Un momento del docu-film di Vanna Ugolini

Dal blog ‘Denti di Leone’ di Vanna Ugolini

C’è una data precisa dalla quale si è cominciato a parlare di Cie anche a Perugia. E’ il primo luglio 2010 – scusate l’auto-citazione, ma è un dato di cronaca che sta a indicare, soprattutto, quanto si stia a girare intorno alle parole e ben poco ai fatti – ed è la presentazione del documentario che girai per il Siulp intervistando gli spacciatori per strada, Zbun. Va detto che a quella presentazione non venne quasi nessun politico perchè quell’uscita, nata, semplicemente dalla voglia di fare un po’ di chiarezza, di aggiungere alcuni elementi al dibattito cittadino in cui le varie parti sociali si rimpallavano le responsabilità del degrado in cui versava il centro storico, la politica non riusciva a inquadrarla: non sapendo da che parte pendesse la bilancia, quasi tutti, tranne gli assessori Andrea Cernicchi, Aviano Rossi e Donatella Porzi, preferirono l’astensione. In realtà la bilancia non pendeva da nessuna parte, se non da quella, appunto, di allargare gli orizzonti del dibattito sullo spaccio a Perugia.

Fu in quell’occasione che Massimo Pici, segretario provinciale del Siulp, parlò dell’importanza di uno strumento come il Cie (centro di identificazione ed espulsione) per combattere lo spaccio a Perugia, semplicemente per le caratteristiche che ha il mercato della droga nella nostra provincia. La notizia fece così scalpore che quasi nessuno parlò del documentario e il dibattito si concentrò sull’opportunità o meno di aprire un Cie a Perugia. E poi dopo un po’ si spense.

Cie o non cie. A me, personalmente, i Cie non piacciono. Non mi piace, soprattutto, quello che i Cie diventano nella loro realizzazione concreta. Non mi piacciono perchè ci capitano, ad esempio, anche le ragazze nigeriane vittime di tratta che, una volta tornate nel loro paese, rischiano il carcere e la morte. Ritenevo (e ritengo) importante, però che si parli di tutto quando si deve affrontare un problema complesso come quello dello spaccio di droga che tante conseguenza drammatiche ha nella vita delle persone e per il tessuto sociale ed economico di una città.

Credo che non ci sia niente di più sbagliato che usare gli strumenti della semplificazione e l’ideologia per affrontare un problema complesso. Ci vogliono soluzioni diversificate, ci vuole un progetto, non una ricetta a senso unico, è inutile che ci facciamo illusioni. Bisogna lavorarci su.

In queste ore la discussione sui Cie si è riaperta perchè il segretario del pd Franco Parlavecchio ne ha ribadito la loro potenziale utilità nella lotta allo spaccio a Perugia, confrontandosi anche con il Siulp. Io credo che Parlavecchio abbia detto una cosa giusta: la sicurezza non è un tema di destra o di sinistra, ma un diritto di tutti i cittadini. Un diritto che a Perugia,  troppo spesso per la sua tradizione e cultura, viene violato. Perchè non ascoltare le richieste di chi lavora sul territorio, si è detto Parlavecchio? Parliamone. Parliamone, dunque. Anche dal punto di vista della polizia.

Allora, c’è una legge che punisce la clandestinità. Si può essere d’accordo o meno su questa legge, ma esiste e le forze dell’ordine sono tenute a rispettarla. I Cie dovrebbero essere una sorta di sale d’attesa in cui i cittadini che arrivano in Italia in condizioni di clandestinità aspettano di essere identificati. Spesso, lo sappiamo, diventano delle terre di nessuno dove ogni diritto viene violato. La definizione che ne dà l’Ong Medici per i diritti umani è quella di <un nuovo tipo di istituzione totale, luogo generatore di violenza ed esclusione>. Ma questa è la degerazione di una struttura che lo Stato non è stato in grado di gestire (o non ha voluto farlo) fino ad ora. E’ possibile un utilizzo diverso?

Lo snodo dell’identificazione. Il problema dell’identificazione, però, è anche lo snodo, (fino a quando non si troveranno soluzioni più efficaci), della lotta allo spaccio a Perugia: lo spaccio su strada avviene per piccole dosi. Lo spacciatore, quindi, quando viene preso spesso ha con sè poca sostanza stupefacente, quindi viene rilasciato. Dovrebbe essere espulso e rimandato al suo paese, ma, dato che non si sa di che nazionalità sia, ci vuole del tempo per identificarlo. In questo lasso di tempo, invece, se ci fosse un Cie, verrebbe tenuto lì dentro, si farebbero i controlli sull’identità e questo verrebbe rimandato al suo paese. Questo, invece, succede solo quando lo spacciatore viene condannato ad una pena più alta, di alcuni mesi, perchè mentre è in carcere le forze dell’ordine fanno ricerche sulla sua identità. Altrimenti, se non c’è posto negli altri Cie in giro per l’Italia, il pusher torna libero.

