Il futuro delle imprese umbre pesa ancora troppo poco nei bilanci aziendali, soprattutto quando si guarda agli investimenti immateriali, quelli legati a software, brevetti, marchi, ricerca e organizzazione. È quanto emerge dal nuovo report della Camera di Commercio dell’Umbria che analizza i bilanci delle società di capitali regionali relativi al 2024, mettendo in luce un sistema produttivo che continua a investire meno rispetto alla media nazionale e alle regioni vicine. Le immobilizzazioni complessive delle imprese umbre ammontano a 17,8 miliardi di euro, di cui 10,9 miliardi in beni materiali e 1,21 miliardi in beni immateriali. Rapportate al valore aggiunto, rappresentano il 214,9%, contro il 268,6% dell’Italia e il 271,1% della Toscana. Solo le Marche nel 2024 scendono sotto l’Umbria, dopo essere rimaste sopra nel quinquennio precedente. Il report dell’Ente camerale entra così nella struttura reale dell’economia regionale, utilizzando il patrimonio informativo rappresentato dai bilanci depositati annualmente dalle società di capitali, che pur essendo circa il 24% delle quasi 78 mila imprese umbre producono oltre il 70% del fatturato regionale, con stime che arrivano al 75%.
Immobilizzazioni L’analisi si concentra sulle immobilizzazioni, cioè sugli asset durevoli iscritti nei bilanci aziendali: impianti, macchinari, fabbricati, ma anche software, licenze, marchi e costi di sviluppo. Non si tratta di investimenti in senso stretto, perché il dato misura la consistenza del capitale a una determinata data, al netto degli ammortamenti e considerando nuove acquisizioni e cessioni. Tuttavia rappresentano il miglior indicatore disponibile per capire quanto capitale sostenga il sistema produttivo regionale. Il confronto con il resto del Paese diventa ancora più significativo distinguendo tra capitale materiale e immateriale. Sul versante dei beni fisici l’Umbria mostra un ritardo contenuto: le immobilizzazioni materiali valgono il 131% del valore aggiunto, contro il 134% della media italiana, mentre la Toscana sale al 158%. È invece sugli asset immateriali che si apre il vero divario. Nel 2024 il capitale immateriale umbro vale appena il 14,7% del valore aggiunto, contro il 67,6% della media nazionale, il 66,5% della Toscana e il 40,2% delle Marche. Un dato che misura la distanza nella qualità dello sviluppo e nella capacità competitiva delle imprese.
Report Il documento invita anche a leggere con prudenza i dati del 2024, anno influenzato dal rientro della stagione degli ammortamenti sospesi introdotti durante la pandemia. Tra il 2020 e il 2023 molte imprese avevano infatti potuto sospendere in tutto o in parte gli ammortamenti civilistici, mantenendo più elevato il valore contabile delle immobilizzazioni. Per questo il confronto sul 2023 appare ancora più significativo: in quell’anno le immobilizzazioni totali umbre rappresentavano il 217,6% del valore aggiunto, contro il 381,8% dell’Italia, il 312% della Toscana e il 270,6% delle Marche. Anche l’andamento di medio periodo conferma la difficoltà regionale a rafforzare il capitale immateriale. Tra il 2019 e il 2024 le società di capitali umbre hanno aumentato in termini reali le immobilizzazioni immateriali del 7,8%, passando da 966,4 milioni a 1,042 miliardi di euro. Una crescita giudicata insufficiente rispetto alle trasformazioni richieste dall’economia digitale e dalla competizione internazionale, segnale di un sistema produttivo ancora forte nella componente industriale tradizionale ma debole sul terreno dell’innovazione e della produttività.
Margini Alla base della minore capacità di investimento ci sono anche margini operativi più bassi rispetto alla media nazionale. Il report richiama infatti i dati del Rapporto congiunturale annuale presentato lo scorso 6 marzo dalla Camera di Commercio dell’Umbria e redatto dal team guidato dal professor Andrea Cardoni dell’Università degli Studi di Perugia. Nel 2024 l’Ebitda margin della Corporate Umbria si attesta all’8% del valore della produzione, pari a circa 40 miliardi di euro, contro il 9,6% della media italiana e della Toscana e il 9,4% delle Marche. L’Ebitda margin rappresenta la capacità dell’impresa di generare risorse per investire, pagare interessi e tasse, rafforzarsi e innovare. «No Ebitda, no party» ha sintetizzato Cardoni, indicando come la carenza di margini finisca per alimentare un circuito negativo fatto di minori investimenti, minore innovazione e ulteriore compressione della redditività.
Scelte «Questo report conferma una convinzione che per noi è decisiva: conoscere per deliberare non è una formula rituale, ma il modo più serio per aiutare l’Umbria a scegliere. I bilanci delle società di capitali sono un patrimonio prezioso perché ci permettono di entrare nell’economia reale, vedere dove le imprese investono, dove trattengono valore e dove invece si aprono i divari» afferma Giorgio Mencaroni. «Il dato sulle immobilizzazioni immateriali è il più delicato: software, brevetti, marchi, ricerca, competenze e organizzazione non sono voci accessorie, ma la sostanza della competitività futura. L’Umbria ha imprese solide e capaci di resistere, ma oggi deve compiere un salto diverso: competere di più con conoscenza, innovazione e qualità, e meno con margini compressi. La transizione digitale non è una vetrina di tecnologie: è un cambio di mentalità, di metodo e di organizzazione, che deve entrare stabilmente nei processi produttivi. Per questo la Camera continuerà ad accompagnare le imprese con dati, strumenti, formazione e misure concrete, perché la doppia transizione digitale ed ecologica diventi investimento reale». – è scritto nel report della Camera di Commercio dell’Umbria -.
Province La fotografia provinciale evidenzia infine un ulteriore squilibrio interno alla regione. Nel 2024 le società di capitali della provincia di Perugia registrano immobilizzazioni pari al 227,9% del valore aggiunto, mentre quelle della provincia di Terni si fermano al 161,4%. Un divario che attraversa tutto il periodo 2019-2024 e segnala una minore dotazione di capitale nel sistema produttivo ternano. Terni mostra però una maggiore dinamicità sugli investimenti immateriali: nel 2024 valgono il 16,8% del valore aggiunto contro il 14,2% di Perugia; nel 2023 il rapporto era rispettivamente del 18,5% e del 15,9%. Lo svantaggio ternano resta quindi concentrato soprattutto sul capitale materiale, cioè impianti, strutture produttive e beni industriali fisici.
