
di D.B.
Catia Polidori, protagonista il 14 dicembre scorso di una delle giornate più roventi della recente cronaca politica, quando con il suo (imprevisto) voto contrario alla sfiducia, insieme a quelli di altri deputati, salvò alla Camera il governo Berlusconi, torna a infierire senza pietà su Futuro e libertà e sulla diaspora che sta interessando il partito di Gianfranco Fini. «Mi fa piacere – dice la deputata di Città di Castello ora confluita nel Gruppo dei Responsabili – che altri miei colleghi si rendano conto di cosa sta succedendo».
Non ci siamo fatti comprare La deputata umbra respinge poi l’ipotesi di Fini secondo cui la diaspora è da imputare alla campagna acquisti del premier e al suo potere finanziario: «Tornano indietro – dice – per dignità politica – è gente che negli anni passati è stata sempre abituata a combattere per una storia minoritaria. Sono tutti parlamentari che non si fanno comprare, anche perché se avessero voluto fare la loro scelta per convenienza si sarebbero fatti “comprare” prima».
Sono un’economista Tornando poi a quel fatidico 14 dicembre, l’onorevole che neanche tre mesi fa a Bastia Umbra apriva emozionata la convention di Futuro e Libertà, afferma come «quel giorno», rispetto alle defezioni dell’ultima ora come quella di Luca Barbareschi, in lacrime sul palco di Bastia Umbra, «la posta in gioco era più alta». Alla base del suo voto contrario alla sfiducia c’è, secondo la Polidori, il suo essere economista: «Sono prima di tutto una economista – ha ribadito oggi – e per questo non potevo accettare che l’Italia si presentasse con un presidente del Consiglio dimissionario ai vertici internazionali nei quali si doveva parlare di debito pubblico». In realtà, alla luce anche delle ultime rivelazioni contenute nei cablo di WikiLeaks pubblicati da L’Espresso e Repubblica, il fatto di avere un premier dimissionario pare davvero l’ultimo dei problemi.
Il bene dell’Italia prima di tutto Sul piano della prospettiva politica invece, degli obiettivi che Fli si doveva dare, Catia da Città di Castello afferma che «Fli doveva essere una voce critica all’interno del Pdl. C’è stata invece una deriva a sinistra con l’unico obiettivo che era quello di far cadere il Governo Berlusconi, indipendentemente dal bene dell’Italia. E questo non lo potevo accettare».
