In Umbria la forza lavoro nata all’estero conta oltre 83 mila contribuenti, pari al 12,9 per cento del totale, con un reddito medio pro capite di 16.280 euro che si colloca al di sotto della media nazionale e conferma un divario economico sempre più profondo rispetto ai lavoratori italiani. I dati provinciali elaborati dalla Fondazione Leone Moressa sulla base dei modelli fiscali presentati al fisco, tracciano una mappa precisa della presenza straniera sul territorio regionale, mettendo in luce forti differenze tra le due province e una netta spaccatura rispetto al resto del Paese.
Le province Per ovvie ragioni dimensionali la presenza di lavoratori nati all’estero è fortemente concentrata nella provincia di Perugia, che da sola assorbe il 77,6 per cento del totale regionale con 64.530 contribuenti, pari a un’incidenza del 13,4 per cento sulla forza lavoro complessiva dell’area. Al contrario, la provincia di Terni si ferma a 18.660 posizioni attive, pari all’11,6 per cento dei contribuenti locali, scontando una minore capacità di attrazione del mercato occupazionale della seconda provincia della regione.
Le retribuzioni Il dato più critico è rappresentato dal livello delle retribuzioni percepite dai lavoratori stranieri in Umbria. Se a livello nazionale il reddito medio dei nati all’estero si attesta su 17.670 euro, la media umbra scende a 16.280 euro, facendo registrare un ritardo del 7,8 per cento. Lo scarto si fa ancora più pesante nella provincia di Terni, dove il reddito medio dei lavoratori stranieri crolla a 14.770 euro, segnando un valore inferiore del 16,4 per cento rispetto alla media dei connazionali nel resto d’Italia. Una situazione che riflette la forte concentrazione della manodopera immigrata in impieghi caratterizzati da basse qualifiche, alta incidenza di contratti a tempo determinato e una forte presenza nel settore del lavoro domestico, dell’agricoltura o dell’edilizia, con una quasi totale assenza di redditi legati ad attività imprenditoriali o di capitale.
La forbice Da notare poi come in Umbria un lavoratore straniero percepisce in media 9.730 euro in meno rispetto a un italiano, una cifra che sale a 10.840 euro nella provincia di Terni. Questo scarto, pur certificando una forte disparità interna, risulta inferiore rispetto alla media del Centro Italia, dove la differenza salariale supera i 13 mila euro. Una forbice più stretta che, però, non deriva da una migliore integrazione salariale della popolazione immigrata sul territorio regionale, bensì dal più basso livello medio dei redditi percepiti dagli italiani in Umbria, pari a 26.010 euro contro gli oltre 29 mila del Centro Italia, un male ormai strutturale dell’economia umbra e un fattore che finisce per accorciare artificialmente le distanze tra le due componenti.
Il gettito Nonostante il livello ridotto delle retribuzioni, l’apporto della forza lavoro immigrata rimane determinante per il bilancio fiscale della regione e per la tenuta dei servizi pubblici locali. I cittadini nati all’estero garantiscono un gettito Irpef complessivo di 165 milioni di euro all’anno, con una quota media pro capite versata di 2.770 euro a livello regionale, che si divide tra i 2.840 euro registrati a Perugia e i 2.520 euro di Terni.
Il trend Andando a guardare le dizioni del report degli anni passati, la tendenza degli ultimi cinque anni mostra una ripresa significativa dopo le forti difficoltà del periodo pandemico. Fino all’anno d’imposta 2021 la platea dei contribuenti stranieri in Umbria era rimasta ferma intorno alle 67mila unità; dal 2021 al 2024 si è registrata però una crescita del 24 per cento, che ha portato la forza lavoro attiva alla cifra attuale di oltre 83 mila unità.
Il gap si allarga Parallelamente a questa crescita numerica si è verificata una progressiva divaricazione della forbice dei redditi. Se nel 2021 il divario medio regionale tra un contribuente italiano e uno straniero era di 8.270 euro, nell’ultimo anno la differenza è salita a 9.730 euro. L’aumento dei guadagni dei lavoratori nati all’estero è stato più lento rispetto a quello dei residenti italiani, che hanno beneficiato maggiormente dei rinnovi contrattuali nei settori industriali e nel terziario avanzato, lasciando la componente immigrata legata ai segmenti più deboli del mercato del lavoro e più esposti agli effetti negativi dell’inflazione.
