuscendo a vincere, come mostra chiaramente la mappa realizzata da Umbria24, solo in alcune zone della regione e cioè a Perugia, nell’area del Trasimeno, in quella del Marscianese, nel nord ovest e in alcuni comuni dell’Orvietano. Tutto il resto dell’Umbria, a parte qualche sporadico caso, è rosso. In tutto i comuni dove la maggioranza degli elettori si è espressa in modo positivo sulla riforma sono 37 contro i 55 nei quali a passare è stato il No. A Perugia la partita è stata serrata e poco dopo le 23, quando nella sede regionale del Pd erano sopratutto i numeri del capoluogo quelli che affluivano, sembrava che il match potesse avere anche un altro esito rispetto a quello degli exit poll. Una speranza per i dem durata poco dato che mano a mano che entravano i dati degli altri comuni la vittoria del No si faceva sempre più chiara. Alla fine, a Perugia, saranno 1.800 circa i voti di scarto.
LA MAPPA INTERATTIVA CON TUTTI I RISULTATI
Nei Comuni Vittorie un po’ più larghe a Città di Castello (52 per cento), Gubbio (53,3 per cento), Castiglione del Lago (57 per cento), Città della Pieve (54,4 per cento), Panicale (55,5 per cento), Torgiano (51,3 per cento), San Giustino (53,4 per cento) e Umbertide (53,3 per cento). Nel resto dell’Umbria come detto, a partire da Terni dove i No sono stati il 54 per cento, la riforma non passa così come accade in alcuni comuni terremotati come Norcia (55 per cento) e Cascia (53 per cento), dove le affluenze sono state tra le più basse, mentre a Preci, altro territorio gravemente danneggiato, a imporsi sono i sì (53 per cento). No anche in altre importanti città umbre come Spoleto (52 per cento), Foligno (55 per cento), Assisi (53,8 per cento) Orvieto (52,3 per cento), Todi (53 per cento) e Narni (51,5 per cento); città, le ultime due, dove per il Pd ci saranno a primavera i test più importanti della prossima tornata amministrativa. Il record il No lo raggiunge a Lugnano in Teverina (oltre il 64 per cento) e il Sì nella piccolissima Poggiodomo (67 per cento).
Renzi sconfitto Politicamente il primo sconfitto, e in modo clamoroso viste le dimensioni non preventivabili alla vigilia, è Matteo Renzi insieme al suo governo che avevano contro sostanzialmente tre poli su quattro e un Pd indebolito dalle divisioni. Il voto ha rappresentato qualcosa di più forte e profondo di un ‘semplice’ sì o no alla riforma costituzionale, della quale probabilmente in molti neppure conoscevano i contenuti: quello di domenica è stato un sì o un no su Renzi, se vogliamo grande testimonial di entrambi i fronti come tutte le figure dominanti di una stagione. Una sconfitta, aggravata da un’alta affluenza alle urne che le conferisce una dimensione politicamente ancora più significativa, della quale proveranno a raccogliere i frutti in molti, a partire dal centrodestra e soprattutto dal M5S, intenzionato come la Lega di Salvini ad andare quanto prima alle urne con l’Italicum, legge elettorale criticata dai pentastellati ma che calza loro a pennello.
Rimescolamento Quanto alla galassia a sinistra del Pd, è ovvio il tentativo di intestarsi un pezzo di vittoria ma da qui alla nascita di un progetto politico la strada pare lunga e complicata. La sconfitta di Renzi avrà ripercussioni profonde sotto molti punti di vista, anche all’interno del Pd che probabilmente riunirà martedì la Direzione per l’analisi del voto. Il 60 a 40 di domenica potrebbe dare il via a un rimescolamento interno degli equilibri, Umbria compresa, con una domanda che complice il congresso alle porte (rumors insistenti parlano della possibilità di una candidatura da parte del Giovane turco Andrea Orlando) dopo il voto occupava già più di un conciliabolo: che fine faranno ora i renziani della seconda, terza o quarta ora?
Twitter @DanieleBovi
