
di Walter Verini*
Ho partecipato domenica a Spoleto all’assemblea promossa da tante forze e associazioni culturali dell’Umbria, a partire dal Teatro Lirico Sperimentale, a difesa della cultura minacciata. E’ stata una bella iniziativa. Anche una iniziativa necessaria, visto che il parziale reintegro del FUS, – che pure è un risultato significativo, frutto della mobilitazione di forze culturali, di istituzioni come le Regioni, di alcune forze politiche, di molti parlamentari – non garantisce infatti il futuro della cultura italiana. Ha scongiurato la chiusura di tanti teatri, di enti lirici, di tante istituzioni culturali. Sarebbe stato un vero dramma e avere evitato questo va salutato positivamente.
Ma – dobbiamo saperlo – non è un risultato acquisito per sempre. Si dovrà ancora vigilare e ancora, probabilmente, combattere. E fa davvero bene questo giornale a tenere viva l’attenzione. La nomina del titolare del Ministero dell’Agricoltura a quello dei Beni e Attività Culturali ha più il sapore di una compensazione interna alla maggioranza di governo che il significato di un cambio di rotta, di un vero e proprio investimento nelle attività e nei beni culturali di questo Paese.
Del resto, soltanto qualche settimana fa, il vero Ministro della Cultura, quello dei conti, aveva pronunciato la terribile frase: “La cultura non si mangia”! Una frase brutta, che rivela purtroppo una concezione primitiva e populista: la cultura è una cosa per pochi, per le élite.
Una concezione pericolosa, secondo la quale, in fondo, la cultura sarebbe un “lusso”, che il “popolo” sente come estranea: per questo, al di là della soddisfazione (parziale) per il reintegro del FUS, è giusto dissentire per aver scelto, da parte del Governo, di finanziare il reintegro con le accise sulla benzina: un segnale populista, che ha il cattivo sapore di voler mettere in contrapposizione i cosiddetti “bisogni primari” con presunti “bisogni secondari”, come, appunto, il consumo culturale. Puntualmente, qualche giornale che interpreta e coltiva quotidianamente le pulsioni populiste, ha parlato di “tassa Moretti”, per allargare ancora di più il solco tra la cosiddetta “gente” e il mondo della cultura. E pensare che questi stessi populisti hanno detto no, hanno votato contro la proposta delle opposizioni di accorpare in un “election day” le elezioni amministrative di maggio con i referendum di giugno: si sarebbero risparmiati 300 milioni di euro, che avrebbero potuto, senza gravare sui cittadini, finanziare le attività culturali!
Ma è chiaro, dicevo: la cultura fa pensare, fa riflettere, crea cittadini critici: meglio diffidare. Meglio, per qualcuno, un’Italia piena di Grandi Fratelli, Isole dei Famosi e Bagaglini pubblici e privati . Quell’Italia nella quale, come ha cantato a Sanremo Roberto Vecchioni, “ci vogliono rubare il pensiero”. Eppure quel ministro, che i conti dovrebbe saperli fare, dovrebbe sapere che, per il nostro Paese, il patrimonio culturale è uno dei formidabili fattori di sviluppo e di PIL.
Salvatore Settis dice giustamente che il patrimonio artistico e culturale è “elemento portante della società italiana”. E’ vero, ed è anche uno straordinario volano di crescita. E’ la nostra risorsa primaria, di identità e di ricchezza. Un recente studio ha calcolato in 400 miliardi di euro (quattrocento miliardi) il valore commerciale del patrimonio culturale italiano. Sono oltre 550.000 le persone che lavorano nel settore, che fattura 40 miliardi l’anno. Come non capire che si tratta di un settore da valorizzare, da incoraggiare con tutte le energie? La scuola, la ricerca, la cultura – va detto con forza – rappresentano il futuro di un Paese, specialmente in momenti di crisi. E tanto più di un Paese come l’Italia. Quella per la cultura è una spesa che è investimento, che è anticiclica, produce occupazione, genera turismo, produce una ricchezza diffusa sul territorio.
E l’Umbria, questa piccola grande regione è un paradigma, un esempio di tutto questo. La Regione è un esempio di come la cultura, pur con difficoltà, possa essere sostenuta come merita. E la cultura, in Umbria, è un fattore fondamentale di identità, di sviluppo, di coesione. Un elemento fondamentale, diretto e indotto, del nostro Prodotto Interno Lordo.
