di Iv. Por.

«Il terzo trimestre del 2015 conferma gli incoraggianti fermenti di crescita che in Umbria, così come in Italia, stanno pian piano diffondendosi per settori e per territori». E’ una ripresa che, dunque, lentamente, sta facendo uscire l’economia umbra in quasi tutte le sue ramificazioni da un letargo che dura da anni quella fotografata, dopo che dalla Banca d’Italia, anche dall’indagine congiunturale tra le imprese dell’Umbria condotta da Confindustria Umbria e riferita al III trimestre del 2015.

Speranza ma alimentare ripresa Analizzando la situazione, viene evidenziato come si percepiscano «dopo tre anni di flessione, importanti segnali di recupero beneficiando della moderata ripresa della domanda interna accompagnata dall’espansione delle esportazioni». Viene altresì sottolineato come, «la crescita dell’occupazione rilevata dalla metà dello scorso anno si è intensificata», tuttavia «l’aumento del numero di persone in cerca di lavoro ha determinato una sostanziale stazionarietà del tasso di disoccupazione». Questo perché «troppo grandi sono state le perdite di produzione e di fiducia negli ultimi anni per pensare che un paio di trimestri di buoni risultati possano portare immediatamente ad un rinfoltimento degli organici». E’ indubbio, però, che cresca il numero di imprese con fatturato in positivo. «Si tratta di valori – afferma Confindustria – che indubbiamente inducono speranza e alimentano un po’ più di fiducia rispetto al passato. L’auspicio è che chiunque ne abbia possibilità (e responsabilità) provveda a predisporre tempestivamente appropriate iniziative di accompagnamento. Ai livelli locali così come ai più alti livelli nazionale ed europeo».

Ripresa si consolida Il report dell’associazione degli industriali cita un dato qualitativo per dare conto della natura dei processi in atto: tra tutte le imprese intervistate si contano sulla punta delle dita di una sola mano quelle che dichiarano flessioni produttive nel terzo trimestre dopo aver registrato una qualche espansione nel precedente secondo trimestre; e non sono molte quelle che confermano di continuare a diminuire i livelli di produzione. E’ invece un po’ più consistente il numero di imprese in difficoltà e che ancora non riesce a inserirsi nel gruppo di quelle avviate sulla strada della ripresa. In effetti, oltre il 20 per cento di imprese (23,8%) che ammette l’erosione dei propri livelli di produzione è composto da quante, in gran parte, avevano già in precedenza ammesso di trovarsi in difficoltà.

Tre gruppi Non a caso, pertanto, il profilo distributivo delle imprese indagate può suddividersi in tre gruppi: l’insieme delle imprese che, in numero maggiore rispetto al secondo trimestre, dichiarano di aver aumentato i livelli produttivi su base sia congiunturale (25,5%) sia tendenziale (40,7%). Per di più va notato che quelle che dichiarano aumenti oltremodo consistenti sono il 13,6% su base congiunturale e il 20,3% su base tendenziale. Vi è poi il gruppo centrale delle imprese stabili. Queste sono la metà del totale (su base congiunturale) e tra queste, come detto, vi sono molte di quelle che nella precedente indagine avevano dichiarato risultati positivi. Il terzo gruppo è, infine, quello delle imprese in ritardo nell’agganciarsi alla ripresa. Esse sono, come si è anticipato, il 23,8%, un po’ più che nel precedente trimestre, che tuttavia era stato particolarmente brillante ma anche il 25,5% su base tendenziale, ovvero rispetto ad un trimestre, il terzo del 2014, che si era rivelato, come si ricorderà, quasi del tutto insignificante.

Settori: crescita a macchia di leopardo L’indagine conferma una distribuzione “a pelle di leopardo” del processo di recupero dei livelli produttivi. Nel quadro generale sostanzialmente positivo il comparto meccanico mostra i risultati nel complesso migliori: a parte la cospicua quota di imprese stabili (65%), il che è comunque confortante, del restante 35% solo una piccola parte, meno di un terzo (il 10%) dichiara di avere subito riduzioni, per quanto modeste, di attività produttiva. Un po’ più contrastato è il profilo del comparto alimentare in seno al quale è più contenuto il numero delle imprese stabili (40%). Delle altre, ben due terzi segnalano incrementi produttivi di buona consistenza e il resto terzo lamenta flessioni non proprio irrilevanti. Il comparto della carta e cartotecnica, infine, registra la quota più bassa (28,6%) di imprese stabili. Tuttavia, mentre il 14,3% del totale lamenta riduzioni di attività produttiva le imprese restanti (57,1%) segnalano, in varia misura, aumenti di produzione di indubbio interesse.

A Terni più imprese stabili Per quanto riguarda la distribuzione territoriale dei risultati ottenuti la situazione appare, questa volta, piuttosto differente dal solito. Infatti, per la provincia di Perugia, si profila una dispersione delle imprese tra le diverse classi di risultato, da un estremo all’altro dei valori di riferimento. La metà esatta (50%) sono quelle che si dichiarazione stabili intorno ai risultati precedentemente acquisiti. Per la provincia di Terni, invece, la quota delle imprese stabili è assai più alta e arriva al 66,7% lasciando poco alle altre classi di risultato: con un certo numero di imprese (pari all’11,1%) che segnalano un moderato incremento di produzione. Il numero si raddoppia (così come la loro incidenza, che arriva al 22,2%) nel caso di aziende con un’equivalente leggera riduzione di produzione.

Commento di Cesaretti Per il presidente di Confindustria Umbria, Ernesto Cesaretti, l’indagine conferma che la nostra regione sta agganciando il treno della ripresa. «Aumenta, infatti – dice – l’insieme delle imprese che hanno aumentato i livelli produttivi sia rispetto al trimestre precedente che rispetto al III trimestre dello scorso anno, mentre circa la metà delle imprese che hanno partecipato all’indagine confermano i livelli di produzione del trimestre precedente. Tuttavia – osserva Cesaretti – non si può negare che la risalita della produzione industriale rimanga tuttora lenta e differenziata nei diversi settori di specializzazione. Allo stato delle cose si prospettano, quindi, lunghi i tempi per il recupero del terreno perduto negli anni della crisi, quando comparti di grande peso nel nostro tessuto produttivo, come ad esempio quello delle costruzioni e dei settori ad esso collegati, hanno registrato perdite delle loro produzioni di oltre il 50 per cento. La crisi ha avuto, peraltro, l’effetto di spingere le imprese a meglio attrezzarsi per competere e la ripresa, che sembra avviata , dei consumi interni, potrà avere un impatto particolarmente positivo su un sistema produttivo come il nostro, rivolto ancora ampiamente proprio al mercato interno. Se a ciò si aggiungeranno misure di politica industriale, di carattere nazionale e regionale, volte a facilitare e stimolare gli investimenti, a promuovere e sostenere la internazionalizzazione, a favorire l’innovazione e la ricerca, ad aiutare le imprese ad aprirsi alle reti, a me sembra – conclude Cesaretti – che ci siano solide basi per dare consistenza alla ripresa dello sviluppo».

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