di Daniele Bovi
Come è cambiato in Umbria il panorama del commercio e della ristorazione nell’ultimo decennio, per larga parte segnato dalla grave crisi economica ma anche dalla crescita dell’e-commerce? Il tema non è secondario visto che si parla di come il tessuto economico reagisce e si adatta. A raccontare come sono andate le cose è l’Osservatorio del commercio del Ministero dello sviluppo economico, il quale mette a disposizione un vasto database attraverso il quale si può analizzare la situazione. In estrema sintesi negli ultimi anni è aumentato il numero di supermercati e grandi magazzini, di bar e ristoranti, mentre a calare è stato quello di alimentari non specializzati e in generale di tutti quei negozi che fanno capo a tessile, abbigliamento e calzature.
I numeri Su tutto il territorio regionale al 31 giugno 2018 risultavano, per quanto riguarda i sole esercizi commerciali in sede fissa, 11.629 realtà, circa 500 in meno rispetto alla fine del 2008. Una differenza tutto sommato non eccessiva ma se si va a guardare più a fondo il quadro cambia: le ditte individuali rimangono sempre le più numerose, ma passano dalle 6.476 del 2008 alle 5.764 di dieci anni dopo. Crescono, e di molto, le società per azioni che toccano quota 2.912 (nel 2008 erano 2.062), delle quali quasi duemila sono classificate come «unità locali», cioè quelle che hanno la loro sede legale non in Umbria. Le società di persone invece passano da 3.504 a 2.757. Insomma, più società per azioni, tendenzialmente più solide, e meno delle altre categorie.
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Le categorie Passando alle diverse categorie, nel corso del decennio i distributori di carburante sono aumentati (da 482 a 518), così come i negozi di frutta e verdura (da 238 a 271), le pescherie (da 102 a 107), le tabaccherie (da 591 a 709), i negozi di alimentari che si sono in qualche modo specializzati (da 160 a 206), quelli che vendono articoli medicali e ortopedici (da 83 a 97), cosmetici e profumeria (da 282 a 291) e pure tutti quelli che si occupano di ferramenta, vernici, giardinaggio e prodotti simili (da 646 a 664). Col segno meno invece quelli «non specializzati a prevalenza alimentare», cioè i piccoli market che passano da 1.575 a 1.355, i negozi che vendono tessile e biancheria (da 383 a 276), l’abbigliamento (da 1.990 a 1.787), le scarpe (da 465 a 396), mobili, casalinghi e articoli per l’illuminazione (da 673 a 550) e, infine, edicole, librerie e cartolerie (da 660 a 464), dove a incidere in particolar modo è la ben nota crisi delle prime. Da segnalare poi l’aumento dei bar (dai 2.075 del 2010 ai 2.415 del 2018) e dei ristoranti (da 2.018 a 2.402).
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La Gdo Un discorso a parte merita la grande distribuzione: sommando le superfici di vendita di grandi magazzini, «grandi superfici specializzate» (la differenza tra i due sta nel fatto che i primi hanno almeno 5 categorie merceologiche, mentre i secondi sono appunto specializzati solo su una) supermercati e ipermercati si arriva a 487mila metri quadrati (per dare un’idea, 63 volte il campo del «Renato Curi»). Dieci anni fa invece erano 379mila, il che significa che in dieci anni sono arrivati altri 14 «Curi». La crescita è stata guidata soprattutto da grandi magazzini e supermercati: i primi nel 2008 erano 54 e si estendevano su una superficie di 64 mila metri quadrati, mentre dieci anni dopo sono diventati ben 124, che occupano 164mila metri quadrati. I supermercati invece sono passati da 196 a 238, guadagnando 40mila metri quadrati (da 183mila a 223mila).
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L’occupazione Stabili i numeri delle grandi superfici specializzate: da 27 sono diventate 31 anche se occupano all’incirca lo stesso spazio (70mila metri quadrati). Gli ipermercati infine da 9 sono diventati 7 ma hanno dimezzato il loro spazio (da 60mila a 30mila metri quadrati). Ma quanto lavoro danno tutte queste strutture? Al giugno di quest’anno risultavano impiegate 6.984 persone, mentre nel 2008 4.966; l’espansione dunque ha portato circa duemila posti di lavoro.
Twitter @DanieleBovi
