La sede della Scs (foto Fabrizi)

di Chiara Fabrizi
Twitter @chilodice

Trattare con Monte dei Paschi per trovare l’accordo intorno alla proposta formulata dalla Spoleto credito e servizi (Scs) per l’acquisizione del 26% delle quote della Banca popolare di Spoleto. Ma anche legali a caccia di cavilli tra le righe del patto parasociale e le pagine dello statuto della holding cooperativa guidata da Giovannino Antonini, socio di maggioranza dell’istituto di credito umbro. Si è concluso intorno alle 13 di sabato il cda straordinario della Scs convocato per disegnare, dopo il ‘no’ di Siena all’offerta di Spoleto, la strategia d’azione in vista della scadenza di lunedì, giorno a partire dal quale Mps, va detto, può vendere in autonomia il proprio pacchetto azionario.

La proposta di Spoleto Nelle stanze della presidenza Scs, sabato mattina, si è accomodato il board di patron Antonini, il collegio sindacale e la direzione. Al centro del tavolo il documento con cui, venerdì, Mps ha rifiutato, pur lasciando qualche margine a Spoleto, l’offerta della cooperativa umbra che, stando a quanto risulta, si sarebbe detta disponibile alla restituzione dei 30 milioni prestati da Siena 10 anni fa, proponendo però di rilevare il pacchetto azionario con «un significativo sconto». Quale somma abbia messo sul piatto la Scs non è chiaro. Quello che si sa è che il 26% di Bps in mano a Mps vale 73 milioni, ma Siena in bilancio lo avrebbe iscritto per circa 50 milioni, cifra «notevolmente ridimensionata» nella proposta formulata da Scs e rifiutata da Mps.

Scadenze e strategie Ora, dunque, la tattica tracciata dallo stato maggiore di Antonini prevederebbe l’avvio di una trattativa, al rialzo naturalmente, con Rocca Salimbeni. «Lunedì non succederà nulla – spiega fuori da palazzo Pianciani il vicepresidente Scs Marco Bellingacci – i patti parasociali sono accordi tra gentiluomini, si cercherà di mediare ma se una soluzione non sarà trovata restano sempre altre strade, ad esempio l’arbitrato». La scadenza per Spoleto, insomma, non è perentoria, ma nonostante il «clima sereno» i legali Scs sarebbero già chini da giorni sul patto parasociale. Con le trattative con i potenziali acquirenti ancora in corso, ormai l’ipotesi più probabile è che  a rilevare il 26% sarà la cooperativa umbra che, poi, lo ricollocherà sul mercato una volta individuata la soluzione più opportuna.

Scs verso acquisizione 26% La copertura all’operazione di acquisizione delle quote sarebbe assicurata dal finanziamento-ponte che da più parti, oggi, viene definito come «disponibile, grazie al sostegno di alcuni istituti di credito e investitori», anche se non è chiaro quanto larga sia la coperta e, quindi, quali i margini della trattativa con Siena. A mancare, comunque, oltre all’accordo con Mps e la quadra con i potenziali acquirenti interessati al 26%, sarebbe anche la delibera dell’assemblea dei soci prevista dallo statuto Scs sulla cui necessità, in caso di finanziamento ponte, ci sarebbe più di una perplessità. I legali sono al lavoro.

Antonini: «Non ci saranno sorprese» Lunedì, dichiarazioni alla mano, Mps attende una risposta dalla Scs e anche se in piazza Pianciani tutti si dicono «tranquilli» Rocca Salimbeni potrebbe cedere il proprio 26% chiudendo l’operazione con chi nelle ultime settimane ha mostrato appetiti per la banca umbra, a cominciare dalla cordata di imprenditori guidata da Francesco Carbonetti presidente della newco Clitumnus srl che sul piatto ha messo 2.1 euro ad azione. Un epilogo che nessuno, a piazza Pianciani, reputa verosimile. «Lei – spiega Giovannino Antonini, presidente Scs – diventerebbe socio di minoranza di una banca che ha già valutato e respinto la sua offerta quindi sapendo di non avere alcuna possibilità di governance? Siamo saldamente al timone, non ci saranno sorprese». All’orizzonte, però, c’è sempre l’aumento di capitale sociale che dovrà essere indicato dalla Banca d’Italia. E a cui i soci saranno chiamati a far fronte.

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