di Daniele Bovi
Un Pil sostanzialmente fermo, un’industria che sta vivendo una fase di debolezza e prudenza, l’edilizia che dopo il boom degli incentivi è in stallo e, dall’altra parte, un turismo in forte espansione, un mercato del lavoro che presenta numeri positivi, famiglie che consumano di più ma il cui potere d’acquisto è stato ulteriormente frenato dall’inflazione. È un quadro di contrasti quello che emerge dall’aggiornamento congiunturale sull’economia dell’Umbria diffuso mercoledì dalla filiale di Perugia di Bankitalia e relativo ai primi sei mesi dell’anno.
Pil Secondo le stime, il Pil umbro è cresciuto dello 0,6 per cento nei primi sei mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024, in linea con la media nazionale. L’attività industriale è rimasta debole: la quota di imprese che ha registrato un aumento delle vendite supera solo di poco quella di chi ha segnalato un calo, con performance peggiori per le aziende più piccole e per quelle attive solo sul mercato interno.
CONFINDUSTRIA CHIEDE «PIANO STRAORDINARIO» PER LE IMPRESE
Export Battuta d’arresto anche per l’export. Dopo due anni di espansione, la crescita si è interrotta nel secondo trimestre, risentendo dell’inasprimento delle politiche commerciali e dei dazi introdotti dagli Stati Uniti. Nei primi sei mesi dell’anno le vendite all’estero sono diminuite del 2,3 per cento, mentre in Italia sono cresciute del 2,1; il calo ha riguardato soprattutto i settori della meccanica e dei metalli, con l’agroalimentare e l’abbigliamento in controtendenza positiva. Per quanto riguarda gli Usa, dopo un primo trimestre in cui sono stati anticipati gli acquisti per timore dei dazi, complessivamente nei primi nove mesi dell’anno le vendite sono calate, con un’ulteriore flessione attesa alla fine del 2025. E di sicuro il mercato Usa per molte imprese è tutt’altro che semplice da sostituire.
DAZI GENERANO VOLATILITÀ E INCERTEZZA PER LE IMPRESE UMBRE
Fiducia La fiducia delle imprese è rimasta stabile ma con prospettive in peggioramento: l’incertezza geopolitica e commerciale ha portato molte aziende a confermare i livelli di spesa per investimenti nel 2025, ma a prevederne una riduzione nel 2026. Tre imprese su quattro hanno mantenuto invariate le previsioni di investimento, mentre solo una su tre ha segnalato effetti positivi legati ai bandi del Pnrr.
MAPPA: IN UMBRIA I RUBINETTI DEL CREDITO RESTANO CHIUSI
Edilizia Smaltita la “sbornia” dei bonus, l’edilizia è in una fase di stagnazione, risentendo anche del rallentamento degli investimenti pubblici e della ricostruzione post-sisma del 2016. Nella prima metà del 2025 le ore lavorate sono diminuite del 7,4 per cento, a fronte di una media nazionale di -0,7. Gli investimenti degli enti locali sono comunque cresciuti del 12 per cento, seppur in rallentamento. A luglio in Umbria erano state bandite 643 gare Pnrr per un valore di 823 milioni di euro, con un tasso di aggiudicazione pari al 91 per cento; tra novembre 2021 e luglio 2025 sono stati avviati o conclusi lavori per il 60 per cento delle gare aggiudicate, una quota superiore a quella di molte altre aree italiane. Le imprese locali però sono state coinvolte in modo limitato tanto che solo una su tre segnala un impatto positivo.
Ricostruzione Quanto al terremoto, la ricostruzione privata ha mostrato un rallentamento, anche a causa delle difficoltà delle famiglie, legate al Superbonus, a sostenere parte dei costi. Ad agosto i cantieri attivi sono aumentati del 4 per cento, con una spinta degli incentivi che si è ormai esaurita. Diverso il quadro per il mercato immobiliare, che ha registrato un aumento del 14,8 per cento delle compravendite e una crescita dei prezzi delle abitazioni del 3,4.
Turismo Il settore dei servizi ha mostrato maggiore vitalità, sostenuto dalla ripresa dei consumi e da un turismo in espansione. Nei primi nove mesi del 2025 quasi quattro imprese su dieci hanno registrato un aumento delle vendite. Le presenze turistiche sono cresciute del 10 per cento, ben oltre il 2 per cento della media nazionale, con un incremento del 17,4 per cento per i visitatori stranieri e del 12,2 per cento per le strutture extralberghiere. Il tutto aiutato da un aeroporto di Perugia che macina record.
Il lavoro Sul fronte occupazionale, il numero degli occupati è cresciuto dell’1,9 per cento nei primi sei mesi dell’anno, più della media italiana (1,4). L’aumento ha riguardato tutti i settori, in particolare le donne (+3,3 per cento) e i lavoratori autonomi (+4,8). Il tasso di occupazione ha raggiunto il 68,4 per cento, mentre la disoccupazione è scesa al 5, in calo di mezzo punto rispetto a un anno fa; una diminuzione da imputare non solo al minor numero di persone in cerca di occupazione. Le assunzioni nette nel settore privato non agricolo infatti sono state circa 10.600, in crescita del 9,7 per cento, mentre il ricorso agli ammortizzatori sociali – benché con alcune differenze settoriali – si è ridotto con 3 milioni di ore autorizzate, contro i 3,5 milioni dell’anno precedente.
Le famiglie Il reddito nominale delle famiglie è aumentato del 3,6 per cento, ma il potere d’acquisto è cresciuto in misura più contenuta (+1,5) a causa dell’inflazione, tornata all’1,6 per cento a settembre, trainata dai rincari di alimentari (+3,1) e servizi (+2,7). I consumi reali sono aumentati dell’1,2 per cento, più della media nazionale (0,7). Il tutto spinto anche dal ricorso al credito al consumo, salito del 5,5 per cento, mentre i prestiti complessivi alle famiglie sono cresciuti del 2,5.
I mutui Tornando al mercato immobiliare, sono in forte ripresa i mutui per l’acquisto di abitazioni, aumentati del 40,5 per cento nel primo semestre, con il 94,8 per cento dei nuovi contratti a tasso fisso. Il costo medio del credito al consumo è rimasto stabile (8,6 per cento).
I prestiti Come segnalato anche da altre recenti analisi, è proseguita la contrazione dei prestiti alle imprese, seppure in modo meno marcato, mentre la qualità del credito è migliorata. Il tasso di deterioramento dei prestiti è sceso all’1,1 per cento a giugno 2025 (1,6 a dicembre 2024), con un livello inferiore alla media nazionale. La quota di aziende con liquidità ritenuta più che sufficiente è passata dal 68 al 56 per cento. Il costo medio dei finanziamenti di liquidità è sceso al 5,6 per cento, mentre quello per gli investimenti al 4,3, in calo di mezzo punto rispetto a dicembre 2024.