In Italia occorrono dunque scelte politiche. Ma ci vuole volontà e la cultura non va considerata come un fastidio. Lo voglio ricordare: in anni difficilissimi – tra il 1996 e il 1998 – quando gli italiani furono chiamati a grandi sacrifici per rispettare i parametri di Maastricht, la spesa per la cultura passò da 900 milioni a 2 miliardi di euro. In questi anni i fondi del Ministero sono passati da 1718 milioni di euro a 1417 milioni. Allora c’era volontà politica: è giusto ricordarlo, solo per memoria: dal ’96 al ’98 c’era un governo il cui Presidente del Consiglio si chiamava Romano Prodi, il Ministro per i Beni Culturali si chiamava Walter Veltroni, il Ministro del Tesoro si chiamava Carlo Azeglio Ciampi. E il Ministro dell’Interno era Giorgio Napolitano. Non voglio fare operazioni-nostalgia, ma fate voi un po’ i conti. Torniamo al presente, per ricordare che un Paese come la Francia, spende oggi per la cultura 46 euro pro-capite. L’Italia 20. Non copiamo Sarkozy sulla Libia, e ci mancherebbe, ma almeno prendiamo esempio dalla Francia sugli investimenti per la cultura!
E se ci fossero, queste scelte politiche e culturali, anche i privati, che hanno contratto le spese per gli investimenti e le sponsorizzazioni (nel 2010 sono calate del 30%, come del 20% sono calate quelle delle Fondazioni bancarie) anche i privati, dicevo, potrebbero essere incoraggiati a sostenere questo sforzo, che andrebbe a beneficio del sistema-Paese. Sì, caro ministro Tremonti: la cultura si mangia. Ma non in senso soltanto materiale. Come è stato più autorevolmente detto, la cultura “si respira: è come l’aria e dalla qualità di quest’aria dipende la qualità della vita di un Paese”. Qualche giorno fa, ho avuto la fortuna di assistere all’esecuzione del Nabucco di Verdi diretta da Muti. L’emozione più grande, in quella aula solenne, non è stata però soltanto la musica o la splendida esibizione dell’Orchestra e del Coro del Teatro dell’Opera di Roma.
L’emozione più grande è stata quando Riccardo Muti ha chiamato il Governo e la politica alle sue responsabilità, quando ha amplificato il grido di dolore di migliaia e migliaia di operatori della cultura come voi, quando ha dato voce alle speranze di un intero Paese per una nuova “Primavera”. E’ un tempo difficile quello che stiamo vivendo. In Italia e nel mondo. Ma anche mobilitazioni come quelle del mondo della cultura aiutano l’Italia. La aiutano a non farsi male fino in fondo da sola. Aiutano a tutelare la nostra identità, il nostro passato e, soprattutto, il nostro futuro. La cultura, la conoscenza, le reti, sono una straordinaria speranza: anche quelle migliaia e migliaia di giovani che in Libia come in Tunisia, in Egitto come in Siria lottano per la libertà nei loro Paesi possono essere aiutati meglio se formidabili veicoli di dialogo e di pace come l’arte, la musica, il teatro, la letteratura, il cinema e così via possono continuare a volare, a oltrepassare confini e chiusure, a contribuire a costruire un mondo migliore.
Lo ha detto bene, in questi giorni, Ascanio Celestini, quando ha raccontato un episodio bellissimo, a lui testimoniato prima della sua scomparsa dall’intellettuale torinese e avvocato impegnato Bianca Guidetti Serra. Da giovane lei era stata staffetta partigiana. Andando in montagna, il comandante partigiano Emanuele Artom le chiese alcuni libri, da far leggere ai giovani combattenti.“Mi sembrò strano – disse la Guidetti Serra – che invece di chiedermi armi o cibo mi chiedesse libri”. Lei non fece in tempo a consegnarglieli, quei libri, perché Artom venne ucciso dai nazifascisti pochi giorni dopo. Ma quella richiesta conferma una cosa: una persona, più persone, un Paese, un mondo, senza la cultura non respirano. Questo non dobbiamo mai dimenticarlo.
*Deputato PD
