di Raffaele Goretti*
Il Pil, prodotto interno lordo, davvero molto lordo. E’ in nome del Pil che sta saltando l’intero sistema di welfare conquistato dopo anni di difficilissime battaglie. E’ avvenuto col governo Berlusconi e altrettanto accade con l’ultimo esecutivo guidato da Monti.
Nella tagliola del deficit pubblico il welfare è stato tra i primi a pagare. Perché avviene questo? Da un lato perché l’ideologia liberista è diventata il credo economico sia della destra che della sinistra (con qualche rara eccezione). Per crescere bisogna ridurre le spese improduttive e il welfare è considerato tale. Dall’altro lato l’Occidente si vede assediato dalla crescita dei Paesi cosiddetti emergenti che non hanno sistemi di welfare pari a quelli degli Stati industrializzati. Per essere competitivi, quindi, la soluzione proposta è di eliminare la zavorra del welfare! E l’unico parametro che misura la crescita di un Paese continua a essere l’aumento del Pil.
Fortunatamente in questo dibattito si inseriscono nuovi elementi critici, il primo dei quali è relativo agli indicatori di crescita. Il Premio Nobel per l’Economia del 1998 Amartya Sen, richiamato a parole più volte da esponenti politici di primo piano, pone in evidenza che la crescita di una nazione dovrebbe misurasi – più che sul Pil – sulla crescita del capitale umano, inteso come aumento di conoscenza e competenza nella popolazione, di capacità di autodeterminazione e di empowerment (aumento della consapevolezza), di benessere e di sicurezza sociale. Insomma, una società si sviluppa anche grazie alla consapevolezza che nessuno dei suoi appartenenti risulti escluso dalle opportunità di crescita.
Un’altra domanda serpeggia poi tra le coscienze occidentali: le politiche di welfare sono effettivamente improduttive? Ad esempio, un sistema socio-sanitario ben integrato e funzionale riduce l’assenteismo? E un sistema di asili nido permette alle donne di andare a lavorare con maggior profitto? Sono sempre di più gli economisti che considerano il welfare complementare alla crescita economica e delle risorse umane. D’altra parte perché la società cresce? Forse per dare potere alle lobby finanziarie o alle grandi multinazionali? O invece per accrescere il benessere dei propri cittadini?
Temi e posizioni che fanno discutere ma che, è bene ricordare, riguardano sempre persone in carne e ossa a cui spesso vengono negati diritti elementari.
In Umbria le politiche per l’inclusione sociale hanno subìto un’importante sollecitazione con l’avvio del riconoscimento della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, da parte degli organi Istituzionali regionali a partire dal luglio 2011. In ultimo l’approvazione di un osservatorio regionale sulla condizione delle persone con disabilità crea i presupposti per una serie di azioni che possano restituire dignità, autorevolezza ed esigibilità alle norme per l’inclusione sociale delle persone con disabilità.
Malgrado questi presupposti e il grande lavoro dei laboratori attivi, con i proficui confronti tra operatori e assistiti, il tema dell’inclusione registra un pericoloso avvitamento su se stesso.
Tutto ciò è frutto non solo del drastico taglio di risorse, di mancate innovazioni e investimenti sul “capitale umano”, ma anche dalle mancate e ineludibili riparametrazioni dei servizi colpiti, in modo da ridisegnare un modello di welfare basato sui diritti, l’equità, l’efficacia, la qualità e le pari opportunità.
Dietro il dogma imperante “sono finite le risorse”, una classe politica e dirigenziale assiste sgomenta a tagli indiscriminati che mettono a rischio l’esistenza stessa della “tutela e garanzia pubblica della salute”, sancita dall’articolo 32 della Costituzione.
Occorre ripartire dai diritti, dalla piena applicazione dell’integrazione socio-sanitaria, ripartire dall’analisi dei bisogni, dall’equità, dalla pianificazione condivisa tra azioni programmatiche e applicazione delle politiche territoriali per ridare fiato al protagonismo dei territori e delle persone, per creare e alimentare il senso ampio di appartenenza dei cittadini/e alle politiche di governance, a partire dalla programmazione delle politiche di inclusione sociale.
E’ una sfida su cui misurare la volontà politica della classe dirigente che governerà il nostro Paese e le nostre comunità. Si tratta di avviare senza indugi una grande e significativa azione di risanamento e innovazione senza tagli indiscriminati ma che elimini sprechi, doppioni, inefficienze e clientele, attraverso la partecipazione, il confronto di condivisione e soprattutto una seria analisi delle necessità. E’ l’unica strada, in queste condizioni, per poter offrire a ciascuno che ne abbia titolo, il supporto e la facilitazione per garantire autonomia, indipendenza e dignità. C’è in ballo la libertà di poter vivere consapevolmente e pienamente la propria vita, non è roba da poco.
*Responsabile area inclusione sociale Idv Umbria

