di Daniele Bovi
Analisi del voto: parte 2. In diretta testuale dalla sede regionale del Partito democratico gli interventi della Direzione del Pd. Nella prima parte a farla da padrone il rinnovamento e il Movimento 5 stelle.
17.50 Valerio Marinelli: «La prima parola che dico è orgoglio, la decisione di eleggere Boldrini e Grasso è giusta e importante, non è cambiamento solo estetico, chiarisce anche che non c’è possibilità di larghe intese o governissimi. È scelta che ha grande consenso nel paese e che disarticola il Movimento 5 stelle, manteniamo questo profilo. La seconda è unità, occhio a non suicidarci visto che siamo molto bravi a farlo. Pd deve seguire percorso di innovazione, ci hanno percepiti come vecchi perché abbiamo dato l’idea di essere il partito delle tasse e della spesa pubblica. Più percepiti come moderazione, tranquillizzazione più che modernizzazione. Abbiamo visto che non si vince pescando i voti al centro ma coagulando i radicalismi. Il rinnovamento è indispensabile ma non sufficiente, serve revisione della forma partito, fare le cose vecchie con modi nuove, riorganizzare la partecipazione e assumere profilo di alternativa. Qui in Umbria significa cambiare modello che non è riformabile, è da sostituire. Poi c’è l’autonomia del partito, c’è bisogno di autonomia perché un partito non vive nelle istituzioni se prima non vive nelle società. S Grillo approfondiamo le analisi, non cavalchiamo la demagogia ma recuperiamo capacità di visione e di progetto, a come incrociare i mondi che anno parte della nostra società».
18.08 Lorena Pesaresi: «riflettere in modo rigoroso è il primo compito che dobbiamo darci. Ho la sensazione che esistano solo tanti gruppi e partiti che si incontrano ma dentro un partito che non è mai nato. Campagna elettorale tra tesserati, senza intercettare chi non la pensa o non la pensa più come noi, non siamo riusciti a penetrare nel cuore delle persone. Perdere in Umbria il 12% dei consensi significa anche questo. Dobbiamo partire da qui per capire il terremoto che è successo. C’è il disgusto verso chi fa politica. E poi pensiamo ai beni comuni che per le gerarchie pd non sono mi pare una priorità, il Pd non sembra in grado di capirle e di metterle al centro del programma. La nostra proposta di cambiamento si è ridotta all’austerità e al lavoro. Forse se gli otto punti li avessimo declinati in campagna elettorale forse i cittadini ci avrebbero capiti di più. Anche le primarie e come sono state governate hanno influito in Umbria».
18.16 Carlo Emanuele Trappolino: «Dobbiamo fare i conti con una sconfitta che è anche l’effetto dei limiti soggettivi di tutti noi, non solo dello spirito del tempo. Il risultato ci consegna anche una responsabilità. Bersani ha avanzato una proposta intelligente, ma in questo sentiero stretto ci dobbiamo muovere affinché questo governo di combattimento possa trovare una sua composizione. Il congresso sarà appuntamento per ripensare e rifondare un partito che ha tradito la sua missione, un partito che oggi si trova a fare i conti con una analisi sbagliata: abbiamo sostenuto dei tecnici, abbiamo colto elementi di criticità che attraversavano il nostro paese ma nel voto sono stati travolti tutti gli attori della scena politica. I movimenti anti-sistema attraversano tutto il globo, in Italia si concentra l’attenzione solo sulla politica. Negli altri paesi poi non si presentano alle elezioni come ha fatto il M5s. Credo sia pericoloso dare l’impressione che da un lato smantelliamo tutto perché non siamo più attuali mentre dall’altra cambiamo cavallo».
18.32 Paolo Baiardini: «siamo bravi a fare autocritica ma non a trarre le conseguenze. Siamo sempre nel dire e non dire e questo è anche uno dei motivi della nostra sconfitta. Che significa dire che siamo eterodiretti? Io non lo penso e non lo voglio credere ma pensio ci siamo problemi. Scelte importanti spesso non vengono da dibattito franco tra noi ma tra dirigenti, si preferisce non parlare alle riunioni e poi si esplicitano le posizioni sulla stampa. Visto che siamo stati sconfitti dobbiamo valutare dove abbiamo sbagliato. Anche io ho contribuito, la candidatura del segretario avrebbe indebolito la capacità di apertura del partito e questo non l’ho capito. Avrei dovuto cercare la presidente per dirle che alcune riunioni del nazionale ci indebolivano, dovevamo contestare pesante,ente le regole di primarie fatte tutte tra noi. Altro che apertura, ma qualcuno pensava che qualcuno di valore si metteva a cercare firme invece di cercargliele noi mettendoci in contatto con la società. Bene l’elezione di presidenti di Camera e Senato ma tra le motivazioni della sconfitta dobbiamo dire che abbiamo perso per strada gli operai del Sulcis che votano Grillo. Ip critico le scelte di Grillo e ci vedo deriva populista e reazionaria, dobbiamo aprire contraddizioni dentro di loro. Qualcuno ha evocato la necessità di un congresso ed è giusto ma per evitare che sia l’ennesimo rito apriamo una serie di incontri con la società su alcuni temi. C’è bisogno di tutti, di vecchi e giovani ma dobbiamo fare il lavoro tutti insieme».
