di Daniele Bovi
Sembrano essere volatilità e incertezza i primi frutti prodotti anche in Umbria dai dazi imposti dall’amministrazione di Donald Trump. Nei giorni scorsi Istat ha infatti diffuso il report sull’export delle regioni italiane relativo al secondo trimestre, chiudendo così il cerchio per quanto riguarda i primi sei mesi dell’anno. Se nel complesso tra gennaio e giugno le imprese umbre hanno venduto all’estero beni per 3 miliardi di euro esatti, con un calo del 2,3 per cento rispetto allo stesso periodo di un anno fa, nel secondo trimestre si parla di un -8,7 per cento.
I dazi Gli Stati Uniti del tycoon si confermano secondo mercato di sbocco per il Cuore verde, con un calo del 10,5 per cento nel secondo trimestre; nei primi tre mesi dell’anno invece la crescita era stata di ben il 20,5 per cento. «Questi andamenti – spiega a Umbria24 Sara Giusti, economista del dipartimento ricerca di Intesa Sanpaolo che cura il Monitor dei distretti regionali – possono essere stati condizionati dall’incertezza generata dalle politiche commerciali americane; in particolare, nel primo trimestre si è assistito a un fenomeno di anticipo delle consegne e maggiori scorte degli acquirenti americani in attesa delle decisioni sulle politiche di dazi all’importazione. Le variazioni per trimestre dell’export verso gli Stati Uniti farebbero pensare alla presenza più marcata di questo atteggiamento nei settori dell’abbigliamento, dell’elettrotecnica e dell’agro-alimentare».
Il saldo Nel complesso, il saldo commerciale dell’Umbria resta positivo, con un avanzo di 612 milioni di euro pari al 2,7 per cento del totale nazionale. «Anche al netto della metallurgia che riveste un ruolo importante per la regione, ma che risulta particolarmente concentrata e influenzata dall’andamento dei prezzi del settore – continua Giusti – si sarebbe osservata una sostanziale stabilità delle esportazioni (-0,6% per cento) che resta comunque inferiore rispetto alla media nazionale che complessivamente si è attestata al +2,1 per cento». Ma dietro questa tenuta si nasconde una realtà a due facce. Se da un lato agroalimentare, abbigliamento ed elettrotecnica hanno mostrato dinamismo, dall’altro settori tradizionali come meccanica, metallurgia e automotive hanno subito contraccolpi pesanti.
I settori La filiera agroalimentare si conferma prima voce dell’export regionale con 580 milioni di euro e una crescita del 3,5 per cento, che arriva all’8,4 per cento secondo i dati Istat. A trainare sono tra gli altri anche cacao e cioccolato, prodotti che rappresentano un comparto di specializzazione per l’Umbria. Positivo anche l’abbigliamento, cresciuto del 9,3 per cento, un dato in controtendenza rispetto al calo del settore moda a livello nazionale. Ancora più marcato il balzo dell’elettrotecnica, +68,7 per cento secondo Intesa Sanpaolo, con un incremento delle vendite verso Stati Uniti e Paesi Bassi. In crescita anche la farmaceutica, che pur su valori ridotti segna un +11,7 per cento.
Meccanica e metalli Sul fronte opposto, la meccanica perde quasi il 15 per cento, la metallurgia scende del 10,1 per cento e l’automotive arretra del 12,9 per cento. Anche la chimica resta in territorio negativo (-4,4 per cento). Sono proprio queste filiere, insieme alla siderurgia, a spiegare la brusca inversione del secondo trimestre, quando il calo complessivo delle esportazioni umbre ha superato i 140 milioni di euro.
Le altre regioni Se si guarda al resto del Centro Italia, l’Umbria è l’unica regione con segno meno. Nel primo semestre infatti la Toscana cresce dell’11,8 per cento, il Lazio del 17,4 e le Marche del 3,3, mentre l’Umbria resta l’unica in calo. In particolare, i poli farmaceutici e meccanici di Toscana e Lazio spingono in alto i rispettivi risultati.
I mercati La geografia dei mercati di sbocco vede la Germania al primo posto con 479 milioni, nonostante una flessione del 7,4 per cento legata soprattutto a metallurgia e meccanica. Seguono gli Stati Uniti, con 382 milioni, e un andamento altalenante: forte crescita nei primi tre mesi, pesante correzione nel secondo. «Non è possibile in questo momento definire gli effetti dell’inasprimento dei dazi americani – precisa Giusti – perché dipendono da molti fattori che non permettono di valutare a priori l’effettivo trasferimento sul prezzo finale pagato dai consumatori americani e l’effettiva evoluzione della domanda».
Resilienza Pur tra queste oscillazioni e incertezze il sistema produttivo regionale mostra anche segnali di resilienza. Secondo le indagini interne di Intesa Sanpaolo, il 49 per cento delle imprese umbre «mostra una buona propensione» a cercare nuovi clienti in mercati alternativi, mentre il 52 per cento punta sulla qualità delle produzioni, considerate difficilmente sostituibili per il posizionamento nella fascia alta. Un atteggiamento che potrebbe aiutare l’Umbria ad assorbire l’impatto dei dazi e a rafforzare i settori più dinamici.
