di Noemi Matteucci

Una bambina di undici anni e mezzo, la scoperta del primo amore per un’altra ragazzina e Tinker Bell, la fata di Peter Pan, che fa da voce narrante della realtà vera. Su queste direttrici si muove Peter Pan guarda sotto le gonne, intenso primo capitolo della Trilogia sulla transessualità della giovane regista e drammaturga tuderte Livia Ferracchiati.

Peter e la sofferenza bambina La protagonista della scena è Peter, bambina di «undici anni e mezzo» che vive la sua sofferenza interiore per il contrasto tra ciò che appare – biondi capelli lunghi, abito rosa col fiocco e genitori che la incasellano in stereotipi tipicamente femminili – e ciò che realmente sente di essere: un ragazzino strafottente ma buono, un amante del calcio, attratto dalle altre ragazze. È con l’incontro al parco di Wendy, tredicenne ’emancipata’, che il dramma di Peter si accentua, portando la bambina alla scoperta e alla conferma della sua diversa identità di genere e ai primi contrasti con la famiglia per affermare le sue ragioni.

Il doppio ‘io’ Esaltato e a momenti esasperato, nella pièce, è il concetto della dualità che vive in Peter, il suo essere contemporaneamente cuore e mente maschile incastrato in un corpo acerbo ma femminile che non accetta, che vorrebbe lasciare per sempre senza forme, che vorrebbe fermare all’età infantile per non diventare anche esteticamente una «bellissima» lei. Solo Tinker Bell, fata chiacchierona dei nostri tempi, è in grado di guardare intensamente dentro Peter, leggendo la sua vera natura e il suo desiderio, da grande, di essere un «ragazzo biondo con i capelli rasati di lato, alto un metro e ottanta». La ‘gabbia sociale’ che circonda Peter diventa però sempre più insostenibile, sempre più castrante, tanto insopportabile nel momento per Peter tragico della prima mestruazione da spingere la bambina a fuggire da tutto attraverso il gesto estremo del suicidio.

Intensità e riflessione Porta a una riflessione profonda sull’accettazione di sé e degli altri, l’opera della Ferracchiati, rappresentata con grande intensità dalla protagonista Alice Raffaelli. Si prova tenerezza nei momenti dell’ingenuità del bambino ‘avvolto’ in un vestito rosa col fiocco, impotenza di fronte a quelli più forti dell’impulso sessuale incompreso verso la sua amichetta e un velato senso di colpa nell’ultima fase dell’incapacità, per Peter e per il pubblico che osserva, di sostenere una tanto difficile e incomprensibile ‘realtà controcorrente’.

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