di M.Alessia Manti
E’ bene dirlo: sono pochi i gruppi che si evolvono con serenità, dignitosamente (vedi gli Afterhours del fresco di uscita Padania) e senza voler ripercorrere con goffaggine quegli anni 90 così importanti per una certa scena musicale e a cui alcune band debbono molto.
Perché quando si parla dei Marlene Kuntz non c’entra Sanremo nè la contestatissima partecipazione annunciata sul loro sito poco prima della kermesse nazionalpopolare più famosa. La loro evoluzione era cominciata già dai tempi di Uno: meno noise, più lirici e, probabilmente per molti dei fan, lontani da quella creatura rabbiosa di Catartica e il Vile. Più pop, nell’accezione nobile del termine sicuramente. Hanno smussato il loro lato spigoloso e hanno offerto al pubblico dell’Urban una scaletta di 23 brani e intervallata da due bis. Con un’intensa riflessione paratestuale rivolta ad un figlio che sta crescendo il gruppo cuneese di Cristiano Godano -formazione storica in prima linea: Riccardo Tesio alla chitarra, Luca Bergia alla batteria e cori; alle spalle il polistrumentista Davide Arneodo e Lagash al basso- ha mostrato come si può portare avanti la propria integrità artistica lungi da svilimenti e compromessi.
Tutto diventa più acustico, più orchestrale, con alcuni momenti di vera dolcezza: solo piano e voce, oppure lasciati a sapienti tocchi felpati e spazzolati. Qui non si tratta di arte del riciclo confezionata a tavolino per attrarre nuovi consensi, qui c’è chi sa dove sta andando: si veda per esempio una “Trasudamerica” resa tex-mex e una languida “Lieve”, episodi tra i più graditi ai fan della prima ora. Chiaro che chi ha trascorso anni e anni della propria vita adorando classici quali “Sonica”(che il pubblico avrebbe voluto), “Nuotando nell’aria”, “Il vile” o “L’odio migliore” ha rischiato di ritrovarsi a fatica dentro le evoluzioni s-low come già era successo -dicevamo- per l’ascolto dei relativamente recenti “Bianco Sporco” e “Uno”.
Riconosciamo a questo gruppo la fierezza nell’aver scritto e regalato canzoni che sono pietre miliari, va concessa loro tutta la libertà di rivestirli con abiti nuovi o addirittura riplasmarli sulla base di una maturità artistica indiscutibile. Si può apprezzare o denigrare, si può condividere o ignorare. Certo è che chi sta scrivendo rimpiange di non aver assistito ad un concerto dei Marlene di “H.U.P. Live In Catharsis”, indimenticabile suggello dal vivo della band di Cuneo.

