Costanza Miliani, ricercatrice del Cnr

di Costanza Miliani*

Partendo da Perugia abbiamo portato la scienza nei musei europei. Abbiamo studiato centinaia di opere d’arte per svelare i segreti nascosti nella materia. Un oggetto d’arte è un miscuglio incredibile e specialissimo di composti chimici, di materiali manipolati prima dall’artista e poi, lentamente, dal tempo. Questi materiali rappresentano l’immagine e l’idea dell’artista. Pensate alla potenza di un lavoro interdisciplinare dove insieme allo storico dell’arte, al restauratore e all’archeologo c’è uno scienziato dei materiali. Un esempio di connubio tra arte e scienza è rappresentato dal Prato fiorito di Vincent Van Gogh: in questo dipinto del 1887 una radiografia aveva rivelato un volto che oggi, grazie alle misure con luce di sincrotrone, è magnificamente dettagliato. E’ un volto molto sottostante il dipinto principale, noto e simile ad altri dipinti di Van Gogh. Il dipinto venne realizzato in Olanda intorno al 1885, poi portato dal pittore a Parigi e qui riutilizzato per eseguire questo Prato fiorito in linea con la moda francese. L’opera è stata trasportata per 400 chilometri da Otterlo ad Amburgo, dove è conservata, presso un laboratorio di luce di sincrotrone. Il trasporto di un’opera è un’operazione sempre pericolosa, non gradita e molto costosa. Il dipinto è stato campionato in alcuni frammenti millimetrici ma originali. La materia di Van Gogh è stata presa con il bisturi e portata in un altro laboratorio di luce di sincrotrone a Grenoble. Questo felice connubio si arena di fronte al fatto che la scienza dei materiali propone metodi non idonei, non adatti, e quindi lo storico dell’arte restauratore spesso preferisce rimanere cieco, non avere informazioni sui materiali piuttosto che trasportare l’opera o addirittura campionarla. Abbiamo la necessità di un’innovazione. E quale può essere? L’idea sarebbe quella di adattare questi metodi scientifici alla peculiarità del settore. A partire dagli anni 2000 nel mio centro di ricerca Cnr Università abbiamo pensato di ribaltare la prospettiva: se l’opera d’arte non può viaggiare in laboratorio è bene che sia il laboratorio ad adattarsi, a viaggiare e ad andare all’opera. Abbiamo iniziato a realizzare prototipi, sviluppare e adattare una serie di strumentazioni. Abbiamo utilizzato sempre la spettroscopia per l’interazione luce-materia. Queste strumentazioni ci permettono di avere la composizione delle molecole sulla superficie di questi oggetti in modo non invasivo. Le strumentazioni – detector, laser pulsanti a varia energia e così via – sono disassemblabili.

VIDEO: LA CONFERENZA TEDxCNR A ROMA

La resina alchidica utilizzata da Jackson Pollock per Alchemy La nostra tournée si realizza viaggiando comodamente con un transporter, un laboratorio mobile che si chiama Molab. Siamo stati invitati a Venezia alla Peggy Guggenheim Collection per studiare undici dipinti di Jackson Pollock, il pittore americano genio e sregolatezza inventore della tecnica del dripping. E’ morto a 44 anni in un incidente stradale ed è considerato il James Dean dell’arte contemporanea. Il Molab parte ed è science on the boat: andiamo con i nostri strumenti scientifici sul Canal Grande, a Palazzo Venier dei Leoni, le scatole sono state portate nel museo e poche ore dopo c’era un laboratorio di spettroscopia avanzata nelle sale di esibizione. Solitamente lavoriamo davanti al pubblico incuriosito e in collaborazione col conservatore – in questo caso Luciano Pensabene – che insieme a noi ha deciso dove eseguire le misure. Cosa ci ha insegnato lo studio dei materiali? Abbiamo eseguito oltre 300 punti su Alchemy, un quadro che vale più di 150 milioni di dollari, scoprendo che i materiali utilizzati da Pollock non sono casuali. Ne usa dodici, oltre il silver e il black, non dodici qualunque: sono accoppiati e, ad esempio, per il rosso usa un solfuro di cadmio e selenio e una toluidina red. Questi due rossi, che a occhio sembrano identici, in realtà permettono di avere diverse proprietà fisica in termini di opacità e fluidità del colore. In modo simile Pollock utilizza qui per la prima volta – Alchemy è il primo quadro che lui non esegue su cavalletto e che esegue per terra schizzando il colore – una resina di sintesi, una resina alchidica che non era materiale d’artista. Probabilmente la trova in ferramenta, era prodotta negli anni Quaranta e usata in commercio per dipingere termosifoni o auto. Lui la sceglie perché rispetto ad un tradizionale polimero per artisti la resina alchidica ha molta più fluidità per fare il gesto e al contempo velocità di polimerizzazione per bloccare questo gesto sulla superficie. Pollock, che immaginiamo tutto genio e sregolatezza, in realtà nella pittura è un precisissimo conoscitore dei materiali che seleziona per quello che vuole ottenere. Questi dati al contempo servono anche per il restauro; Alchemy non era stata mai restaurata prima, proprio per la difficoltà del restauratore di andare ad operare con solventi in una materia incognita e imprevedibile come quella dell’arte contemporanea.

