di Ivano Porfiri
«Una storia affascinante, come lo sono alcune donne avvolte da un’aura di mistero, come il suo popolo, i cui ultimi sopravvissuti sono svaniti tra le brume della storia». Io e Giovanni-Michel Del Franco, scrittore francese, appassionato studioso di storia degli indiani d’America, siamo stati vittime di quel fascino emanato da una piccola (di statura) donna, nata nel 1928 tra le aspre montagne della Sierra Madre, in Messico, e venuta a morire 48 anni dopo, il 5 ottobre del 1976, in una casa tra le verdi colline dell’Umbria. Una bambina nata con il nome di Bui, «Occhi di gufo» in lingua Apache, e morta con quello occidentale di Carmela Harris, rimasto impresso sulla lapide nel cimitero di Umbertide.
BUI: DALLA SIERRA MADRE ALL’UMBRIA
«Non un’eroina, ma una vittima» che «quando ha terminato la sua vita in Italia sembrava consumata», come racconta a Giovanni un uomo che la ha conosciuta, tra i pochissimi che ne conservano memoria. Una testimonianza inedita, raccolta nel libro:«Je m’appelais Bui», la derniere Apache libre («Mi chiamavo Bui», l’ultima Apache libera), appena pubblicato in Francia da Le Chant del Hommes (qui i contatti per poterlo acquistare). Alla storia di Bui, Umbria24 aveva dedicato una serie di articoli e un reportage, generosamente citati come fonte dall’autore.
In Umbria, invece, nessuna eco. Zero. Oltre alla pubblicazione degli articoli, avevamo segnalato la storia anche all’allora sindaco di Umbertide. Il Comune, con gli impiegati dell’anagrafe, ci aveva aiutato a rintracciare la tomba e la frazione dove ha vissuto tra il 1972 e la sua morte. Nessuno però finora, né a livello istituzionale né accademico, ha ritenuto la vicenda meritevole di una qualche forma di ricordo. O forse non ha afferrato la rilevanza storica della presenza in città di un personaggio di cui si sono interessati, e continuano a farlo, studiosi di tutto il mondo. La «testimone di un passaggio da un mondo all’altro», la definisce Del Franco. L’ultima ad aver vissuto libera, anche se solo da bambina, in una terra per secoli dominata dai suoi antenati e oggi occupata militarmente dai narcotrafficanti dei cartelli messicani per far scorrere fiumi di droga tra Messico e Stati Uniti.
QUI LA CASA E LA TOMBA – VIDEOREPORTAGE
Il libro ripercorre, attraverso gli scritti dei più noti antropologi studiosi di Apache (da Grenville e Neil Goodwin, Helge Ingstad, Lynda Sanchez), le orme di quegli ultimi indiani che, ribelli a ogni imposizione che li voleva confinati nelle riserve statunitensi, hanno continuato a vagare sulle «montagne blu» fino agli anni ’30 del secolo scorso. E proprio queste orme conducano tutte a tre bambini scampati all’assalto a un accampamento nei pressi del villaggio di Nacori Chico: ‘Nana’ la nonna che li accudiva venne uccisa, mentre loro furono portati via da una banda di pistoleri. Ma una donna coraggiosa, Dixie Harris, li fermò e si fece consegnare i due maschietti, poi affidati a un convento e di cui si sono perse le tracce, e la femminuccia di 3 anni circa, che decise di tenere con sé. La chiamò Carmela e, con il marito Jack, la portò in California.
IL NIPOTE: VI RACCONTO CARMELA
Nel libro, la scelta narrativa è di raccontare la storia di Bui-Carmela con un doppio registro: quello rigoroso delle fonti storiche e antropologiche per ricostruire eventi e contesto, e uno più romanzato (distinto usando il carattere corsivo) più emozionale. Così, ad esempio, Del Franco descrive la nascita di Bui e gli anni della sua infanzia, basandosi perlopiù sulle testimonianze di altri bambini Apache “occidentalizzati” che hanno descritto i tratti di quella vita selvaggia e aspra.
DA GERONIMO AI BAMBINI VENDUTI
Giovanni-Michel Del Franco si concentra, però, in modo particolare, sull’ultima parte dell’esistenza di Bui-Carmela. Cioè sugli anni in Italia, dove ormai 44enne si trasferisce insieme alla madre adottiva. Qui raggiungono la sorella Ann, che aveva preso casa a Umbertide. Lo scrittore fa due viaggi a Umbertide, la cui descrizione costituisce gli ultimi due capitoli del libro. A Perugia, in occasione del primo viaggio, avviene il nostro incontro, preceduto da un fitto scambio di mail scaturito dalla pubblicazione del primo articolo di Umbria24 sulla storia di Bui. Giovanni cerca testimonianze dirette e ripercorre la stessa strada fatta da me durante il reportage a Umbertide, in cui avevamo trovato la casa di Ann, dove Carmela aveva vissuto per un periodo. Quel giorno ci siamo confrontati sulle nostre scoperte e sul fascino che quella storia esercitava su di noi. Tuttavia, Giovanni non sembrava soddisfatto. In quella occasione non aveva trovato nessun elemento nuovo. È per questo che, qualche mese dopo, decide di tornare.
FLO McGARRELL: STORIA DI UN ARTISTA
Non è semplice perché sono trascorsi tanti anni e perché Carmela era una persona estremamente riservata, con diversi problemi fisici e psicologici. Pochissimi la ricordano, a differenza della sorella e della madre. Anche il nipote Andrew, figlio di Ann, che tuttora ha casa a Umbertide, a stento conserva il ricordo di quella zia acquisita, morta quando lui era ancora un bambino. Ma questo forse fa crescere ancora di più il fascino di una donna che, anche nel carattere, se non la fierezza, ha conservato la l’inafferrabilità di chi fin da bambino ha vissuto nascondendosi. E, alla fine, un elemento nuovo Del Franco lo porta a casa. Il testimone che gli descrive alcuni tratti del carattere di Bui-Carmela, un americano oggi 70enne che la conosceva ma il cui nome non viene citato per motivi di riservatezza. «All’epoca aveva un problema di alcol e depressione, era molto riservata – racconta a Del Franco -. Non ha mai imparato l’italiano, ma importava poco in quanto non amava molto parlare».
Di lei restano in Umbria poche tracce, ma in quella tomba nel cimitero di Umbertide riposa un personaggio che – probabilmente lei stessa ne avrebbe fatto a meno – è stato l’ultimo anello di una catena che proprio con lei si è spezzata. «Bui-Carmela – scrive Del Franco – è stata superstite di un conflitto molto lungo le cui radici e cause le sfuggivano». Una vittima della storia che, però, conserva intatto – a oltre 40 anni dalla sua morte – tutto il fascino di portare nel sangue l’eredità di un popolo che non si è mai arreso. E che, forse, meriterebbe di essere ricordato in qualche modo anche qui in Umbria, nella terra in cui il destino ha voluto che arrivasse per riposare per sempre.