18.41 Catiuscia Marini: «Il dato del voto mostra un’Italia omogenea. L’Istat nel dare il dato sui tre milioni di disoccupati in Italia e 46 mila umbri, il presidente Giovannini ha parlato di un iceberg che potrebbe improvvisamente sciogliersi. Un’immagine devastante. Cè una crisi profonda che colpisce tutte le fasce, per la prima volta sulla stessa barca dell’insicurezza c’è una parte del ceto medio e del ceto popolare. Oggi il Sole dice che sono coinvolte anche regioni che sembrano più forti come Emilia e Veneto. Siamo parsi come un partito che difende non queste fasce ma di quelle che nel nostro pese sono, tra virgolette, più protette e privilegiate. Su questo qualche approfondimento dovremo insieme provare a farlo. Anche sulle ricette che abbiamo proposto: era sbagliata l’agenda Monti e quella Ichino che qualcuno voleva farla diventare del Pd; è stata sbagliata la politica tutta tagli e tasse. Queste politiche hanno prodotto recessione. Il ruolo robusto degli enti locali come rete di protezione è finito: le regioni fanno a fatica i propri bilanci, le altre stanno chiedendo interventi dello Stato. Nel bilancio 2010 abbiamo un bilancio di 400 milioni al netto di sanità e fondi strutturali, oggi è di 240. In molti non riusciranno a fare i propri bilanci e tutto questo significa cancellare politiche e servizi. Più che analizzare il voto cerchiamo di capire che rotta dobbiamo prendere. In questo momento serve una rotta ben definita, diversa da quella passata e un governo autorevole. Ma non abbiamo bisogno di un governo qualunque e che non tiene conto di come si compone e parla al paese. Siamo dentro una strada molto stretta e difficile. Il dibattito tra partito e istituzioni è superato e sterile. Il tema è: come possiamo interpretare un partito del cambiamento? E poi che fine hanno fatto i nostri alleati? Come ci attrezziamo al voto per i comuni se non apriamo questo confronto? Pensiamo di giocare con lo stesso schema di alleanze prescindendo dal voto di febbraio? Noi dobbiamo prendere atto del voto se abbiamo rispetto dei cittadini umbri, facciamola una discussione su come costruire cambiamento e rinnovamento. Quello che è avvenuto con l’individuazione dei presidenti delle Camere non è una novità anagrafica ma nuova nel senso che prende atto del voto. Spostiamo il tema sui contenuti, c’è domanda di altra politica che cambia l’agenda della politica. Alcuni temi come trasparenza e moralità li abbiamo sottovalutati. Alla fine di apriele non pagheremo più la cassa integrazione, ballano dodici mila umbri e questo i parlamentari lo devono sapere. Il patto di stabilità imbriglia in Umbria tre miliardi, 800 milioni di pagamenti e 2,2 miliardi di investimenti. E poi la Tares non deve entrare in funzione nel 2013 perché sarebbe socialmente insostenibile. Come Pd, dobbiamo saper fare del coraggio che in questi mesi è venuto avanti, una classe politica è stata spazzata dal voto insieme ad una modalità di discussione».
19.00 Marina Sereni: «Il voto è un terremoto che secondo me ha due spiegazioni. Primo, la pesantezza della crisi sociale. Noi in campagna elettorale abbiamo trovato disperazione che sfocia spesso in un egoismo sordo, c’è una lacerazione del tessuto sociale. Con il voto quella disperazione si è tradotta in un quadro politico che non dà soluzione. È vero siamo stati poco convincenti, l’austerità ha aggravato la crisi ma da sola l’Italia non può cambiare strada. Dobbiamo pensare seriamente alla riorganizzazione della spesa pubblica. Non ci è piaciuto il modo in cui lo ha fatto Monti, dobbiamo proporne uno noi. Il secondo punto è l a crisi democratica, il disgusto per istituzioni e politica. Non siamo stati fuori da questa critica ma come facciamo a salvare la politica? Inseguiamo sul terreno degli altri o innoviamo su costi, riorganizzazione soldi ai partiti, facce nuove. Se noi non difendiamo la politica organizzata intorno a partiti trasparenti noi non ci fermiamo più, arriveremo ad eleggere Celentano al Quirinale. Facciamo scelte drastiche sul finanziamento ma non molliamo tutti gli ormeggi. Nelle regioni rosse, finite le risorse che abbiamo amministrato bene ma che è servita anche per il consenso si è aperta una faglia. Ora facciamo un governo, senza inciuci ma se vogliamo civilizzarli sfidiamoli sui contenuti, sul cambiamento. Non dobbiamo far finta che ci proviamo, proviamoci sul serio altrimenti sembra che stiamo qui a far finta mentre pensiamo in realtà alle elezioni. Noi abbiamo provato a fare un partito nuovo ma un partito nuovo non c’è. L primarie non bastano, non le voglio abbandonare ma non bastano perché la spinta che generano si esaurisce. Non siamo più dove si manifesta la voglia di partecipare. In Umbria non possiamo solo parlare di noi, le aree non sono il male del partito se si discute di contenuti e non di nomi. Prima di tutto dobbiamo ragionare di politiche, pensando a dove vogliamo portare questa regione». 19.23 Piero Mignini: «facendo la campagna elettorale non mi ha sorpreso il risultato di Grillo. Ho sentito la gente disperata, di gente che in una settimana ha perso il lavoro. Il giudizio sul governo Monti ha pesato, come tutte le altre questioni che qui sono state già dette. Qui in Umbria le difficoltà elettorali le stiamo discutendo da anni ma non le abbiamo mai portate in fondo. Non ho mai sentito l’odio o la rabbia come questa volta, c’è odio sociale e dobbiamo capire perché. Di certo il fenomeno Grillo non si assorbirà in tempi brevi ma noi dobbiamo trovare l’antidoto».