Va anche detta un’altra cosa. A Perugia le persone senza identità certa non sono donne e bambini, ma perlopiù persone dalla stessa città, anzi, dello stesso quartiere, a ridosso della periferia di Tunisi, che arrivano per chiamata di parenti e amici che sono già a Perugia (testimonianza diretta su questo lo si può sentire dalla viva voce dei pusher in Zbun). Probabilmente ci sono persone che sperano di arrivare qui e fare un lavoro onesto, ci sono giovani con le migliori intenzioni e ci sono anche persone che vengono qui sapendo che faranno i soldi sporcandosi la vita con la droga. C’è gente che arriva in Sicilia e ha già un biglietto del treno per Perugia e il numero di telefono di un avvocato. E’ così da anni. Prima era stata la volta dei pusher marocchini, che poi hanno lasciato spazio ai tunisini.

Tra i cittadini senza identità conosciuta che sono stati espulsi da Perugia non trovate una donna, non trovate una badante, ad esempio, nè lavoratori stagionali che, pure, arrivano in nero per lavorare nelle campagne. La stragrande maggioranza delle esplusioni è mirata e rivolta a chi spaccia.

Dunque la richiesta del Siulp va calata in questo contesto, concreto e reale, non è una richiesta di avere per forza un Cie.

Dietro lo spaccio. Dietro questo tipo di spaccio, l’abbiamo detto ormai fino alla nausea, – lo scrivono tutti i giorni i colleghi dei giornali, ne ha parlato Claudio Lattanzi nel suo libro “La mafia in Umbria”, ne ho parlato io nel libro “Nel nome della cocaina”, ci ha fatto un servizio Luca Lancise su La7 con “Perugia capitale dell’eroina” – c’è poi tutta una serie di complicità che abbiamo ampliamente analizzato, dall’ipocrisia delle persone che puntano il dito contro gli spacciatori salvo poi fare affari di ogni genere con loro, agli affitti in nero che, a mio parere, sono state la chiave di volta che ha favorito la presenza dei pusher a Perugia e che continua, (avete mai visto qualche spacciatore dormire per strada o alla Caritas?). Dal fatto che la malavita organizzata preferisce utilizzare l’Umbria come terra di riciclaggio del denaro sporco e quindi non gestire direttamente qui lo spaccio a una politica urbanistica che ha logorato il tessuto sociale del centro, al fatto che non si punta più sulle politiche sociali e di prevenzione (quante volte il Sert ha lanciato appelli e allarmi?) e così via.

Le strategie anti-spaccio. Va subito detto che il problema spaccio (e il problema consumo) non si risolveranno certo con strategie locali. Forse non si risolveranno mai se non si lavorerà a livello planetario per quanto riguarda il traffico di droga nè a livello di consumo se non si lavorerà sulle cause che portano una persona a drogarsi. Ma queste considerazioni aprono strade che ci porterebbero a discorsi sulla legalizzazione e sul male di esistere che finirebbero troppo lontano da Perugia. Tornando a Perugia, in sintesi, gli strumenti che le forze dell’ordine hanno in mano per combattere lo spaccio non sono tanti, al netto di una legislazione che è carente e piena di buchi.

A) Arresti veloci. Si possono fare gli arresti “a la carte”, i “cotti e mangiati”, cioè gli arresti dei pusher per strada, che però, come detto, portano a scarcerazioni quasi immediate e, se non c’è posto nei Cie, (rieccoci) il pusher torna uccel di bosco.

B) Indagini di intelligence. Si possono fare le indagini di più ampio respiro, quelle per cui si studiano i movimenti di tutta l’organizzazione, come si muove su territorio, come funziona, dove reperisce la droga. Con questo tipo di indagini gli arrestati vengono spesso accusati di associazione a delinquere, quindi restano in carcere per un bel po’. Il problema è che queste indagini sono molto lunghe, mesi, un anno e passa e, quindi, i risultati si vedono molto lontano nel tempo, anche se, come detto, sono più duraturi. Inoltre, spesso, quando arriva il momento di fare gli arresti, molti spoacciatori hanno già cambiato città.

