Un’opaca alleanza intreccia nazionalismi e populismi reazionari dell’America Latina con il neoimperialismo Maga di Trump e Rubio, con l’Europa dei post missini di Meloni, dei neo franchisti di Abascal, dei lepenisti, dei “remigrazionisti” nostalgici delle deportazioni di massa della Afd, e con l’ultra destra israeliana di Netanyahu e soci. Un blocco politico, ideologico e finanziario che si nutre di oscurantismo religioso, neoliberismo sfrenato e squadrismo digitale.

È l’Internazionale reazionaria, una rete che, sul versante latinoamericano, ha tra i protagonisti l’argentino Milei e il cileno Kast, l’ecuadoriano Noboa e il salvadoregno Bukele, il colombiano De la Espriella e l’honduregno Asfura, la peruviana Fujimori e la costaricense Fernández, il boliviano Paz e il panamense Mulino, il paraguayano Peña (spodestato ad inizi novembre dopo aver gettato sul lastrico metà della popolazione) e il clan brasiliano dei Bolsonaro battuto, dopo uno scontro elettorale durissimo, da una rimonta storica del presidente Lula e dei progressisti del Brasile.
Una rete che passa anche per L’Avana, Managua e Caracas, regimi incubatori di autoritarismo di Stato. La nuova dottrina imperialista del “cortile di casa” si chiama Scudo delle Americhe ed ha per nemici il multilateralismo, i progressisti, i poveri e la democrazia.
Nel libro “L’internazionale reazionaria. Dall’America Latina all’Europa le reti della nuova destra” (Castelvecchi editore, 2026), Donato Di Santo ne ricostruisce la trama, risalendo anche a radici profonde e continuità storiche: dalle dittature sudamericane al Plan Cóndor, dalla P2 al terrorismo nero italiano al servizio dei golpisti sudamericani.
Come scrive l’esponente del Pd Peppe Provenzano nella prefazione al libro: «L’internazionale reazionaria esiste perché ha saputo offrirsi, benché in forma mistificata e violenta, come risposta al disagio sociale. Perché ha colmato vuoti lasciati anche da noi. Il principale di questi vuoti è però un elemento che dovrebbe appartenere al Dna di ogni forza progressista: l’internazionalismo. Abbiamo lasciato l’internazionalismo ai nazionalisti e questa è la responsabilità più grave della sinistra negli ultimi anni».


