di Ivano Porfiri
La verità è che ogni volta che esplode una «bomba» mediatico-giudiziaria come quella del coinvolgimento della presidente Marini nel caso Enac c’è qualcuno che s’indigna, s’infuria perché tirato – a suo dire – ingiustamente in ballo. E qualcun altro che apre i giornali con un ghigno di compiacimento, che fa trillare i telefoni di buon mattino, come a dire: hai visto, tocca pure a loro. E, spesso, queste due reazioni albergano all’interno del medesimo partito.
Non vogliamo parlare del caso Enac nel dettaglio. La governatrice ha già detto, attraverso i suoi legali, che è pronta a chiarire con i pm di Roma ogni ombra gettatale addosso da chi cerca di offuscare la sua immagine. E’ giusto che lo dica e che lo faccia. Chi ha un ruolo pubblico deve avere nel suo Dna il rispetto e la fiducia nelle istituzioni (in questo caso la magistratura), specie chi da anni critica l’atteggiamento del presidente del Consiglio. Sia detto per inciso: è giusta anche l’indignazione nel vedere pubblicati a 24 ore dall’interrogatorio i contenuti sui giornali (purché questa indignazione sia pari quando avviene al tuo avversario politico).
Il punto, piuttosto, è un altro. Il nostro giornale sta chiedendo ai suoi lettori di dire la propria sull’esistenza di una «questione morale» nella politica umbra (il sondaggio è in basso a destra sulla Home Page). Siamo solo al primo giorno, ma tra chi ha votato finora nessuno ha detto che una questione morale non esiste. Secondo noi, chiariamolo subito, una questione morale c’è, eccome. Ma è bene chiarire cosa intendiamo per questione morale.
Il centrosinistra umbro, fatto innegabile, da mesi è al centro di una serie di inchieste che chiamano in ballo esponenti di spicco, alcuni di loro con rilevanti incarichi istituzionali. Ognuno chiarirà nelle sedi opportune le sue responsabilità. Ma la politica può limitarsi alla ripetizione del mantra «siamo estranei» e intanto barricarsi nei palazzi del potere? Il partito, questa istituzione che si vuole difendere dal qualunquismo del «sono tutti uguali», è capace di guardarsi all’interno con una coscienza critica che vada aldilà della retorica delle dichiarazioni auto-assolutive? L’impressione di tanti osservatori è che, ancor prima della coscienza personale di chi potrebbe, ad esempio, dimettersi e affrontare con più serenità le sue vicende giudiziarie, ci sia un impedimento insito proprio nel sistema partitico.
In Umbria, ma in Italia in generale, c’è un sistema da troppi anni paralizzato da una perenne guerra tra bande che scorrazzano sotto le stesse insegne. Accade nel Pd e anche nel Pdl. I politici, prima di fare una qualsiasi dichiarazione (figuriamoci prendere una decisione) si interrogano se sia opportuna e conveniente per la propria fazione, se piaccia al capetto, prima ancora se questa faccia il bene della comunità. E, spesso, prima ancora persino di chiedersi se nel loro intimo la condividano o meno. Lo ha detto anche Renato Locchi in un’intervista di pochi giorni fa. Non ci si dimette perché non conviene alla propria parte, non si nomina un’assessore che servirebbe al bene pubblico per un problema di equilibri. E’ come se un sindacato firmi o non firmi un accordo per partito preso ancor prima di chiedersi se l’accordo faccia il bene dei lavoratori che rappresenta (l’esempio non è preso a caso). Tutto ciò è morale? Risponde all’etica pubblica che dovrebbe essere alla base dell’attività politica?
Si ricordi cosa è avvenuto nei primi anni ’90. Un ciclone giudiziario, con i mille effetti collaterali e distorsioni che ha comportato, ha spazzato via un sistema incapace di autoriformarsi. In un contesto socio-economico anche peggiore come quello di oggi, il rischio è ancora maggiore: che sia la gente a spazzare via tutto. Il segnali non mancano, dal plebiscito per De Magistris al 10% di Grillo a Bologna. Sembra la storiella che chiude il film L’odio di Kassovitz: «Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio».


Giusta analisi, ancora più azzeccato il finale. Sembra davvero che, nel pieno di una scossa di terremoto, con le travi che vengono giù, gli abitanti del Palazzo siano in riunione per decidere il cerimoniale d’uscita.