Un operaio in un'azienda umbra (©Fabrizio Troccoli)

di D.B.

Tra il 2023 e il 2027 il mercato del lavoro in Umbria richiederà 58.100 addetti; di questi quasi 41 mila (40.700, pari al 70,1 per cento del totale, in sostituzione delle persone destinate ad andare in pensione mentre 17.400 legati alla crescita economica prevista in questo quinquennio. La stima è dell’ufficio studi della Cgia di Mestre ed è stata realizzata sulla base dei dati del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal.

LAVORATORI SOVRAISTRUITI, IN UMBRIA IL DATO PIÙ ALTO

Le regioni A livello regionale, nel prossimo quinquennio l’incidenza percentuale della domanda sostitutiva sul fabbisogno occupazionale totale interesserà, in particolare, il Veneto (73,4 per cento), il Molise (78,5 per cento), il Piemonte e la Valle d’Aosta (82 per cento), l’Abruzzo (82,5 per cento) e la Liguria (85,5 per cento). La regione d’Italia più investita da questo fenomeno sarà la Basilicata (88,3 per cento) mentre l’Umbria, con il suo 70,1 per cento, è vicina alla media nazionale che si attesta al 71,7 per cento.

In Italia A livello nazionale dei 2,7 milioni di addetti che andranno in pensione, poco meno di 1,4 milioni secondo Cgia riguarderà dipendenti del settore privato e oltre 670 mila ciascuno il pubblico impiego e gli autonomi. «Tuttavia – nota l’ufficio studi dell’associazione dei piccoli artigiani – se calcoliamo l’incidenza della domanda sostitutiva sul totale del fabbisogno occupazionale2 in ciascuna delle tre posizioni professionali analizzate (dipendenti privati, dipendenti pubblici e indipendenti), il valore più elevato, pari al 91,6 per cento del totale, riguarderà il pubblico impiego».

Filiere Guardando invece le filiere più interessate dai pensionamenti, in termini assoluti si notano i dati relativi a sanità (331.500 addetti), attività immobiliari, noleggio/leasing, vigilanza/investigazione, gli altri servizi pubblici e privati (pulizia, giardinaggio e pubblica amministrazione che non include la sanità, l’assistenza sociale e l’istruzione) (419.800) e, in particolar modo, il commercio e il turismo (484.500). «Se, anche in questo caso, misuriamo l’incidenza della domanda sostitutiva sul fabbisogno occupazionale – spiega Cgia – i settori che entro i prossimi cinque anni si troveranno maggiormente in “difficoltà” saranno la moda (91,9 per cento), l’agroalimentare (93,4 per cento) e, in particolar modo, il legno-arredo (93,5 per cento). Insomma, i principali settori del nostro made in Italy rischiano di non poter più contare su una quota importante di maestranze di qualità e di elevata esperienza».

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