di Maurizio Troccoli
Un aspetto dovrebbe mettere d’accordo un po’ tutti attorno alla disputa sull’arte: ovvero che l’artista, prima o poi, non può che interrogarsene. E, nel farlo, non può che interrogare l’arte. Finendo per scoprirsi interrogato, dall’arte. Può sembrare un gioco di parole ma, oltre i paesaggi esteriori o interiori, le grandi questioni sociali e le domande sull’uomo, esiste una meta-arte, che consente nuove strade alla ricerca artistica, e che finisce per catalizzare se non i più mistici, almeno i più coraggiosi.
A Perugia, in questi giorni, si assiste a una imprevista coincidenza: in quel luogo che ospitò nel 1980 uno degli incontri considerati tra i più simbolici del dialogo sull’arte contemporanea, ovvero la compresenza alla sala Cannoniera della Rocca Paolina, di Joseph Beyus e Alberto Burri, è in mostra l’antologica di Dante Sambuchi, che con Alberto Burri spartisce oltre che le radici – entrambi di Città di Castello -, pezzi d’esistenza d’autore: «Ci siamo confrontati diverse volte – ha raccontato a Umbria24 – mi mostrava alcuni suoi lavori, a volte abbiamo avuto occasione anche di esprimere visioni diverse sulle cose».
Nell’opera di Sambuchi emergono due tempi e due linguaggi. Consapevolmente o meno, spicca una manipolazione della materia, che dialoga in maniera evidente con alcune vibrazioni del maestro tifernate, conosciuto in tutto il mondo. Di Sambuchi, inoltre, ne scrive uno dei critici, la cui presenza o meno in mostre e cataloghi, ha un significato che non lascia spazio a equivoci: Bruno Corà, massimo esperto ad ogni latitudine dell’opera artistica di Burri, che di Sambuchi apprezza quanto sia capace di largheggiare nella dimensione offerta all’osservatore. Non un tributo, ma una opzione di continuità della vita dell’opera d’arte. Come una alternativa al suo spegnimento.
Compiendo un salto, lungo tutta la figurazione di Sambuchi, il periodo più ampio della sua produzione, (parliamo degli anni 80 e 90, il primo tempo, quando cioè si occupa di scenari e paesaggi industriali, macchine, ciminiere, periferia, dinamicità e cambiamento della geopolitica europea), arriviamo alla parte maggiormente impattante di questa antologica. Sono ben quarant’anni di opere che colpiscono non per nostalgia, quanto per prefigurazione e proiezione. Sambuchi – attenzione – potrebbe essere qualche lettera dell’alfabeto di un linguaggio recente dell’arte.
Lo squarcio si apre proprio sulla dimensione dell’osservatore, rispetto all’opera. Sambuchi ha reso possibile quello che Du Champ, ma non soltanto lui (basti pensare all’inquietante ricerca di Carmelo Bene sul ruolo dello spettatore o a quanto affermato dallo storico dell’arte austriaco Ernst Gombrich) diceva sulla vita dell’opera d’arte, ovvero che si completa con l’agire dell’osservatore. A lui infatti Sambuchi non affida soltanto un ruolo simbolico, quello cioè di un presunto viaggio mentale o emotivo, una carezza fantasiosa, che ognuno può concedersi stimolato dal manufatto artistico, ma una azione possibile concreta. Con Sambuchi, l’opera è totalmente affidata all’osservatore. Potremmo dire consegnata, come atto di responsabilità.
La stessa che i tempi sottraggono. Per via della narcolessia da stordimento di comunicazione interattiva. L’osservatore qui afferra l’opera, la manomette, la trasforma, la rimodella. Ovvero assume pienamente il comando del suo destino. L’opera diventerà quello che l’artista non può più prevedere. E neppure conoscere.
Un gesto così evidente e plasticamente offerto, non può che interrogare l’arte, su ciò che è. E che può continuare ad essere. Su quale sia il suo arco di vita. Su dove inizi o finisca, e su quanta parte di questa sia possibile intervenire. Come, su quanta parte invece, non sia possibile né posare lo sguardo, né le mani, in un flusso afferrabile solo a intermittenza.
Con Sambuchi la mente può vagheggiare dagli squarci su tela di Fontana a cui avrebbe amabilmente appuntato una cerniera, ai led e neon della light art. Cerniera che è ancora confine tra interno ed esterno, ma anche manipolazione, cambiamento, trasformazione. Led che è accensione, segno di un processo creativo, senza fissità. Accade ancora con i tappi su mezze bottiglie di plastica, come con i bottoni o con i fili di lana. Possiamo immaginare i colori quadrati o i quadrati di colori di Mondrian che però, questa volta, si compongono e scompongono, assumendo posizioni che sembrano non perdere d’equilibrio. Oppure accostarci all’elemento ludico, giocoso della materia, come accadeva con Enrico Baj. O, se si vuole, con l’autorità della materia, come accade appunto con Alberto Burri.
La seconda parte dell’antologica di Sambuchi può essere un vagheggiare, che supera il ‘fuori tempo’ della prima parte figurativa, attraversando l’arte più recente, così da ribaltarla sulla grande domanda del suo destino. Particolarmente quando sembrava non avere altro esito che lo sguardo.










