Bui alias Carmela Harris a 3 anni (Foto tratta da 'Like a Brother: Grenville Goodwin's Apache Years, 1928-1939' di Neil Goodwin)

di Ivano Porfiri

Ufficialmente le guerre Apache terminano nel settembre 1886 con la resa di Geronimo e dei suoi 38 irriducibili. Novanta anni dopo, il 5 ottobre 1976 muore in Umbria Bui, alias Carmela Harris, una degli ultimi Apache liberi vissuti nella Sierra Madre. Un filo sottile ma tenace, quello che ha attraversato decenni, tessuto da un popolo di guerrieri, fieri e feroci, orgogliosi e sanguinari ma solo per sopravvivere a una modernità che – nonostante la strenua resistenza – ha finito per inghiottirli. È un racconto appassionato e scritto col cuore quello dello studioso italo-francese Giovanni-Michel Del Franco, nel suo ultimo libro ‘Bronco Apaches: Apaches libres de Sierra Madre’, edito da Le Chant des Hommes.

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Il coraggio Apache Del Franco è un devoto alla storia degli Apache, cui ha dedicato numerose pubblicazioni, ricostruendo le vite di tutti i grandi personaggi. Una passione che viene dalla sua infanzia, ma che risponde anche a un bisogno di evadere dall’oggi. «I valori, o piuttosto la mancanza di valori, veicolati dal pensiero occidentale moderno – scrive – sono agli antipodi dal coraggio, la fierezza dei combattenti Apache. Quel coraggio, la resistenza contro tutto e tutti, quella lotta terribile e determinata nei confronti di un potere schiacciante, hanno suscitato in me un’ammirazione infinita».

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La nascita del mito Dopo le epopee dei grandi Apache, Del Franco affronta quindi l’ultimo e forse più affascinante capitolo, che ha inizio appunto con la sconfitta di Geronimo: nel 1886 lo “sciamano guerriero” e i suoi fedelissimi vengono deportati in Florida. Ma non tutti. Il luogotenente Leonard Wood, incaricato di accompagnarli a Fort Bowie, appunta: «Alla mattina ci rendemmo conto che sette di loro erano spariti, il gruppetto era composto da tre uomini, tre donne e un bambino». Qui ha inizio la storia, dal sapore di leggenda, degli ultimi Apache liberi, fuggiti verso il territorio vasto e aspro – che loro conoscevano come le loro tasche – della Sierra Madre. E qui, per l’appunto, affondano anche le radici della storia di Bui, l’ultima tra gli ultimi Apache, morta a Umbertide.

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I fantasmi della Sierra Madre Lo scrittore rimette insieme tutte le tracce raccolte, a partire dagli inizi del ‘900, da numerosi antropologi e storici che si sono messi sulle orme di questi “fantasmi” che comparivano e sparivano dalle montagne al confine tra Usa e Messico. Sfuggenti e schivi, gli unici contatti con l’uomo bianco per decenni sono stati per razzie e vendette, rapimenti e saccheggi fatti o subiti. Quanti erano? Una domanda di difficile risposta, ma Del Franco arriva alla conclusione che c’erano due gruppi: uno di stirpe Chiricahua a nord verso gli Stati Uniti, composto soprattutto da uomini, e uno misto a sud, in Messico, fatto specie da donne e bambini. Alcune decine in totale.

Bambini venduti o rapiti E proprio quello dei bambini è il tema più doloroso affrontato nel libro. Nella zona di Nacori Chico, nello Stato di Sonora, da inizio secolo agli anni Trenta sono diversi i bambini Apache trovati o catturati dai “bianchi”. Ci sono testimonianze di bimbi venduti: 5 pesos per una femmina, 10 per un maschio. Alcuni finiscono per integrarsi tra i messicani, altri muoiono: si suicidano o rifiutano di nutrirsi. Sono tre quelli di cui si conserva memoria: Lupe, Bui (Carmela) e Julio. La prima è la più famosa Apache integrata, catturata a fine 1914, quando aveva circa 12-15 anni, da un gruppo di uomini andati a recuperare cavalli razziati dagli indiani. Crescerà e si sposerà in Messico. Julio viene invece catturato nell’aprile del 1932 e anche lui crescerà “messicano” diventando insegnante a Hermosillo. Nell’aprile del ’32 inizia anche la storia di Bui, ricostruita da Umbria24 in diversi precedenti articoli e anche grazie ai contatti con Del Franco.

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Bui: dettagli inediti Sulla sua storia, lo scrittore fa emergere dettagli non riportati nei nostri precedenti articoli. Ad esempio che ad uccidere la nonna e raccogliere Bui e i due fratellini dall’accampamento bruciato è stato Aristeo Garcia, che lavorava come caposquadra al ranch “31” degli Harris, dove ha poi portato i bambini. Era andato con un paio di pistoleri ubriachi a cercare due muli rubati, quando si è imbattuto nella famiglia Apache. Uno dei cowboy sarà poi ucciso a colpi di pietra vicino Nacori Chico dopo un paio di settimane, probabilmente da donne Apache per ritorsione: «tra gli Apache – scrive Del Franco – le donne vendicano i morti e lapidano i loro nemici».

La bellezza triste di Carmela Lo scrittore parla poi brevemente della Carmela bambina, riportando un colloquio con Lupe, arrivata a rassicurarla, a cui – secondo lo storico Rascon – avrebbe detto che il suo nome Apache era Cuy (colomba) e non Bui (occhi di gufo). Quanto alla Carmela adulta, lo scrittore francese parla soprattutto della sua solitudine interiore e della tristezza che emerge dalle poche foto rimaste. «È una giovane donna dalla bellezza grave, come se indossasse abiti troppo stretti per lei».

Lo spirito di Bui Del Franco è profondamente affascinato da Bui, tanto che è proprio a lei – si scoprirà nell’ultimo capitolo – che attribuisce l’origine spirituale della sua devozione agli Apache: «Carmela è un nome molto ricorrete nel paese di mio padre, al confine tra Puglia e Campania. Ci sono stato molte volte nel 1972, data dell’arrivo di Bui (in Italia, ndr). Il mio treno passava a pochi chilometri da Perugia». Anche l’amore per Roma accomuna Carmela e Del Franco, che aggiunge: «ho parlato anche di recente con un giovane Apache messicano di questa strana coincidenza: non sarà stato lo spirito di Carmela, venuta a morire nel Paese di mio padre, a infondermi questa passione? Non starà qui il cuore del segreto? Questa interpretazione, lontana dalla nostra razionalità ma vicina alla spiritualità Apache mi ha sedotto. E, devo ammetterlo, scrivendo queste righe e pensando a quella donna, così lontana eppure a volte vicinissima, le lacrime mi salgono agli occhi».

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