19.33 Giacomo Leonelli: «Sul perché del risultato le analisi sono più, noi abbiamo perso su più settori ma il voto giovanile è emblematico. Qualcuno ha sostenuto che la campagna elettorale è stata poco incisiva, ma io ritengo che noi abbiamo perso sulla speranza del cambiamento puntando tutto sull’affidabilità e sull’usato sicuro. Poi ci siamo accorti che l’elettore ha fatto un’altra valutazione pensando al cambiamento e alla rottura dello status quo. Qui in Umbria il modello assistenziale non è più replicabile. Dobbiamo anche ripensare la forma partita e il rapporto con l’amministrazione. Rilanciamo l’idea di partito strutturato ma se è vero che l’amministrazione lamenta scarso supporto spesso frequentando il circolo si ha l’impressione che non si decidono lì le politiche per il territorio. Penso che dovremo ragionare su una sorta di convocazione permanente della nostra direzione».
19.50 Stefano Fancelli: «Questa è la peggior sconfitta dal 1994 ad oggi, abbiamo risultato simbolico dei giovani e quelli che ci hanno permesso di vincere sono i pensionati. Si è aperta una voragine nel mercato elettorale e noi non siamo stati in grado di intercettare nessuno dei flussi in uscita dagli altri partiti. Le nostre parlamentarie sono state autoreferenziali, abbiamo fatto passare il messaggio di un grande governo Monti mentre la società esprimeva una domanda di nuova identità politica. Contro elementi simbolici forti che ha portato Grillo noi che cosa abbiamo opposto? Perché i Boldrini e i Grasso non li abbiamo tirati fuori in campagna elettorale. Ora siamo in congresso e in campagna elettorale e in Umbria abbiamo bisogno di un Pd come forza di cambiamento. Non possiamo essere contemporaneamente il partito che fa le riforme e che organizza l’opposizione alle riforme».
20.00 Renato Locchi: «Non tutto può essere ricondotto alle riforme. La prima questione è il lavoro, o meglio di un minimo di sostentamento per molti. Le stesse cose sentite per la vittoria della Lega le sento ora per Grillo, allora si diceva del lavoro di caseggiato, pressing ai cancelli, poi si è scoperto che la Lega era altro. Certo, se noi avessimo ridotto i parlamentari il successo di Grillo non sarebbe stato così vasto. Gli otto punti di Bersani andavano agitati nelle ultime settimane di campagna elettorale, forse avrebbero illuminato qualcuno. Rispetto al Movimento 5 Stelle noi siamo un partito che è un’intelligenza collettiva, sento considerazioni peregrine. Ci sono molti loro elettori che portano interessi. Per quanto riguarda noi, in preparazione del congresso dobbiamo dare al nostro partito un profilo più chiaro. Deve essere un partito non a rimorchio di nessuno. Rifuggiamo dalle distinzioni tra tradizionalisti, giovani turchi, renziani, qui c’è un lavoro che inizia oggi per preparare un congresso e le elezioni del 2014».
20.23 Il segretario chiude la discussione: «Il voto ci consegna una situazione complessa. Il giorno dopo è facile leggere quello che è avvenuto, il difficile è farlo prima. È vero, c’erano le condizioni per fare un risultato differente. Penso anche io che Grillo non vada inseguito, dobbiamo avere qualche volta più coraggio nella nostra ricetta programmatica. Dobbiamo fare uno sforzo sui nostri territori verso gli eletti, caratterizzarci per un maggior riformismo, con pratiche differenti rispetto a quelle di altri partiti. In questo scenario il tema dei contenuti è fondamentale, spesso siamo travolti dal contingente e non riusciamo ad elaborare un progetto complessivo. Al congresso non possiamo arrivarci in modo freddo, non sono solo con questioni di gruppo dirigente ma chiamando i territori a discutere formulando proposte che servano alla società. Questo dobbiamo fare, anche perché a maggio abbiamo un appuntamento elettorale che è delicato e molto ravvicinato. Coltiviamo le alleanze che governano l’Umbria ma senza cedere alla rendita e alla visibilità che all’esterno è incomprensibile. All’alleanza teniamo ma raccogliamo i segnali del voto».
