di Walter Verini
Ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere e frequentare in più occasioni Ettore Scola, soprattutto negli anni in Campidoglio a fianco di Walter Veltroni, legato al grande maestro da un rapporto strettissimo – quasi filiale – di affinità culturale e civile. Per me, per quelli della mia generazione, uno dei più grandi punti di riferimento della cultura e del cinema italiano.
Ho visto quasi tutti i suoi film e almeno venticinque volte «C’eravamo tanto amati». Che fa capire meglio di tanti testi di storia l’Italia del dopoguerra, della ricostruzione, del boom, della perdita (ma anche del mantenimento) di valori e ideali. La scena finale della veglia notturna delle famiglie per ottenere – tutti insieme – il posto a scuola per i figli è uno dei manifesti incancellabili contro l’individualismo esasperato. Ho amato Ettore anche perché ha sempre unito il suo cinema a questi valori, coniugandolo – nei suoi capolavori e nella vita – con un impegno politico e civile mai venuto meno. Una delle ultime sue uscite pubbliche fu quando pronunciò, pochi mesi fa, un bellissimo e commovente discorso ai funerali di Pietro Ingrao.
Mi piace ricordare una bella cosa che Scola regalò all’ Umbria. Era una fredda giornata di novembre del 2009 e il regista aveva accolto l’invito dei giovani del ‘Fondino’ di venire a conversare pubblicamente su cinema, cultura, tempo presente. Lo portai a Città di Castello con la mia Multipla e il viaggio di andata e ritorno fu un’esperienza indimenticabile. Io ero portato a fargli domande sui suoi film, sui giganti della cinematografia, (fate voi: da Fellini, De Sica a Pasolini e così via tra i suoi colleghi) o da Sordi, Mastroianni, Tognazzi, Gassman, Manfredi, Loren, Vitti, Sandrelli….). Sì, rispondeva ma lui era curioso di sapere dell’Umbria (che amava e che spesso aveva incrociato), mi chiedeva della mia città, di questi giovani che lo avevano invitato. E che lo portarono a visitare la loro sede (‘Fondino’ da ‘fondo’, tipo cantina riconvertita a cultura), che gli regalarono simbolicamente le chiavi. Giovani che diedero vita con lui ad una straordinaria serata di dialogo, gremita e partecipata. Serata che finì davanti ad un piatto di tagliatelle al tartufo con una tavolata di ragazzi ancora voraci di sapere, di discutere e con lui stanco ma disponibilissimo. L’estate scorsa lo salutai all’Isola del Cinema a Roma, in occasione della proiezione de ‘La Famiglia’ restaurata, e mi chiese come stesse andando quell’esperienza culturale così ‘contemporanea’ in una città di provincia, di cui
si ricordava ancora! Scola era legato anche ad una realtà contigua all’Umbria come quella di Pieve Santo Stefano, dove ha sede quel preziosissimo scrigno di memoria e cultura rappresentato dall’Archivio dei Diari fondato da Saverio Tutino.
Appena due anni fa Scola ricevette il premio che volle venire a ritirare nonostante la fatica della distanza da Roma che cominciava a pesare. Ma lui era così. Come è stato ricordato, era pronto a mettersi in viaggio per andare a sostenere in una cittadina lontana da Roma una causa di impegno civile e culturale, come per esempio quelle per cercare di impedire la chiusura di un cinema in una piccola realtà. Ho ritrovato questa foto: uscivamo dalla Chiesa degli artisti a Roma, in occasione dei funerali di Vincenzo Cerami, nel luglio 2013. Anche lì, non stava bene, ma volle naturalmente esserci e mi chiese il braccio per scendere alcuni scalini. Dare un piccolissimo sostegno, in quel momento, ad Ettore Scola, fu per me una vera emozione, un infinitesimale “grazie” per quello che i suoi lavori hanno significato per la formazione e la vita della mia generazione. Ho voluto portare questa piccola testimonianza perché quando se ne va una persona come Ettore Scola, il vuoto che rimane colpisce, insieme alla sua famiglia, una comunità intera ed è bello e giusto provare a socializzare sentimenti, ricordi personali che sono parte di una storia comune e più grande e che una sera, di quasi inverno, regalò momenti emozionanti anche ad un pezzo della nostra regione.
