di Iv. Por.
Le zavorre che rischiano di affossare i timidi segnali di crescita si chiamano disoccupazione e contrazione del credito con il rischio di finire nella spirale della deflazione. Lo sostiene Confindustria Umbria nell’indagine congiunturale sul I trimestre 2014. Dopo i segnali di allarme dell’Istat, dunque, soprattutto sul fronte occupazionale, arrivano i numeri degli industriali.
Cesaretti: «Ripresa debole, servono interventi» «Ci troviamo ancora una volta – commenta il presidente Ernesto Cesaretti – a presentare dati che, purtroppo, dicono che anche nella nostra regione la ripresa della produzione industriale stenta a prendere consistenza. Si nota, è vero, qualche segnale positivo, rappresentato dall’aumento del numero di imprese che registrano un recupero della loro attività produttiva rispetto ai livelli del precedente trimestre, ma, in generale, è ancora tanta la distanza che rimane rispetto ai livelli produttivi ed occupazionali precedenti alla crisi. E’ evidente che le nostre imprese, nonostante il loro impegno quotidiano per migliorare la propria competitività ed il loro posizionamento sui mercati, risentono ancora della debolezza della domanda e delle persistenti restrizioni creditizie. Si fanno, quindi, sempre più urgenti misure di politica economica volte a correggere tali criticità, mentre auspichiamo che anche sul piano regionale, con la prossima attivazione dei programmi finanziati con i fondi europei, possano essere create condizioni utili allo sviluppo delle imprese qui operanti».
Pericolo deflazione I pericoli che la ripresa venga affossata, secondo l’indagine, sono dietro l’angolo. «La persistenza delle attuali condizioni di bassi consumi, produzione contenuta e sacrifici richiesti a tutti i lavoratori – si legge nell’analisi – potrebbe innescare un vero e proprio circolo vizioso della depressione: caduta dei consumi, poi dei posti di lavoro e poi dei redditi dai cui ulteriori cadute dei consumi e così via dicendo. Il timore vale anche per l’Umbria dove, accanto ad una leggera ripresa delle assunzioni da parte di alcune tra le imprese più solide e dinamiche, si scontano le debolezze di parte consistente del tessuto produttivo, sia in quanto collegato a processi decisionali di grandi imprese multinazionali sia in quanto condizionato da troppe minute dimensioni. Così i livelli occupazionali flettono, il potere d’acquisto delle famiglie non recupera, alcune realtà produttive scompaiono e in assenza di elementi che alimentino la fiducia gli investimenti languono e non danno gambe robuste alla più volte preannunciata ripresa dell’economia».
Briciole di ripresa Il gruppo di imprese che hanno aderito all’indagine conferma le indicazioni che emergono anche a livello nazionale: qualcosa si muove, specialmente tra quelle aziende che hanno saputo guardare ai mercati internazionali o riposizionarsi su quelli interni. Il dato è validato dal bilancio occupazionale che si è chiuso con un numero di occupati incrementato dell’1 % tra la fine di dicembre 2013 e la fine di marzo di quest’anno. Nello stesso tempo e nelle stesse imprese anche i volumi di produzione hanno recuperato un poco persino rispetto allo stesso ultimo trimestre del 2013 che, benché non particolarmente sorprendente, pure lanciava segnali positivi.
Segnali positivi Nei dettagli le differenze tra i risultati del primo trimestre 2014 e quelli dell’ultimo trimestre del 2013 riguardano: un evidente incremento dei livelli produttivi così che la quota di imprese che segnalano espansione di attività è sensibilmente cresciuta; un leggero decremento della quota di imprese che confermano la stabilità dei risultati già raggiunti; una discreta contrazione della quota di imprese che lamentano arretramenti e riduzione dei livelli di attività produttiva sia rispetto al precedente trimestre sia rispetto al corrispondente trimestre dello scorso anno. Nel complesso il numero delle imprese in difficoltà corrispondeva al 38,2% su base congiunturale e sono ora il 35,7% ma, ed è dato importante, con una netta flessione dell’incidenza delle imprese denuncianti flessioni molto accentuate. «Alla fine del precedente trimestre – spiegano gli industriali – ci si aspettavano mesi migliori. Tuttavia, visti i risultati complessivi dell’industria italiana, il bilancio del primo trimestre per le imprese di Confindustria intervistate è da ritenere positivo, anche se per poco. Briciole di ripresa, dunque. Comunque benvenute, nonostante l’incertezza sulla durata».
Avvicendamento tra settori trainanti Guardando ai specifici settori, c’è stato un ribaltamento in vetta: se fino all’indagine dello scorso trimestre erano le imprese del settore alimentare a caratterizzarsi per risultati migliori di quelli conseguiti dalle imprese meccaniche, la situazione appare ora rovesciata: sono queste ultime, infatti, ad esprimere un profilo di ripresa abbastanza sostenuto. Tra di esse sono meno di un quinto (il 17,4%) quelle che segnalano di aver subito contrazioni dei livelli di produzione rispetto al precedente periodo di fine 2013. Il resto o si mantiene su condizioni di stazionarietà (39,1%) o conferma di aver ripreso discretamente (8,7%) se non addirittura in misura sostenuta (26,1%) e persino notevole (8,7%). Quello appena trascorso, insomma, è stato, per le imprese meccaniche, un trimestre oltremodo soddisfacente. Non altrettanto sembra invece esserlo stato per le imprese industriali del comparto alimentare. Su base congiunturale spicca l’addensamento del numero delle imprese alimentari in una classe di diminuzione della produzione di una certa consistenza: è infatti il 54,5% delle imprese del comparto a denunciare flessioni collocate tra il -2,5% e il – 5%. Di conseguenza il resto è sbriciolato nelle altre classi e solo il 9,1% segnala incrementi, per quanto modesti, di produzione. La situazione, tuttavia, appare comunque migliore rispetto a quella di un anno fa. Per più di un terzo delle imprese (36,4%) i livelli di produzione sono più alti che nel primo trimestre del 2013 e la metà (18,2%) segnala che l’incremento viene ritenuto notevole (oltre il 5%). Resta tuttavia ancora piuttosto alta la quota di imprese che a distanza di un anno percepisce difficoltà nel mantenere i livelli di produzione (45,5%).