FOTOGALLERY: IL MOLAB IN GIRO PER L’ERUROPA

Il debutto europeo del Molab Dopo i primi successi italiani il Molab debutta in Europa, all’inizio con grosso scetticismo da parte dei colleghi scienziati che non ritenevano possibile potessimo avere buoni risultati lavorando addirittura in un museo, nei siti archeologici, in posti strani con strumentazioni portatili. Siamo stati accolti con grande entusiasmo dall’altra parte di questo studio multidisciplinare perché restauratori, conservatori, storici dell’arte, hanno detto «Bene, finalmente una scienza amica che arriva da noi dove c’è bisogno» e anche i risultati scientifici sono arrivati. I 16 codici precolombiani sopravvissuti in Europa, oggetti meravigliosi che raccontano con pittogrammi la religione, i calendari, l’astronomia e la politica delle popolazioni mesoamericane, non erano mai stati studiati da nessuno perché è impossibile spostarli, finché è arrivato il Molab nella Biblioteca Vaticana a Roma, al Museo Antropologico di Madrid, al British Museum di Londra e alla Bodleian Library di Oxford. Ne abbiamo studiati parecchi e abbiamo scoperto che i colori brillanti usati dagli scriba sono tutti estratti dai fiori. I fiori venivano macerati in acqua, il colorante estratto, assorbito su argilla e dipinto. Quest’utilizzo peculiare dei fiori viene messo in riferimento a quella che conosciamo essere la rappresentazione della poesia in una sorta di materializzazione dell’idea stessa dell’oggetto artistico.

L’intervento sui Girasoli al Van Gogh Museum La bellezza di queste misure è anche quella di determinare lo stato di conservazione. Questo è il caso del giallo di Van Gogh dei Girasoli. Il giallo dei Girasoli, un quadro notissimo e amatissimo, è dovuto al giallo di cromo, un pigmento che ha purtroppo la tendenza a virare nel tempo. Ella Hendrix, conservatrice al Van Gogh Museum, si è accorta di questo problema e ha ritirato il dipinto dall’esposizione per studiarlo. E per analizzarlo ha chiamato il Molab. Siamo andati con le nostre strumentazioni e abbiamo anche studiato in laboratorio il processo di degrado, che è una foto riduzione. Abbiamo anche scoperto che c’è una tipologia di giallo di cromo che tende di più a scurirsi e un’altra no, infine abbiamo dato una mappatura di tutto il dipinto per capire esattamente qual è lo stato di conservazione, in quale zone dobbiamo porre attenzione e come illuminarlo per poi far tornare il dipinto sicuro in esposizione per il pubblico.

Commissione europea: unica infrastruttura mobile per beni culturali Il Molab lavora dunque per portare la scienza e gli scienziati on the road. Negli ultimi dieci anni siamo stati finanziati dalla Commissione europea come prima e unica infrastruttura mobile per i beni culturali. Grazie a questo abbiamo potuto visitare decine di Paesi, invitati da musei, siti archeologici, chiese, è stato un successo ben oltre le nostre aspettative. Nel 2000 non avremmo potuto immaginare che altri seguissero le nostre orme. Altri laboratori, in Italia e in Europa, stanno facendo questo tipo di misure. Nell’insieme un approccio non invasivo ha portato un grande impulso alla scienza dei beni culturali sia in termini di quantità di oggetti studiati che in termini di qualità della ricerca prodotta. Le strumentazioni sono buone, hanno buone performance ma soprattutto sono portatili e facilitano l’interdisciplinarità: portano scienziati, storici d’arte e restauratori di fronte all’opera. E’ questo il segreto del Molab.

* Ricercatrice presso il Cnr di Scienze e tecnologie molecolari di Perugia, responsabile del gruppo di ricerca Beni culturali. E’ nel consiglio scientifico di Ipanema (Sincrotrone Soleil di Parigi) e di Nu-Access (Northwestern University Art Institute of Chicago).

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