Raccolta olive in Umbria

di Chiara Fabrizi
Twitter @chilodice

Quest’anno il fatturato complessivo sfiorerà 50 milioni di euro, trainato da una produzione che a giochi fatti dovrebbe far registrare +30%. Ma la coltura e la raccolta dell’oliva in Umbria è ferma ai tempi di Columella, in altre parole degli antichi romani. Potrebbe valere molto di più, mantenendo la propria eccellenza, la produzione olearia della nostra regione che fatica a imboccare la strada della razionalizzazione e meccanizzazione delle coltivazioni, mentre la stragrande maggioranza delle 27 mila aziende agricole, proprietarie dei 27 mila ettari di oliveti dichiarati, soffrono. Tanto che i rischi imminenti si chiamano abbandono della coltura e speculazione, con investitori arabi, cinesi e giapponesi pronti ad allungare le mani sui «piantoni».

Tutti i numeri della raccolta La stagione 2013 è buona, nonostante una resa piuttosto penalizzante e figlia di una stagione che, malgrado le piogge di maggio e giugno, per l’ulivo viene considerata siccitosa, ma anche di una raccolta come sempre anticipata. La Confagricoltura e Assoprol stimano una produzione di circa 100 mila quintali di olio (+30% su 2012), di cui il 60% sarà destinata all’autoconsumo, mentre il restante 40% finirà sul mercato a un prezzo che oscilla tra gli 8 e i 10 euro a bottiglia, da 0.75 litri. Da qui la previsione di un fatturato del comparto che dovrebbe superare i 48 milioni di euro. Niente male, viene da dire, eppure nelle tasche dei produttori non resta granché.

Progressivo abbandono della coltura Già, perché un avventizio costa in media 45 euro al giorno, se raccoglie a mano in una giornata consegna al produttore un quintale di oliva, valore 55 euro, se viene dotato di un pettine, come ormai capita nella maggior parte dei casi, può farne anche tre. Ma comunque il gioco non vale più la candela. «Dobbiamo ringraziare – spiega a Umbria24 l’agronomo Angela Canale in forze sia a Confagricoltura che ad Assoprol – i tanti piccoli coltivatori che amano l’oliva, se ancora vantiamo un olio eccellente, che nella maggior parte dei casi non costituisce la loro prima fonte di reddito, ma anche un paesaggio particolarmente suggestivo e un’implicita tutela ambientale del territorio. Tuttavia la produzione deve essere efficientata, altrimenti rischiamo di assistere al progressivo abbandono della coltura».

Urge sferzata su comparto E le parole d’ordine dovrebbero essere «ricostituzione degli ulivi e meccanizzazione della raccolta». Passaggi che potrebbero attivare una filiera inesistente e entusiasmare produttori al momento sviliti, tanto per dirne una, dalle olive pugliesi che a 35 euro al quintale invadono i frantoi umbri. Così, per carità, non si conquista la Dop, ma il marchio Umbria ne risente comunque. Ma il rischio vero, con un coltura che non fa più reddito e un valore fondiario che di conseguenza crolla, è quello della speculazione.

Rischio speculazione pure sui «piantoni» Da un paio d’anni arabi, cinesi e giapponesi osservano con grande attenzione il mercato e, negli ultimi mesi, sono entrati in azione. Come? Naturalmente a colpi di offerte che, in tempi duri come questi, fanno gola ai piccoli produttori umbri. Trattative di rilievo ne risultano in corso almeno un paio, tanto nel Perugino quanto nel Folignate, ma l’impressione è che senza una sferzata del comparto il caso possa trasformarsi in fenomeno.

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