di Ivano Porfiri
Sono sfiduciate, isolate e provinciali le imprese umbre nell’anno terzo della peggiore crisi economica che si ricordi, contro cui hanno cercato di difendersi soprattutto tagliando i costi. La fotografia l’ha scattata Unicredit con il settimo rapporto sulle Piccole imprese, l’ossatura del sistema Italia, un’ossatura che appare incerta e sempre più fragile e chiede più supporto al sistema bancario.
Mea culpa Il rapporto è stato presentato venerdì mattina nella sede di Perugia di Unicredit dal responsabile territoriale Centro-Nord Luca Lorenzi, che ha aperto la sessione davanti ai rappresentati delle categorie economiche umbre con un mea culpa.«La nostra banca, come le altre in questo periodo di crisi, ha ascoltato poco i suoi clienti – ha detto – magari ha proposto prodotti buoni ma preconfezionati, non pensati sulle esigenze del territorio: l’ascolto si è un po’ perso». Ma ha voluto anche lanciare un segnale di ottimismo. «Nonostante tutto le nostre imprese hanno resistito non perdendo troppo sul fronte dell’export. Da parte delle banche, dobbiamo continuare a mantenere vive le aziende, anche prendendo tempo, sperando che il periodo di crisi passi».
Sempre più pessimisti I numeri del rapporto lasciano, tuttavia, poco spazio all’ottimismo. Dalle interviste alle imprese, emerge come l’indice di fiducia in Umbria sia crollato da quota 112 (la media italiana era 110) del 2009 a 102 (l’Italia è a 104) del 2010. In questo indice, chi esporta ha una fiducia di 108. Per difendersi dalla crisi, la ricetta scelta dai più è il controllo dei costi (71,6% degli intervistati), ma quasi il 60% ha cercato di aumentare la qualità. Meno, intorno al 30%, chi ha tentato di innovare, ampliare i servizi, puntato sul marketing o aumentato il patrimonio aziendale.
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Ottica provinciale Interrogati sulle conseguenze del processo di internazionalizzazione, il 38% degli imprenditori umbri hanno detto di aspettarsi nuove opportunità di mercato, stessa percentuale di chi prevede aggregazione tra le pmi, mentre meno rispetto alla media nazionale prevedono assunzione di personale qualificato. Ma questa voglia di guardare a nuovi mercati cozza contro lo stato dei fatti: ben il 46,6% degli intervistati ha come mercato di sbocco principale quello provinciale (media nazionale 42,2%), il 31,4% regionale (Italia 29,9%), 21,2% nazionale (Italia 23,1%), estero appena lo 0,8% (Italia 4,8%). E anche tra le imprese italiane che esportano, la metà lo fa in un solo mercato («E se quel paese è messo peggio di noi come la Spagna – ha detto Lorenzi – si viene risucchiati nella crisi»).
Solipsismo Altro punto debole del sistema Umbria è il solipsismo delle imprese. Il 55,9% non ha attivato nessuna forma di collaborazione con altre aziende della zona. Tra quelle che lo fanno quasi il 20% lo fa in rapporto di subfornitura, il 13% per la commercializzazione e solo il 4,2% per ciò che riguarda il credito. Pochi consorzi, poche cooperative. Tra chi si consorzia solo il 9,7% (media Italia il 17%) lo fa per accedere a mercati esteri, mentre i più scelgono questa strada per innovare, aumentare il capitale o effettuare politiche commerciali.
Alle banche si chiede di più Dalle banche gli imprenditori umbri vogliono di più. Di più in tutte le categorie dell’indagine, oltre anche la media nazionale: più trasparenza (83,9%), più vicinanza (83,9%), più chiarezza (82,2%), più soluzioni personalizzate (72%). In una parola, più fiducia.
East Gate Unicredit ci proverà a inizio maggio a dare una scossa all’internazionalizzazione. «Stiamo organizzando un evento chiamato East Gate – ha detto Lorenzi -: porteremo a Perugia responsabili di strutture estere per metterli a disposizione degli imprenditori locali con incontri programmati e riservati. Porteremo russi, turchi, rumeni non per fare chiacchiere ma per concrete occasioni di business».

