di Paolo Coletti*
C’è un sentimento profondamente umano, persino nobile, nell’iniziativa dei cittadini delle frazioni di Collestatte e Torre Orsina che chiedono di staccarsi dal Comune di Terni per ricostituirsi in ente autonomo, richiamando l’antica autonomia comunale soppressa nel 1927. L’appoggio incassato da cinque consiglieri regionali testimonia la portata politica e sociale di questa istanza, ma proprio quando l’emotività e la suggestione storica rischiano di prendere il sopravvento occorre applicare alla realtà il filtro della verifica empirica e del pragmatismo economico. Che si tratti di una fusione che ripristina un’antica municipalità o della nascita di un ente del tutto nuovo, per i conti pubblici non cambia nulla: un bilancio comunale non fa sconti alla nostalgia. Il quadro che ne emerge impone una riflessione senza veli: la ricostituzione di un micro-Comune rischia di rivelarsi un dannoso boomerang per gli stessi cittadini che oggi la chiedono.
Il disegno di legge 668/2026, depositato in Assemblea regionale con primo firmatario Francesco Filipponi e sottoscritto dai consiglieri Maria Grazia Proietti, Cristian Betti, Letizia Michelini (i primi quattro consiglieri Pd) e Luca Simonetti (M5S), interviene sulla legge regionale 14 del 2010 relativa agli istituti di partecipazione, abbassando a soli 1.500 abitanti la soglia demografica necessaria per indire il referendum di autonomia comunale, nei casi di particolari ragioni storiche o di conclamate difficoltà geografico-morfologiche.
È vero che la disciplina statale generale (l’articolo 15 del Testo unico degli enti locali) esclude proprio i casi di fusione tra Comuni dal vincolo dei 10.000 abitanti previsto per le nuove istituzioni: un tecnicismo che i promotori possono legittimamente rivendicare. Ma è un tecnicismo che sposta la battaglia sul piano giuridico senza risolvere quello economico. Un ente locale di 1.700 abitanti nato da una fusione paga esattamente gli stessi costi fissi e incassa esattamente lo stesso gettito risicato di un Comune istituito ex novo con lo stesso numero di residenti.
La legge regionale 10 del 2015 sul riordino delle funzioni amministrative e delle forme associative dei Comuni era nata, peraltro, con lo spirito opposto rispetto a questa nuova proposta: disincentivare la frammentazione e spingere verso l’unione dei servizi e le fusioni proprio per garantire sostenibilità finanziaria agli enti locali. Abbassare a 1.500 abitanti la soglia per i referendum d’autonomia significa invertire quella stessa rotta di razionalità amministrativa, a prescindere dall’etichetta con cui si battezza il nuovo ente.
L’Umbria conta già 92 Comuni, la cui maggioranza si colloca sotto la soglia dei 5.000 abitanti, con una quota rilevante che non raggiunge nemmeno i 3.000 residenti. In questo contesto, Anci Umbria ha più volte segnalato come i Comuni più piccoli della regione, già oggi, facciano fatica a far quadrare i bilanci di fronte al progressivo taglio dei trasferimenti statali, tanto da rendere necessari fondi ministeriali straordinari destinati esplicitamente ai piccoli enti in dissesto o a rischio di squilibrio finanziario.
E la traiettoria demografica non promette sollievo: l’invecchiamento della popolazione e la contrazione della fascia d’età lavorativa, fenomeni già in atto in tutte le aree interne umbre, riducono nel tempo proprio quella base di contribuenti e di consumi da cui dipende il gettito fiscale locale.
Continuare a frammentare il territorio in un contesto che richiede scala, efficienza e sinergie e in cui molti micro-Comuni faticano già a reggersi in piedi da soli va in direzione diametralmente opposta alla logica economica. Un piccolo Comune non nasce dal nulla: richiede un’architettura burocratica autonoma che comporta costi fissi ineludibili, indipendentemente dal fatto che sia definito nuovo o ricostituito.
Per comprendere l’insostenibilità di un’ulteriore parcellizzazione, occorre guardare con freddezza alla struttura del bilancio di un ente locale. Le entrate si dividono essenzialmente in tre grandi pilastri: le entrate proprie tributarie ed extratributarie (Imu, addizionale comunale Irpef, Tari, diritti di segreteria e sanzioni), i trasferimenti statali e regionali tramite fondi di perequazione e contributi vincolati, e infine le entrate in conto capitale destinate agli investimenti.
Sul fronte delle uscite, la quota maggioritaria è rappresentata dai costi di funzionamento strutturali, come il personale, gli organi politici, la contabilità, la gestione dei servizi informatici, la vigilanza e la manutenzione ordinaria.
Il contrasto al centro del bilancio di un micro-Comune è netto: a fronte di entrate strutturalmente ridotte per via di una base imponibile minima, di pochi contribuenti Irpef e di bassi trasferimenti, si contrappongono costi fissi elevati per la burocrazia, il personale, le spese di funzionamento e la gestione dei servizi minimi.
In un centro demograficamente contenuto, il risultato è inevitabile: l’intero gettito fiscale locale viene totalmente prosciugato dalla macchina burocratica, lasciando un margine d’investimento pressoché nullo per strade, scuole, verde pubblico o assistenza sociale.
Un Comune privo di risorse proprie non offre maggiore democrazia o efficienza, ma si trasforma in un mero generatore di costi di gestione, incapace di erogare servizi e costretto a dipendere perennemente dai trasferimenti esterni.
*Paolo Coletti è un manager, docente e analista con un’esperienza poliennale nella direzione di progetti complessi e nell’innovazione di processo per grandi imprese. Esperto di geopolitica e intelligenza artificiale, è autore di saggi sulla leadership etica, coniuga la visione strategica aziendale con lo studio dei nuovi scenari della geoeconomia moderna.
