Gli uffici della Regione al Broletto (foto ©Fabrizio Troccoli)

di Lucio Caporizzi

In un commento a caldo su una tv locale in merito all’esito delle elezioni regionali,
l’assessore regionale uscente Michele Fioroni, argomentando in merito alla sconfitta
elettorale, ha tirato fuori, tra gli altri, il tema della “macchina” regionale a suo dire poco
“lubrificata”, che, quindi, avrebbe corrisposto poco e male agli obiettivi posti dalla giunta
regionale. Non è la prima volta che l’assessore esprime giudizi poco lusinghieri sulle
strutture regionali, giudizi espressi in altre occasioni con toni meno “felpati” di quelli usati
nell’intervista in argomento.

Chi scrive ha fatto parte – con posizioni di responsabilità – per molti anni di quella
“macchina”, ne ha quindi conosciuti pregi e difetti, evoluzioni e involuzioni, ivi inclusa una
certa riduzione di capacità operativa intervenuta negli ultimi anni, che forse è ciò che fa
esprimere quei giudizi all’assessore Fioroni. Per senso di responsabilità istituzionale, chi
scrive si è anche accollato per anni, oltre al lavoro in Regione e senza compenso aggiuntivo,
la responsabilità di una grande azienda pubblica regionale, con 1.300 dipendenti,
contribuendo a evitarne il fallimento. Chi scrive all’insediamento della giunta Tesei, ha dato
disponibilità – in quanto richiesto – per restare fino a un anno oltre il pensionamento (quindi gratis) per assicurare una ordinata transizione, disponibilità colta limitatamente a 6 mesi. Quindi, forse, chi scrive ha qualche titolo a esprimersi in merito.

Viene allora spontaneo chiedere all’assessore uscente Michele Fioroni cosa abbia fatto la
giunta regionale, di cui lui è stato autorevole componente, in questi cinque anni per “lubrificare” e quindi migliorare la performance della macchina regionale, da lui trovata così “arrugginita”. È stata lubrificata la macchina, per esempio, alternando nelle cinque strutture del Sistema sanitario regionale – le quattro Aziende più la Direzione regionale – ben 21 direttori, quasi tutti non umbri, in un tourbillon di arrivi e partenze che disorientava gli operatori e le strutture, creando incertezza e precarietà? Si è migliorata la situazione nominando uno dopo l’altro tre direttori nella Direzione regionale alla Salute, tutti non umbri, il primo dei quali, proveniente dal Veneto come pure l’assessore e l’assistente dell’assessore (ma qualcuno 5 anni fa non diceva “prima gli umbri”??) un anno dopo aver firmato un contratto per cinque anni “scopre” che deve andare in pensione e se ne va nel momento peggiore dell’emergenza Covid?

Si è resa più efficiente la macchina avvicendando quattro direttori sulle delicate materie della Programmazione, Bilancio e Personale, uno dei quali, arrivato da Roma e presentato come una sorta di Ronaldo della Pubblica amministrazione è riuscito ad andar via dopo poco più di sei mesi? Si è incentivato l’impegno e la fidelizzazione dei quadri regionali, evitando quasi sempre di mettere a concorso le tante posizioni dirigenziali “generosamente” lasciate scoperte dalla precedente Amministrazione? Procedendo invece a ricoprire tali posizioni con un ricorso, mai visto in tale misura, all’istituto della mobilità (chi appena è del mestiere sa bene cosa ciò significhi…), anche qui con afflusso da fuori regione di dirigenti, quasi che in Umbria non si sappia più leggere e scrivere?

Promuovere il miglioramento continuo delle strutture operative di un Ente (ma non è poi
tanto diverso in una grande azienda privata) non è cosa semplice. Vi sono però regole e criteri “universali” che valgono sempre. Assicurare adeguate leadership di competenza in capo alle strutture; dare stabilità e certezze agli operatori; sollecitare i dirigenti a creare una “scuola”, cioè a valorizzare i propri collaboratori, motivandoli e fornendo loro occasioni per evolvere, allargare i propri orizzonti e “tirare su la testa dalla scrivania”, ogni tanto. Soprattutto, dare una potenziale prospettiva di avanzamento, far funzionare “l’ascensore
professionale” di modo che il dipendente sa che, quando si libera la posizione più elevata,
lui può avere una chance per ricoprirla e quindi progredire.

Napoleone, per motivare i propri soldati, usava dire che ciascuno di loro portava il bastone di Maresciallo nel proprio zaino. Tale consapevolezza e i conseguenti indirizzi erano peraltro presenti nei primissimi atti di riorganizzazione della Giunta uscente, ma si sono poi subito persi per strada, forse a causa di quel vortice di nomine? Da quel punto di vista, in effetti, data la velocità e numerosità degli avvicendamenti e degli arrivi e partenze, la macchina forse era fin troppo “lubrificata”!

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