di Carlo Forciniti
Dante Sambuchi torna sulla scena. E lo fa in grande stile. Anzi, con lo stile unico, peculiare, caratterizzante, che trasuda dalle sue opere che fino al 31 maggio saranno esposte alla Sala Cannoniera della Rocca Paolina di Perugia.
La mostra ‘Antologica’ che attraversa quarant’anni di ricerca pittorica dell’artista originario di Città di Castello e realizzata con il patrocinio di Regione Umbria – Assemblea legislativa, Provincia di Perugia, Comune di Perugia e Comune di Città di Castello, è stata inaugurata giovedì 30 aprile alla presenza, tra i tanti appassionati e curiosi che hanno colto l’occasione di ammirare le opere di Sambuchi, del vicesindaco con delega alla cultura del Comune di Perugia, Marco Pierini, del senatore Walter Verini e del professore Bruno Corà, storico dell’arte nonché presidente della Fondazione Burri.
Il percorso Settantotto opere che rappresentano momenti diversi e dunque evolutivi del vissuto artistico e umano di Sambuchi, che presenta così la sua ‘Antologica’ che va dal 1985 ai giorni d’oggi. «È la prima che faccio nella mia carriera di artista. Nelle prime due sale ci sono i quadri che si riferiscono alla grande industria e alle grandi città. Nel 1973, quando mi sono trasferito a Milano dall’Umbria, sono rimasto sorpreso dal vedere – io che venivo da una regione così verde – le industrie e le periferie. Una volta esplorata Milano sono partito alla volta dell’Europa per confrontare le diverse realtà urbane e industriali».
Il cambiamento A partire dagli anni duemila, ecco il cambiamento, l’evoluzione nel pensiero e nella produzione artistica di Sambuchi, volte verso le dinamiche social e gli effetti che da esse derivano. «L’ultima parte della mostra che si riferisce agli anni duemila – aggiunge l’artista classe 1955 – in cui ho preso in esame la parte tecnologica, i social che sono in contraddizione con la parola stessa e che condizionano l’essere umano. Di sociale c’è ben poco – avverte -. I social portano ad evitare il confronto e la contrapposizione di pensiero. Ci conducono a discorsi che sono quasi prefabbricati. In questo genere di quadri e come diceva lo storico dell’arte austriaco Ernst Gombrich, l’opera si completa con lo spettatore che diventa egli stesso artista. L’osservatore può intervenire sulle opere, può modificarle».
Corà «Già negli anni ’20-’30, Marcel Duchamp diceva che l’opera d’arte si completa con l’intervento dell’osservatore. Sambuchi – spiega Bruno Corà – non solo attua questo principio ma provoca l’osservatore, il collezionista, il possessore dell’opera di intervenire dopo che è stata definita in un certo modo. Suscita la creatività di chi possiede l’opera, un elemento di novità che ha il suo peso. I due tempi delle sue opere hanno un denominatore comune che è l’aspetto del sociale dal punto di vista culturale. In un primo momento c’è l’osservazione della città e uno sguardo alla società. Ora lo sguardo è all’individuo che Sambuchi si augura divenga anche lui creativo. Sambuchi è un artista che ha avuto il tempo di riflettere sulle esperienze storiche del Futurismo, che privilegiava la dinamica e il movimento. Qui il movimento è quello del pensiero, dello sguardo dell’artista ma anche del collezionista e dell’osservatore. C’è un movimento psichico e fisico. Quanto c’è di Burri in Sambuchi? Innanzitutto c’è l’amore di Sambuchi per Burri – osserva Corà – che diventa patrimonio individuale. È nato nella sua stessa città, è stato l’artista della materia per eccellenza che si ritrova anche qui – puntualizza rivolto alle opere di Sambuchi -, una materia più inusuale e qualche volta effimera, un truciolo d’acciaio dovuto a un’elaborazione nella fabbrica. Quindi la materia».
Materia, anzi opere, quelle di Sambuchi, che fino al 31 maggio saranno esposte alla Rocca Paolina e che segnano il ritorno in grande stile dell’artista umbro.










