di Chiara Moroni
In Italia, a partire dagli anni ’90, la politica si è preoccupata in modo insistente del presunto potere della tv nel condizionamento delle scelte elettorali e nella costruzione di un consenso basato sulla sua influenza, dando vita, nel 2000, ad una legge, nota come legge sulla par condicio, che ha attivato una diffusa attenzione maniacale per i minuti di presenza dei politici in tv trascurando contenuti, temi, modalità espressive.
I termini della nostra legge sono piuttosto unici rispetto ai regolamenti della stessa materia voluti in altre democrazie occidentali, che pur sentendo l’esigenza di porre limiti all’uso del mezzo televisivo non ne hanno fatto un tema di scontro politico né, tanto meno, uno strumento per silenziare gli avversari.
L’attenzione della politica per il potere della comunicazione mass mediale, tradotto in contese sui minuti e sulle “presenze” dei politici nei telegiornali come nelle trasmissioni di approfondimento, evita volutamente di soffermarsi su due questioni tanto macroscopiche per quanto radicalmente cadute nell’oblio: la concentrazione di proprietà delle emittenti televisive nazionali, pubbliche e private, e il parallelismo politico proprio di molta parte del giornalismo italiano, che per tradizione storico-culturale nega di fatto l’autonomia politica dei giornalisti.
Oggi, l’occhio vigile dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni si è appuntato sui videomessaggi politici con i quali, recentemente, i leader della politica nazionale hanno voluto tentare la via della comunicazione diretta con i cittadini-elettori, bypassando le comunicazione etorodiretta propria di giornali e telegiornali, nella convinzione che la propria posizione spiegata personalmente e senza alcun filtro interpretativo applicato da terzi, potesse meglio garantire loro di ottenere un giudizio da parte del pubblico obbiettivo e non viziato da letture pregiudiziali.
L’Autorità, in questo ultimo provvedimento emanato, ribadisce che i videomessaggi hanno una propria legittimità solo se utilizzati in “casi eccezionali” e laddove non rispondano a esigenze politicamente strategiche del singolo politico, ma al contrario quando essi siano “strettamente connessi con l’attualità della cronaca, rispondendo a primarie esigenze informative di rilevante interesse pubblico”.
Un altro punto “interessante” del provvedimento dell’AgCom sta nella necessità di inserire il principio dialettico anche nei videomessaggi che devono quindi contenere “commenti di altri soggetti”.
Sono due le considerazioni necessarie a nostro avviso su tale, ulteriore limitazione comunicativa applicata alla politica italiana: la prima, riguarda la mancanza di un fondamento scientifico che supporti l’idea – acquisita al contrario come verità assoluta dal legislatore e dagli organi di controllo – che via sia un’influenza immediata e diretta tra esposizione al messaggio televisivo e elaborazione di una opinione favorevole a quel messaggio. La seconda si riferisce all’evidente improbabilità che, a fronte dei limiti strutturali e culturali del sistema dell’informazione e della comunicazione nel nostro Paese, il problema vero e pressante sia il numero di minuti e le volte che un singolo leader appare in televisione o cerca un canale per comunicare direttamente con il pubblico.
Il consenso popolare-elettorale di cui gode Berlusconi, perché in definitiva il problema è, di nuovo e sempre, limitare le sue possibilità comunicative, non lo si può attribuire all’ennesimo “nuovo” canale comunicativo che sceglie di sfruttare, ma sarebbe più utile non tralasciare, innanzitutto da un punto di vista legislativo, ma anche strategico, la “piccola” questione delle sue proprietà mass mediali, del controllo che può esercitare sulla televisione pubblica, sulle sue naturali capacità di attrarre consenso a prescindere da quale canale informativo o espediente comunicativo adotti.
Sarebbe più interessante e certamente più utile vedere all’ordine del giorno della politica italiana tutta – e certo a maggior ragione dell’attuale opposizione – non proclami sterili e fine a se stessi, riguardo alla pericolosità del conflitto di interessi o le denunce sul numero di minuti di presenta di Berlusconi nei Tg nazionali che sovrabbonda quello di altri leader politici, ma una riflessione oggettiva e di merito su come porre fine, in via definitiva, all’anomalia del sistema radiotelevisivo e mass mediale propria del nostro Paese.
I videomessaggi hanno sì un certo valore, ma non nel senso che sembra aver colto l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, bensì come segno di quella deriva, dei suoi strumenti di consenso, dell’altissimo livello di scontro e di radicalizzazione del confronto politico-istituzionale di cui è vittima la politica italiana e con essa i cittadini. Limitarne l’uso non entra nel merito di cosa significhi la necessità di ricorrervi quale segno della deviazione negativa del nostro sistema politico-informativo nel suo complesso.

