di Iv. Por.
C’è chi parla di una cordata internazionale, altri considerano più probabile un acquirente «finanziario». La corsa alla ThyssenKrupp Acciai speciali Terni si profila irta di ostacoli e insidie, prima fra tutte quella data dal termine fissato dall’Ue: il 7 maggio.
Outokumpu ottimista Secondo quanto riporta l’agenzia Reuters, un portavoce di Outokumpu ha detto che l’azienda è stata contattata da una serie di possibili compratori ed è ottimista di poter chiudere tutto entro il termine previsto. Un’altra fonte, invece, sostiene che i finlandesi chiederanno all’Unione europea di allungare i termini.
I pretendenti Intanto si delineano i possibili compratori. Dopo il no dei coreani di Posco, gli ultimi ad unirsi alla corsa sono i lussemburghesi di Aperam (figlia del colosso planetario ArcelorMittal). Già in pista il braccio di private equity di JP Morgan chiamato “One Equity” e il gruppo cremonese Arvedi. Sarebbero loro i possibili acquirenti degli stabilimenti ternani oggi in mano a Outokumpu. Lo riferisce l’agenzia Reuters citando fonti dirette di Aperam e altre fonti del mondo industriale.
Aperam c’è Aperam, il quarto gruppo europeo dell’acciaio dopo Inoxum e Acerinox, ha dichiarato di essere interessata all’impianto oggi in mano a Outokumpu. «Considereremo questa opportunità se avrà un senso da un punto di vista industriale – ha affermato un portavoce di Aperam – ma per ora restiamo cauti vista la nostra conservativa strategia finanziaria».
I dubbi In verità sulla possibilità che l’affare possa realizzarsi sorgono diversi dubbi. Perplessità soprattutto sul fatto che l’Antitrust dell’Unione europea possa permettere un accordo che andrebbe contro l’apertura del mercato auspicata proprio nel momento in cui si è impedita la fusione tra Outokumpu e la Tk-Ast.
Acquirenti nella finanza Se Aperam parla, JP Morgan e Arvedi, invece, rifiutano di rilasciare commenti al momento. One Equity, secondo Reuters, è solo l’ultimo di cinque fondi di private equity che ha dimostrato interesse nell’Ast, una soluzione quella dei fondi di investimento su cui i sindacati hanno molte perplessità. Ma che potrebbe avere un senso visti i tempi stretti. «L’impianto deve essere venduto entro sei mesi – riferisce a Reuters una fonte industriale – quindi un fondo di private equity potrebbe rivelarsi la soluzione più probabile. Al momento, infatti, sembrano esserci più manifestazioni di interessa da parte di investitori finanziari che da imprese produttrici di acciaio. Ci sono diversi fondi per cui un’acquisizione da 500 milioni di euro non è così grande e alcuni di loro sono interessati».
Quanto costa Il sito di Terni, secondo la prestigiosa agenzia internazionale, è stato valutato un anno fa circa un miliardo di dollari (770 milioni di euro circa), ma nel frattempo avrebbe perso valore per il deterioramento dell’economia e le condizioni dei mercati europei.
Tagli dopo l’acquisto Perplessità, infine, verrebbero da alcuni esperti sulla possibilità che Terni, seppur senza spacchettamenti, possa mantenere la sua capacità occupazionale. Secondo alcuni, chiunque comprerà, poi ridurrà il personale riducendolo da 4 mila a 3.500. E – secondo queste fonti – già sarebbe un successo.

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