di Rocco Girlanda*
Un passo indietro da parte di ogni indagato: questa è la ricetta che Sel e la sinistra radicale e giustizialista propone come dogma per il rinnovamento della classe politica ed amministrativa, in piena continuità con il modello giustizialista staliniano.
Secondo questa logica ogni indagato dovrebbe dimettersi, in spregio ad ogni principio di presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Di fronte a questa logica alla magistratura inquirente spetterebbe un potere censorio al di sopra di ogni limite, capace di condizionare la politica e l’azione amministrativa, correndo il rischio di divenire strumento di potere diversi rispetto alla natura sana ed al carattere legittimo e necessario del potere giudiziario.
Secondo la logica di Bori (Leggi il suo intervento a cui Girlanda fa riferimento, ndr), vi sarebbe così la consacrazione di un potere giudiziario dittatoriale ed inquisitorio, che rivela la natura estremista del partito di Nichi Vendola e giustifica l’invasività sulla vita di ogni politico o amministratore di uno dei tre poteri dello Stato, sul cui equilibrio, al contrario, si fonda la legittimità e la sostenibilità del sistema democratico. Ogni politico o amministratore oggetto di un esposto in Procura, ad esempio, che provochi dunque l’apertura di un fascicolo d’ufficio dovrebbe dunque dimettersi? Ogni sospetto, che si dimostri poi vero o infondato, sarebbe dunque giusta ragione di dimissioni, che implicherebbero quasi un’ammissione di colpa? L’azione giudiziaria dovrebbe quindi divenire protagonista e strumento del sovvertimento dell’esito delle elezioni?
Credo che le affermazioni di Bori siano decisamente pericolose soprattutto riflettendo riguardo il sistema che tali dinamiche verrebbero a creare e gli effetti che tutto ciò produrrebbe a livello locale, oltre che nazionale, in grado di minare alle fondamento lo stesso ordinamento democratico”.
*Deputato Pdl


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