C) Gli infiltrati. Negli anni scorsi si era trovata una soluzione intermedia, inserendo degli infiltrati che si fingevano compratori o aspiranti pusher. In questo modo si riusciva a conoscere da dentro il funzionamento dello spaccio e con gli infiltrati le indagini avevano una durata più breve. Il problema è quello di trovare persone competenti che vengano da fuori, per non essere riconoscibili.

D) La confisca degli appartamenti affittati in nero. Altra strada intrapresa è quella della confisca degli appartamenti affittati in nero. Una strada efficacissima come deterrente ma realizzabile a stento perchè, per come è strutturata la legge, è difficile attuarla.

E) I fogli di via. Dopo le espulsioni dei pusher clandestini, che non sempre funziona se non ci sono posti disponibili nei Cie,  (ma chi protesta contro il Cie a Perugia perchè, spesso applaude quando i pusher vengono portati negli altri Cie d’Italia?) le forze dell’ordine ne hanno messo in campo un’altra. Una strategia forse fragile e approssimativa che, però, qualche risultato lo sta dando. In sostanza vengono emessi fogli di via nei confronti di chi, da fuori regione, viene a comprare la droga a Perugia. In dodici mesi ne sono stati emessi circa 250, e questa strategia, come detto qualche risultato lo sta dando, a dimostrazione anche del fatto che Perugia è diventata una meta appetibile per tossicodipendenti di tutto il centro Italia.

La sensazione, però, è che la magistratura non abbia ancora, dopo tutti questi anni, fatto quadrato con le forze dell’ordine e le istituzioni per fare un fronte compatto contro questo problema, come, altre volte era accaduto, ad esempio, a metà degli anni duemila, con la lotta allo sfruttamento della prostituzione, che diede buoni risultati fino a quando non fu abbandonata.

Non – Conclusioni. Io credo che questo possa essere un quadro abbastanza completo della situazione che sta attraversando oggi Perugia. Purtroppo grandi passi in avanti in questi tre anni e un mese da quando il problema è stato messo al centro del dibattito con forza non ce ne sono stati. Probabilmente parlare di Cie è fuorviante: credo che manchi ancora una progettualità che faccia andare di pari passo prevenzione e repressione. Si parla di Cie, forse, per non parlare d’altro.

Non sono stati fatti passi in avanti, ad esempio, per aprire una sede di un consolato tunisino a Perugia, che agevolerebbe le pratiche di riconoscimento, i servizi continuano ad andare avanti soprattutto per la buona volontà e l’esperienza dei pochi rimasti ( e dire che erano all’avanguardia a livello nazionale  e non solo). Tentativi di arginare il problema mi sembra siano stati portati avanti soprattutto dalle forze del’ordine e dai gruppi di cittadini (Perugia non è la capitale della droga, Porta Grimana, Fiorivano le viole etc) che stanno cercando di rivitalizzare il centro. Forse manca un raccordo progettuale tra tutte le forze sul campo, anche se da tempo non lavoro più a Perugia, quindi, probabilmente mi sfugge qualcosa. In questo contesto si inserisce la richiesta di un Cie da parte del Siulp. Una richiesta che rimarrà, credo un’ipotesi di scuola: intanto, a livello generale, questa situazione confusa fa comodo a tutti, (tranne an quei migranti che arrivano qui per cercare una nuova e onesta possibilità di vita e ai cittadini che subiscono le conseguenze di chi, invece, delinque).

Fa comodo a chi vuole sventolare la bandiera della solidarietà (ma poi concretamente, cosa viene fatto? Si lavora per migliorare i rapporti internazionali fra stati, per cambiare la legge sulla clandestinità etc?), fa comodo a chi vuole, invece, usare i toni della tolleranza zero (e anche qui, a voi giudicare come sono andate le cose ad esempio a Roma, dove Alemanno era stato eletto proprio per fare “pulizia”).

I Cie costano, la sinistra non li vede bene, inoltre bisognerebbe che cambiassero le regole di gestione per tutelare i diritti di chi ci sta dentro e ad esempio, anche perchè succederebbe che un eventuale Cie di Perugia si riempirebbe immediatamente con persone da identificare che verrebbero anche da fuori. Il Cie è comunque uno dei pochi strumenti che lo Stato ha messo in campo e che viene usato da tutti i paesi che aderiscono al trattato di Schengen: è una strategia europea. L’altra proposta che viene fatta a gran voce, e cioè l’esercito per strada, può servire in alcune situazioni “acute” ma non mi sembra abbia un respiro lungo.

Proposte… Ora, se questa analisi vi convince ma non vi convincono i Cie, quali soluzioni proponete?

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