di Marco Torricelli
Se tutto va bene, e a meno di clamorosi colpi di scena, una parola definitiva sul possibile concordato per la Sangemini si avrà solo a metà luglio. L’adunanza dei creditori, che si è svolta lunedì mattina in tribunale, si è conclusa con un ulteriore rinvio: la nuova convocazione è stata fissata per il 27 giugno.
Il rinvio Motivo della decisione del giudice è stata la richiesta, da parte dell’Inps, che ha spedito a Terni dei funzionari da Roma, di una fideiussione – da parte della vecchia proprietà Sangemini – a garanzia dell’esposizione debitoria da parte dell’azienda (i commissari giudiziali l’hanno calcolata in circa 940mila di euro) e i legali della vecchia proprietà hanno replicato che per una cosa del genere c’è bisogno di tempo e di approfondimenti. Tanto che il giudice ha concesso i due mesi di rinvio.
I tempi Rinvio che, però, ammesso che il 27 giugno si arrivi ad una votazione – la proposta di concordato potrà essere accettata solo se la maggioranza dei creditori darà parere favorevole – si prospetta più lungo, visto che dopo la prima eventuale votazione è prevista una ventina di giorni di attesa, per dare la possibilità di esprimere il proprio parere anche a quei creditori che non dovessero essere fisicamente presenti in tribunale quel giorno.
I creditori Ma quella dell’Inps, oltre che una presa di posizione pesante, rischia di essere un precedente devastante nella procedura che dovrebbe portare al concordato: perché la richiesta della fideiussione ne potrebbe provocare altre, a cascata: visto che la Sangemini ha debiti accertati, con i creditori privilegiati, per svariati milioni di euro.
Gli importi Cinque milioni e mezzo la Sangemini li deve all’erario, circa un milione e 700mila euro li avanzano professionisti e fornitori, un milione e 100mila euro devono essere sborsati per cause da lavoro, circa 35o mila euro spettano ai dipendenti 170 mila euro mancano dal fondo rischi e oneri per gli agenti, 100mila dal Tfr, circa 90mila devono essere liquidati al collegio sindacale. Il totale è di circa 10 milioni di euro.
Le fideiussioni Se per tutte queste somme dovesse essere richiesta una fideiussione, il rischio concreto che si prospetta è che l’intera operazione possa saltare per aria, rigettando la Sangemini in quel baratro dal quale si credeva fosse uscita.
La reazione Quello che è successo in tribunale non è piaciuto al sindacato Fai Cisl, il cui segretario, Simone Dezi, si dice «fortemente preoccupato per il fatto che ci si continua a nascondere dietro alla burocrazia, mettendo in serio pericolo il lavoro e l’attività dello stabilimento». Secondo Dezi «di rinvio in rinvio, anche a causa dell’attendismo della vecchia proprietà e dell’iniziativa dell’Inps, si mette a repentaglio un progetto che ha visto i lavoratori accettare enormi sacrifici in cambio della possibilità di mantenere in vita l’attività, ma questo clima di incertezza rischia di risultare fatale».
La programmazione Secondo il sindacalista, infatti, «in assenza di certezze, che solo il concordato può dare, visto che ‘Sangemini acque’ (emanazione del gruppo Norda; ndr) opera attualmente in regime di affitto, non possono certo essere messe in atto politiche commerciali di medio e lungo periodo e questo, oltre che non permettere agli imprenditori di fare il proprio mestiere, si riverbera anche all’interno dello stabilimento e tra i lavoratori, che tornano ad avere paura».
