Una protesta dei lavoratori Isrim

Dire che non sono convinti è un eufemismo. I lavoratori dell’Isrim di Terni, infatti, dicono che quella relativa alla proposta che è stata fatta loro, di costituire una cooperativa, «assomiglia più ad una trovata pubblicitaria che ad un reale sforzo della proprietà dell’istituto di salvaguardare le competenze ed i posti di lavoro».

«Proposta non congrua» Secondo loro, «molti con esperienze ventennali di ricerca, formazione e testing, diventare imprenditori non rappresenta una soluzione congrua per valorizzare le risorse umane ed il know-how dell’istituto ma, probabilmente, solo la premessa
per un suicidio collettivo», soprattutto perché la «soluzione cooperativistica supportata dagli enti pubblici locali che, dopo l’irreparabile perdita di tutti i progetti di ricerca e dei clienti a causa della liquidazione, assomiglia – appunto – ad una trovata pubblicitaria».

I sindacati E chiedono «pubblicamente ai sindacati di assisterli nel confronto con la proprietà dell’istituto in modo da identificare al più presto una strada ragionevole per la salvaguardia dei loro posti di lavoro».

I dubbi La proposta che è stata fatta, dicono i lavoratori, «è apparsa vaga, fumosa, senza un minimo piano industriale, con intenti tracciati solo a grandi linee e troppo generalisti». La domanda che si sono posti, dicono, è «come può essere concepita una cooperativa di soci lavoratori senza aver prima definito un’attività e aver individuato un possibile mercato e un’utenza?». Ma non solo.

Gli imprenditori «Se ci sono davvero i presupposti – chiedono – per la costituzione di un’impresa, perché non c’è un imprenditore che accetta la scommessa, con tutti gli aiuti che i rappresentanti degli enti pubblici dichiarano di offrire?». E ancora: « Perché non inglobare le competenze Isrim in enti già costituiti o creare un progetto nuovo regionale nel quale farle confluire?».

Le parole ‘Ricerca e innovazione’, insistono i lavoratori dell’Isrim, «sono sulla bocca di tutti, ma la loro concretizzazione è lungi dal divenire, specialmente in Umbria, dove l’unico istituto regionale di ricerca, formazione e servizi avanzati sta per essere chiuso». Qual è il motivo, si chiedono, «per il quale nessuno si vuole impegnare seriamente per salvare questo bene della collettività  – 32 miliardi di lire di finanziamento pubblico – con proposte serie e strutturate, lasciando ai lavoratori Isrim il lavoro che sanno fare e ai manager pubblici l’opportunità di sviluppo del territorio attraverso un uso congruo delle risorse umane e finanziarie?».

Il piano industriale Secondo loro, insomma, dovrebbero essere «la proprietà dell’istituto e la politica locale» ad «elaborare un piano industriale, coinvolgendo imprenditori seri in grado di valorizzare i soldi pubblici già investiti nell’Isrim», o magari «percorrano parallelamente vie alternative quali l’applicazione della legge di stabilità – la stessa di cui si parla proprio oggi per i lavoratori in esubero di Alitalia per cui sembra che per la prima volta verrà usato il contratto di ricollocamento previsto – la creazione di una nuova Agenzia regionale sull’innovazione o il potenziamento di quelle esistenti, rendendosi disponibili a dare un supporto nell’identificazione
strategica delle competenze».

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