di Ivano Porfiri

Non proprio una svolta, piuttosto una «tenue inversione che, comunque, per quanto debole ed instabile, lascerebbe immaginare che il fondo sia stato ormai toccato». Vede la luce in fondo al tunnel il presidente di Confindustria Umbria, Ernesto Cesaretti. La sua relazione, che ha aperto la parte pubblica dell’annuale assemblea degli industriali, al Lyrick di Assisi, guarda – per usare le sue parole – «il bicchiere mezzo pieno» nonostante le recenti docce gelate della relazione congiunturale di Bankitalia e i dati di Unioncamere. Un ottimismo che «ci mpone il mestiere di imprenditori» e che tutti si augurano finalmente sia fondato.

Ottimismo Cesaretti ha ricordato il continuo «avvicendarsi tra speranza e delusione» vissuto negli ultimi anni «ma oggi, pare – ha detto – e sottolineo pare, che la svolta ci possa essere davvero». Il presidente degli industriali ha portato a supporto della tesi il clima di fiducia delle imprese manifatturiere salito a novembre: «migliorano i giudizi sugli ordini, e si innalzano le attese di produzione», ha sottolineato insieme ai «segnali incoraggianti» perfino delle costruzioni. Si aspettano una crescita nel 2015 anche il terziario e i consumatori con il Pil che «dovrebbe segnare un aumento dello 0,5%, sostenuto dai consumi interni, dagli investimenti e dalle esportazioni, favorite dall’indebolimento dell’euro e dal rafforzamento della domanda internazionale». In definitiva, per Cesaretti «la distensione dello scenario macroeconomico, agevolata dal calo del prezzo del petrolio, e l’adozione di misure nazionali di sostegno all’attività economica fanno dunque immaginare che usciremo gradualmente dalla recessione».

FOTOGALLERY: L’ASSEMBLEA

Il caso Ast Proprio dalla crisi più eclatante, la Tk-Ast, Cesaretti prende spunto per il rilancio. «La conclusione positiva della lunga e durissima vertenza, sancita dal recente accordo, speriamo crei le condizioni per il consolidamento della presenza in Umbria delle acciaierie, un pezzo insostituibile dell’identità regionale. L’esito positivo della vertenza fa tirare un sospiro di sollievo, ma richiama tutti noi a far tesoro dell’esperienza vissuta per ricordare quanto sia importante il contributo che le multinazionali danno all’Umbria e quanto fondamentale sia la loro presenza per il suo sviluppo».

Rimuovere le macerie Ammesso sia vero, nessuno nega che «non sarà certo facile rimediare agli enormi danni che la crisi ha prodotto, qui da noi con intensità non comune»: dai 22 mila posti di lavoro persi nell’industria umbra in sette anni al fatturato delle società di capitale calato mediamente del 35%; il margine operativo lordo del 50%; l’utile del 143%. Molte decine le crisi aziendali ancora aperte.

Tempi lunghi Per rimuovere le macerie della crisi serviranno per il presidente degli industriali «tempi lunghi» e ci sarà anche un cambiamento qualitativo del mondo economico. «Le nuove occasioni di lavoro – secondo Cesaretti – tenderanno a collocarsi sui punti estremi, e saranno connesse o a professionalità molto qualificate, capaci di collaborare all’avanzamento scientifico delle produzioni, oppure ad abilità manuali, funzionali a processi tradizionali ed artigianali.Lo spazio che sta nel mezzo, che conta un gran numero di lavoratori, sembra destinato ad un notevole restringimento. Perché la medietà dell’Umbria non diventi mediocrità, e per evitarne la meridionalizzazione, occorre esprimere il meglio delle risorse che abbiamo». Riconoscendo gli errori fatti in questi anni, «i dati dimostrano che è necessario un cambio di passo» che sta «nel riuscire ad esprimere, ognuno per la propria parte, quella qualità di classe dirigente, quella cultura di attore sociale che non sempre si è riusciti a manifestare».

Cosa fare Dando per scontato l’obiettivo comunitario di riportare il manifatturiero ad incidere per almeno il 20% sul Pil, Cesaretti propone un piano di rilancio dell’industria umbra su più livelli. Il punto di partenza è “salvare il salvabile” attraverso il sostegno del mondo del credito incentivi della Regione da adottare attraverso soldi europei per azioni con effetto anticiclico. Un occhio di riguardo è chiesto per il settore delle costruzioni. Il secondo punto del piano riguarda il ruolo delle multinazionali: «Bisogna lavorare senza sosta per rendere più solido il radicamento affrontando i temi sui quali abbiamo margini di manovra, quali le infrastrutture, l’energia, le procedure amministrative, la formazione per migliorare l’attrattività della regione». Il terzo punto riguarda le «locomotive» ovvero le eccellenze umbre, più di sessanta, da trasformare in filiere con l’attivazione di cluster. Il quarto è forse il principale: l’innovazione. «È un treno sul quale dobbiamo salire – ha detto Cesaretti – anche perché possediamo molti requisiti che ci consentono di giocare un ruolo di primo piano». Infine, il turismo superando la «scarsa capacità attrattiva» con una efficace politica di brand territoriale. Qui l’occasione numero uno è rappresentata da Expo 2015. «All’impegno, già assunto, di avere una presenza all’interno degli spazi espositivi, la Regione Umbria – per Cesaretti – dovrebbe aggiungere quello di realizzare una importante campagna di promozione per veicolare l’immagine del territorio, utilizzando i più moderni strumenti di comunicazione.

Cambiare A questi interventi si affiancano due cavallo di battaglia degli industriali: la semplificazione burocratica e un intervento sul credito patrimonializzando i Confidi e mettendo in cantiere forme di accesso al credito alternative a quello bancario, come i minibond e i prestiti partecipativi. Ultimo richiamo da Cesaretti agli associati di Confindustria. «Il mutamento che caratterizza l’epoca attuale travolge i tradizionali modelli di business, azzera abitudini manageriali, rende obsoleti mercati e prodotti. Impone il ripensamento di ciò che sappiamo fare, e ci invita a reinventarci continuamente. Non ci sono settori esposti quanto il nostro a queste turbolenze. Per affrontarle nessuno può fare da solo. C’è bisogno di un contesto fertile intorno all’impresa che può essere predisposto solo dai diversi attori che vi operano. Da qui l’importanza crescente della scuola, dell’università, delle Istituzioni, dei corpi intermedi. E, mi permetto di aggiungere, di Confindustria perché c’è bisogno di un soggetto che con autorevolezza rappresenti le esigenze produttive, e le sappia tradurre in appropriate proposte di politica industriale».

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