Torna la rubrica PIATTO UNICO di Chiara Santilli. Uno spazio-blog all’interno di Umbria24 dove, in un unico post, si mescolano vari ingredienti, amalgamati tra loro. Con un linguaggio diretto e chiaro, arricchito da immagini suggestive (sottotitolo “T’immagini”) e accompagnato da suggerimenti musicali (sottotitolo “In sottofondo”). Con l’invito a seguire Chiara sul suo personalissimo e originalissimo blog.
di Chiara Santilli
Al ristorante.
La signora dietro di me chiede al cameriere di prepararle una vassoio con la frittura di pesce avanzata nel piatto, che se la riporta a casa. Paga il conto e se ne va con la vaschetta ricoperta da una striscia di alluminio.
Al mio tavolo, intanto, si commenta il fatto. Qualcuno ci intravede l’effetto della crisi, qualcun altro lo traduce come un semplice gesto di civiltà che in mezzo mondo è ormai una consuetudine. Resta che il comportamento della signora ha sollevato una questione. E ogni questione nasce, in genere, dallo stupore. E cosa ci stupisce? Che un cliente esca dal ristorante con gli avanzi nella busta.
Una busta che, ad esempio, in America chiamano “doggy bag” e che usa normalmente anche la First Lady di Obama.
In Italia, invece, il sacchettino con gli avanzi è ancora in modalità tabù, lungo quella linea di confine tra ciò che è decenza e ciò che non lo è. Perché noi del Bel Paese siamo cresciuti con l’idea che il cibo misuri il livello del nostro benessere: più ne hai, più dai l’impressione di star bene. E c’è una sottile vergogna in ciò che non è visibile opulenza. Questo vale per il cibo come per tante altre cose: l’auto, la professione, la casa, l’abbigliamento, il titolo di studio. Ma per il cibo è un po’ più grave, considerando che ogni anno con quello che buttiamo nella spazzatura si potrebbero nutrire 44 milioni di persone.
Detto ciò, non voglio fare la paladina dei diritti umanitari. Voglio solo analizzare quello che, a parer mio, è un sentimento indotto da convinzioni errate: la “tristezza della sfiga” che graviterebbe su chi non spreca. Su chi ha un’auto meno spaziosa, una professione che fa sporcare le mani, una casa di dimensioni ridotte rispetto alla villa di Dynasty, un titolo di studio che non preveda il “dott.” accanto al nome.
È una questione di cultura. Non tutto ciò che avanza è un peso da buttare. E il livello di benessere passa, prima, per la nostra testa.
In sottofondo. Ana Flora feat. Fabio Concato, A Rosinha (2010)
