di Daniele Bovi
Un’Umbria la cui economia si trova in un pantano che rischia di trascinarla verso il Sud del Paese, con un tessuto imprenditoriale che pare non in grado di rispondere alla crisi e di trovare vie alternative di crescita e sviluppo. Sono amare le sintesi dell’ultimo documento congiunturale sull’economia regionale realizzato da palazzo Donini. Una trentina di pagine ricche di numeri e dove, alla fine, si indica la necessità di una «spinta dall’interno del sistema» imprenditoriale, perché se è vero che la crisi ne ha spazzato via un pezzo, è altrettanto vero che essa «rappresenta una grande occasione». Un’Umbria dove «non è più tempo del piccolo è bello, piccolo è piccolo e basta e dunque fragile», e dove il settore pubblico può soltanto, attraverso un progetto per «una nuova stagione di imprenditorialità innovativa», «creare le condizioni giuste» per far sì che le imprese «trovino la via da percorrere».
Rischio marginalità Imprese che «se non muteranno profondamente la propria struttura saranno destinate alla marginalità». Nel documento vengono passati in rassegna i principali indicatori (perlopiù riferiti all’anno 2013), che mostrano un «progressivo deterioramento». I segnali di ripresa mostrati in parte nel 2010 sono troppo deboli e l’economia umbra, immersa nel circolo vizioso fatto di meno posti di lavoro, più ore di cassa integrazione e quindi meno consumi, rimane ben al di sotto del periodo precedente la crisi. Il 2012 e il 2013 vengono definiti anni «molto difficili» in una regione la cui economia «è rimasta in piedi grazie all’export», che però non ha una forza sufficiente per contrastare la caduta della domanda interna: -7% la performance 2013 di un settore storicamente influenzato in modo pesante dall’andamento delle acciaierie ternane. Un anno dove per la prima volta il peso dei metalli sul totale delle esportazioni è sceso sotto il 30%, attestandosi al 25%. Al netto dell’acciaio invece il -7% muta in un +8%.
I dati Spara a salve anche il turismo (arrivi +0,12%, presenze -2,2%), che non riesce a diventare quel secondo motore di sviluppo della regione come per molti anni auspicato. E quello che viene chiamato «l’effetto Bergoglio», che ha portato Assisi a superare l’intero comprensorio perugino, non basta. Quasi seimila i posti di lavoro andati in fumo (5.845), con un calo dell’occupazione dell’1,6% rispetto al 2012 e perlopiù concentrato nelle costruzioni, nell’industria e nel commercio. Un segno più in questo scenario è quello del lavoro interinale (+13%), che si traduce in 6.502 contratti. L’altro indicatore negativo è quello relativo alla cassa integrazione, in totale 18 milioni di ore autorizzate ma con uno spostamento da quella in deroga (in netto calo per via del taglio delle risorse) a quella straordinaria, che raddoppia.
Umbria impantanata Nessun segno reale di ripresa neppure per il credito, la cui qualità «continua a peggiorare»: i prestiti vivi sono scesi del 6% nel 2013, mentre le sofferenze sono al 26%. In pratica, per un quarto dei crediti erogati la riscossione è incerta. A marzo 2013 la percentuale era al 29%, ma la diminuzione non significa che la situazione è migliorata, ma solo che le banche hanno fatto ‘pulizia’ nei bilanci, portando alla luce le sofferenze. Una bomba che in Italia, come spiegato pochi giorni fa da Bankitalia, da 160 miliardi di euro, quasi il 9% degli impieghi. Il quadro complessivo è quindi quello di un’«Umbria impantanata come almeno metà del paese, con la sensazione che il rischio di scivolare per alcuni indicatori verso il sud si faccia più concreto di un tempo».
Fuori dal tunnel L’uscita dal tunnel, quando avverrà, non avverrà per le sole capacità di una regione la cui economia è troppo piccola, e dunque assai aperta: «Lo potrà fare insieme al resto del paese e – molto probabilmente – sfruttando il traino delle regioni del centro-nord, con un sistema di imprese e un’economia che se non muteranno profondamente la propria struttura saranno destinate alla marginalità».
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